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12 Marzo 2026
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Referendum sulla giustizia, Gratteri sbotta: “Cambiare la Costituzione per trenta magistrati non ha senso”

Il procuratore di Napoli boccia la riforma sulla separazione delle carriere. Dal podcast Politigram’ l’allarme su un possibile indebolimento del Pubblico Ministero e sul ruolo della politica

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Nicola Gratteri, procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Napoli, prende posizione contro il referendum sulla riforma della giustizia e lo fa senza mezzi termini. Intervenendo al podcast “Politigram’” (puntata senza indicazione di data ufficiale), Gratteri ha spiegato di essere per il “No”, ritenendo essenziale che Pubblico Ministero e giudice restino sotto la stessa giurisdizione. A suo giudizio, l’impianto costituzionale attuale rappresenta una garanzia di equilibrio e indipendenza che non può essere messa in discussione per numeri marginali.

Secondo il magistrato, infatti, ogni anno meno di trenta magistrati chiedono di passare dal ruolo di giudice a quello di pubblico ministero o viceversa. “Per meno di trenta magistrati dobbiamo cambiare la Costituzione?“, ha dichiarato Gratteri, mettendo in dubbio la reale necessità dell’intervento referendario.

I sospetti sulle vere motivazioni della riforma

Nel corso dell’intervista, Gratteri ha espresso forti perplessità sulle ragioni che avrebbero portato alla proposta di riforma costituzionale. “Non c’è da stare tranquilli“, ha affermato, ricordando come, anche secondo il ministro della Giustizia Carlo Nordio, la riforma non sia pensata per velocizzare i processi, indicati dallo stesso Gratteri come il vero problema per i cittadini.

Il procuratore ha inoltre sostenuto di non ritenere la riforma una priorità politica originaria dell’attuale presidente del Consiglio. A suo avviso, il pacchetto giustizia dell’esecutivo sarebbe stato, e continuerebbe a essere, gestito prevalentemente da Forza Italia, più che da una visione complessiva del governo.

Il timore di un Pubblico Ministero sotto l’influenza politica

Uno dei passaggi più delicati riguarda il possibile indebolimento del Pubblico Ministero. Gratteri ha spiegato di temere che la riforma possa condurre a una situazione in cui il Pm finisca sotto la gestione del ministro della Giustizia, con direttive settimanali sulle priorità dell’azione penale. “Abbiamo già visto cosa vuol dire quando un Pm dipende dalla politica“, ha osservato, richiamando esperienze del passato che, a suo giudizio, dovrebbero invitare alla cautela.

Falcone, la credibilità e il prezzo dell’esposizione pubblica

Nel dialogo con Politigram’, Gratteri ha commentato anche una delle frasi più note di Giovanni Falcone, secondo cui “per essere credibili in questo Paese bisogna essere ammazzati”. Il procuratore ha riconosciuto che quell’affermazione contiene una parte di verità, legata al fattore dell’invidia. “Scatta quando una persona diventa visibile e credibile”, ha spiegato, descrivendo la credibilità come il risultato di sacrifici, rinunce e coerenza quotidiana.

Secondo Gratteri, quando l’opinione pubblica percepisce che chi parla lo fa con autenticità, la fiducia cresce, ma insieme ad essa aumenta anche l’ostilità di chi vede minacciate posizioni di potere o prestigio.

I rapporti con l’Anm e gli anni delle minacce

Gratteri ha infine affrontato il tema dei suoi rapporti con l’Associazione nazionale magistrati. Ha raccontato che oggi, paradossalmente, sente di avere più amici in magistratura proprio per la sua posizione a favore del “No”. Tuttavia, ha ricordato come in passato l’Anm non gli sia stata vicina nei momenti più difficili.

Quando ho avuto la ’ndrangheta contro, quando mi volevano ammazzare o volevano ammazzare i miei figli, quando ho avuto la massoneria deviata e i centri di potere contro, l’Anm non ha mosso un dito“, ha dichiarato, aggiungendo di aver avuto anche pezzi della magistratura contro di sé. Nonostante tutto, ha concluso, “sono qui, sono vivo“.

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