Un presunto traffico organizzato di rifiuti dal ciclo urbano verso la Grecia, formalmente classificati come “rifiuti speciali” per aggirare i divieti europei sulle spedizioni transfrontaliere. È l’ipotesi al centro dell’indagine coordinata dalla Procura della Repubblica di Bari che ha portato all’esecuzione di un’ordinanza di misure cautelari personali e reali nei confronti del titolare della Servizi Ecologici, con sede operativa a Tarsia, nel Cosentino. Il giudice ha applicato nei confronti dell’imprenditore la misura interdittiva del divieto di esercitare l’attività imprenditoriale per dodici mesi e ha disposto il sequestro preventivo dell’azienda, delle sedi operative e amministrative e dei beni strumentali. La gestione è stata affidata a un amministratore giudiziario. L’inchiesta, condotta dal personale della Guardia Costiera di Bari – Centro Coordinamento Ambientale Marino, riguarda un arco temporale compreso tra il 2021 e il 2023 e si trova nella fase delle indagini preliminari. Gli atti dell’inchiesta sono stati trasmessi per competenza al Tribunale di Catanzaro.
I sei indagati e il ruolo della Regione
Nel registro degli indagati figurano sei persone: oltre al titolare dell’azienda e al responsabile tecnico, anche quattro funzionari e dirigenti del Dipartimento Tutela dell’Ambiente della Regione Calabria. Si tratta di Giosè Marchese, 68 anni di Cosenza, titolare della ditta; Pasqualino Caparrotta, 42 anni, di Lamezia Terme, responsabile tecnico; Gianfranco Comito, classe 68 anni, di Vibo Valentia, dirigente del Dipartimento; Gabriele Alitto, 48 anni, di Cosenza, dirigente Uoa; Clementina Torchia, 46 anni, di Lamezia Terme, Rup; e Claudia Russo, 50 anni, di Catanzaro, anch’essa Rup.
Secondo l’ipotesi accusatoria, alcuni dirigenti e responsabili del procedimento avrebbero rilasciato le autorizzazioni alle notifiche e allo svincolo delle polizze fideiussorie in violazione degli obblighi di controllo, consentendo così l’esportazione dei rifiuti. Agli indagati vengono contestati, a vario titolo, il reato di attività organizzata per il traffico illecito di rifiuti e ipotesi di falso ideologico in atto pubblico.
Le spedizioni dal porto di Bari verso la Grecia
L’indagine prende le mosse nel novembre 2021, durante i controlli quotidiani nello scalo portuale di Bari. Gli investigatori intercettano una nuova tipologia di carichi diretti in Grecia su trailer: rifiuti classificati con codice CER 191212, ossia “altri rifiuti (compresi materiali misti) prodotti dal trattamento meccanico dei rifiuti”. La comparsa di queste spedizioni coincide, secondo quanto ricostruito nell’ordinanza, con una pronuncia della Corte di Giustizia dell’Unione Europea che aveva chiarito come i rifiuti urbani non differenziati, anche se sottoposti a trattamento meccanico per il recupero energetico senza alterarne le proprietà originarie, debbano essere considerati rifiuti urbani provenienti dalla raccolta domestica. In tali casi, l’autorità competente può opporsi alla spedizione sulla base dei principi di autosufficienza e prossimità.
L’ordinanza ricostruisce quattro procedure di notifica generale attraverso le quali sarebbero state esportate complessivamente circa 7.000 tonnellate di scarti di selezione. Le spedizioni partivano dai porti di Bari e Brindisi e avevano come destinazione un impianto greco, autorizzato – secondo l’accusa – esclusivamente a operazioni di recupero intermedio e non a recupero finale.
Il nodo del recupero finale e delle fideiussioni
Uno dei punti centrali dell’inchiesta riguarda la presunta simulazione di operazioni di recupero finale. Nei documenti di notifica e nei modelli di movimento sarebbero state attestate operazioni di recupero energetico che, secondo la ricostruzione del Gip, non sarebbero state effettivamente eseguite. Sulla base di tali attestazioni sarebbe stato richiesto e ottenuto lo svincolo delle garanzie fideiussorie previste dal Regolamento europeo sulle spedizioni di rifiuti, creando – secondo l’accusa – un meccanismo idoneo a simulare il corretto adempimento degli obblighi normativi. Il profitto del reato viene quantificato in 1.676.999,80 euro, somma per la quale è stato richiesto il sequestro per equivalente.








