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16 Marzo 2026
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Riforma della giustizia, il giudice vibonese Cricenti: “Separare pm e gip rafforza le garanzie degli indagati”

Secondo il consigliere della Cassazione, l’attuale intreccio può indebolire le garanzie e portare anche innocenti in custodia cautelare. Separare nettamente accusa e giudice, sostiene, rafforza il contraddittorio

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L’organizzazione della giustizia, il rapporto tra pubblico ministero e giudice per le indagini preliminari, le distorsioni che possono nascere quando questi rapporti diventano troppo prevedibili. È attorno a questi nodi che ruota l’intervento del consigliere della Corte di Cassazione Giuseppe Cricenti, magistrato vibonese, pubblicato sul quotidiano La Verità e dedicato al dibattito sulla separazione delle carriere. Nel suo ragionamento Cricenti parte da un episodio simbolo della storia giudiziaria italiana: Mani Pulite. Un passaggio che utilizza per sostenere come l’assetto organizzativo tra Procure e uffici dei gip possa incidere concretamente sulla vita degli indagati e sull’equilibrio delle garanzie.

Il caso Mani Pulite e il gip “sempre lo stesso”

Il magistrato ricorda come, durante la stagione giudiziaria milanese degli anni Novanta, il pool di pm facesse riferimento sostanzialmente a un unico giudice per le indagini preliminari. “Molti dei lettori ricordano l’epopea giudiziaria di Mani Pulite, ma non tutti ricordano che il pool di pubblici ministeri aveva un unico gip di riferimento”. E ancora: “Tra le decine di giudici per le indagini preliminari in servizio a Milano, le richieste di quel pool, comprese quelle di misure cautelari, andavano tutte sempre e soltanto a un medesimo gip”.

Secondo Cricenti non si trattava di una coincidenza. “Non era un caso. Era un sistema di rapporti tra Procura e giudice delle indagini preliminari appositamente predisposto per consentire alla prima di vedersi accolte, se non tutte, almeno la maggior parte delle sue richieste”.

Per il magistrato questo modello organizzativo avrebbe reso prevedibile l’esito delle richieste della Procura. “Quando l’organizzazione della giustizia consente alla Procura di avere un gip di esclusivo e prevedibile riferimento, aumenta inevitabilmente la probabilità che le richieste trovino esito positivo”.

Le assoluzioni dopo gli arresti

Nel ragionamento del consigliere della Corte di Cassazione pesa soprattutto ciò che accadde negli anni successivi: numerosi indagati arrestati o sottoposti a custodia cautelare vennero poi assolti. “Il tempo ha dimostrato che moltissimi tra gli indagati, dapprima sottoposti a misura cautelare, sono stati poi assolti”.

Da qui l’interrogativo posto dal magistrato. “Quanti di costoro avrebbero evitato il carcere se il gip fosse stato un altro?”. E ancora: “Quanti avrebbero evitato la galera preventiva se, anziché essere sempre il medesimo giudice, ci fosse stata una normale e logica turnazione?”.

Secondo Cricenti il punto è proprio l’assetto organizzativo. “È di tutta evidenza che buona parte di quegli indagati avrebbe evitato la gogna e gli arresti se non fosse stato predisposto un meccanismo di rapporti tra Procura e ufficio gip tale da garantire alla prima un interlocutore prevedibile”.

Il magistrato sottolinea che il caso milanese non sarebbe isolato. “Quello di Mani Pulite non è stato e non è l’unico caso. È solo il più noto. In diversi tribunali l’ufficio del gip è organizzato in modo tale che la Procura abbia un interlocutore privilegiato“.

Il rischio di giudici “già orientati”

Il cuore dell’intervento di Cricenti riguarda il rapporto tra pm e giudice nella fase delle indagini preliminari. Secondo il magistrato, se l’organizzazione degli uffici rende prevedibile il giudice che deciderà, le garanzie per il cittadino rischiano di indebolirsi. “Quale garanzia può derivare al cittadino se l’organizzazione della giustizia può essere usata per far sì che le richieste delle Procure vadano ai giudici che sono, a torto o a ragione, predisposti ad accoglierle?”.

La frase chiave del ragionamento è ancora più netta. “Le garanzie decadono se i giudici sono già orientati ad accogliere le richieste dei colleghi“. Secondo il consigliere della Cassazione la separazione delle carriere potrebbe incidere proprio su questo punto. “La riforma impedisce che l’indagato debba difendersi da un’opinione già fatta tra giudice e pubblico ministero“. E conclude. “Un sistema che separi nettamente le funzioni non può che giovare al cittadino sottoposto a indagini“.

Il pubblico ministero non diventa un “poliziotto”

Tra le principali critiche alla riforma della separazione delle carriere c’è quella secondo cui il pubblico ministero perderebbe la cosiddetta “cultura della giurisdizione”. Cricenti respinge l’obiezione. “Si obietta che, in tal modo, il pm diventa un poliziotto, una parte privata dedita a vincere le cause piuttosto che a ricercare la verità“.

Ma, secondo il magistrato, questa lettura non tiene conto delle regole del processo. “L’azione del pubblico ministero resta quella di sempre, regolata dalle norme della procedura penale, che non cambiano”. E aggiunge. “Quelle norme gli impongono di chiedere l’archiviazione se non ha elementi sufficienti contro l’indagato”. Il principio dunque resterebbe invariato. “Oggi il pm è obbligato a chiedere l’archiviazione in assenza di elementi sufficienti non dalle norme che la riforma intende cambiare, ma dalle regole del processo“. Per questo, conclude Cricenti, la separazione delle carriere non modificherebbe la natura dell’azione penale. “Domani sarà esattamente come oggi, con il vantaggio però di avere un contraddittorio più netto tra accusa e difesa“.

L’obbligatorietà dell’azione penale e il rischio politico

Un’altra critica spesso avanzata riguarda il rischio di condizionamento politico delle Procure. Anche su questo punto Cricenti si dice netto. “Resta, come oggi, l’obbligatorietà dell’azione penale, che impone al pm di indagare davanti alla notizia di un reato”.

Secondo il magistrato questo principio costituzionale impedisce interferenze esterne. “Alla telefonata del potente che gli chiedesse di non indagare su un politico, il pm potrà opporre che è obbligato a farlo dalla Costituzione“. Il principio resterebbe identico anche dopo la riforma. “La Costituzione continuerà ad essere dalla sua parte”. Da qui la conclusione. “Nessun rischio di controllo politico, dunque”.

Le assoluzioni e il sistema attuale

Cricenti richiama poi le numerose inchieste che negli ultimi decenni hanno coinvolto centinaia di persone. “Le cronache di questi decenni riportano notizie di operazioni giudiziarie che hanno coinvolto centinaia di cittadini in indagini poi finite in maggior parte con assoluzioni”. Per il magistrato non si tratta di episodi isolati. “Non stiamo parlando di errori sporadici“.

La spiegazione, secondo lui, è più profonda. “L’errore è l’esito di una colpa umana, mentre qui siamo davanti a una distorsione che questo sistema di integrazione tra pubblici ministeri e giudici consente e favorisce“.

Un sistema che, secondo Cricenti, finisce anche per diluire le responsabilità. “Quando un imputato viene assolto dopo essere stato in custodia cautelare, il pubblico ministero può dire che non è stato lui ad applicarla, ma il giudice”. Ed è proprio questo, sostiene il magistrato, uno dei problemi. “È il sistema attuale che mimetizza il pubblico ministero in un ordinamento unico con il giudice”.

La riforma per cambiare le prassi distorte

Nella parte finale del suo intervento il consigliere della Cassazione affronta la questione delle riforme della giustizia. Secondo il magistrato non ha senso opporsi alle modifiche sostenendo che la maggioranza dei magistrati lavori correttamente. “Le riforme si fanno per cambiare le prassi distorte, non quelle virtuose”.

Cricenti riconosce che molti pubblici ministeri operano con equilibrio. “Se c’è una piena maggioranza di pubblici ministeri che fa benissimo il suo lavoro, questo è un dato reale”. Ma, aggiunge, il problema resta. “Se esiste una minoranza che approfitta del sistema abusandone, la riforma è giustificata da questi ultimi”. La conclusione del magistrato è quindi chiara. “Le storture non sono semplici errori. Sono situazioni favorite dal sistema“.

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