Nel pieno del dibattito politico e giudiziario sulla riforma della giustizia e sul referendum costituzionale, il confronto resta acceso soprattutto sui temi della separazione delle carriere, del ruolo del pubblico ministero e degli equilibri tra magistratura e politica. C’è chi vede nella riforma un passo verso un sistema più garantista, e chi invece teme che possa indebolire gli strumenti di contrasto alla criminalità organizzata.
Per approfondire questi nodi abbiamo intervistato Giuseppe Di Renzo, noto avvocato penalista del Foro di Vibo Valentia, che sostiene apertamente il “Sì” al referendum. Nelle sue risposte affronta i punti più controversi della riforma: dal rapporto tra magistratura e politica alla questione della terzietà del giudice, fino alle critiche che arrivano da parte di una parte della magistratura.
Avvocato, chi sostiene il “Sì” al referendum sulla riforma della giustizia parla di una svolta garantista, ma molti magistrati sostengono che rischia di indebolire gli strumenti di contrasto alla criminalità organizzata. Non teme che questa riforma, in territori come il Sud, possa essere percepita come un passo indietro nella lotta alle mafie?
“Ho seria difficoltà a capire, nonostante mi sforzi di farlo, da un apprezzabile periodo di tempo, quale norma contenuta nella legge di riforma costituzionale sottoposta al prossimo referendum induca alcuni Magistrati a diffondere urbi et orbi questa amenità. Non c’è alcun riferimento normativo che possa considerarsi incidente sull’efficacia della lotta alle mafie. L’unico passo indietro che la riforma produrrà è quella del correntismo e di una certa magistratura militante. Sostanzialmente il fronte del NO si è affidato alla purissima propaganda.”
Negli ultimi anni la politica ha spesso accusato la magistratura di interferenze nella vita pubblica, ma allo stesso tempo sono state proprio le indagini giudiziarie a far emergere scandali e sistemi di potere. Il referendum serve davvero a migliorare la giustizia o è anche un modo per ridimensionare il ruolo dei magistrati scomodi?
“Intanto, francamente, segnalo che il referendum costituzionale non è teso a “migliorare” la Giustizia o a ridimensionare Magistrati scomodi che, spesso come la recente storia giudiziale del Paese dimostra, vengono ridimensionati dai provvedimenti giurisdizionali emessi nei procedimenti di merito o di legittimità, quest’ultimi dinanzi alla Corte di Cassazione. D’altra parte, che la magistratura, latu sensu intensa, abbia inciso sulla vita politica del Paese credo che dal 1992 in avanti nessuno possa fondatamente contestarlo. Il tema, piuttosto, è quello dell’approdo delle indagini sul malcostume politico a sentenze definitive di accertamento del fatto, posto che invece la prassi restituisce numerose pronunce assolutorie a fronte di misure cautelari frettolosamente emesse e che hanno destrutturato intere amministrazioni pubbliche pregiudicando la vita politica del Paese, (si pensi a Giunte e Consigli Regionali sciolti, Ministri e Sottosegretari dimessi, Parlamentari cautelati), vite ed esperienze politiche irrimediabilmente pregiudicate (salvo pervenire a pronunce assolutorie a danno ormai compiuto).”
Molti cittadini non capiscono perché si intervenga con un referendum su alcuni aspetti della giustizia mentre i problemi più sentiti restano i tempi dei processi e la carenza di personale nei tribunali. Non c’è il rischio che si stia affrontando un tema simbolico lasciando irrisolte le questioni che pesano davvero sulla vita delle persone?
“La terzietà del Giudice rispetto alle parti processuali, che è l’oggetto principale della riforma, non è un aspetto marginale o simbolico quanto piuttosto rappresenta il tema fondante dell’Ordinamento. Pur non minimizzando il tema dei tempi processuali osservo che questo può essere affrontato con legge ordinaria mentre l’equidistanza del Giudice rispetto alle parti non può che essere il primario interesse di ogni attento Legislatore, fermo restando, come Lei ben sa, che tutti i Paesi dell’Occidente sviluppato, salvo quelli di tipo anglosassone, hanno nel loro Ordinamento la separazione tra l’Organo requirente e quello giudicante.”
Un altro punto riguarda i nodi reali della giustizia italiana: le ingiuste detenzioni, l’abuso della custodia cautelare, gli errori giudiziari. Questa riforma, però, non sembra incidere davvero su questi problemi strutturali. E allo stesso tempo il dibattito pubblico sembra concentrarsi quasi esclusivamente sui diritti degli indagati, mentre spesso le persone offese dai reati restano ai margini.
“Sarà un mio limite o defaillance intellettuale ma, continuo a non capire perché si debba astrarre a tutti i nodi della Giustizia italiana, non ultimi quelli che Lei evoca, la riforma che ci occupa, che ad onor del vero non pregiudica in alcun modo diritti e prerogative delle persone offese dai reati. Mi si indichino, e l’interrogativa è retorica, quale sono le norme che produrrebbero l’effetto da Lei paventato.”
Avvocato, con la riforma si ridiscute il ruolo del pubblico ministero e c’è chi teme che, tra separazione delle carriere e possibile revisione dei rapporti con la polizia giudiziaria, il pm finisca per diventare una sorta di “super investigatore” sempre più potente nella fase delle indagini. Non c’è il rischio che, nel tentativo di riequilibrare il sistema, si finisca per creare una figura ancora più forte e meno controllata?
“Credo che questo rischio sia improbabile nel verificarsi in ragione del fatto che il sistema è comunque retto su più forme di validazione giurisdizionale dell’operato del PM attraverso decisione dei giudici, via via inseriti nella sequenza procedimentale. Riteniamo, invece, che affrancare i giudicanti dall’incidenza delle Procure in seno al CSM li renderà totalmente liberi di decidere cognita causa, senza alcun timore di pregiudizio alla propria carriera. Siamo di fronte invece alla la concreta attuazione costituzionale del caposaldo del sistema individuato nel giusto processo.”
Lei sostiene il “Sì”, ma le faccio una domanda molto concreta: se chiedesse ai suoi assistiti – indagati, imputati o persone che hanno avuto a che fare con la giustizia – come voteranno al referendum, cosa le risponderebbero?
“Ritengo che i più avveduti e tra questi riconduco soggetti con esperienza processuale, e che quindi ben conoscono il valore della terzietà del giudicante, voterebbero inequivocamente per le posizioni del SI. Da ultimo, nel ringraziare il suo giornale per lo spazio offerto, rappresento che se si fosse parlato o si fosse dibattuto in questa campagna elettorale, sulle questioni di merito, senza buttare “la palla in tribuna”, come si suol dire, confrontandosi con i profili normativi concreti, nessuno di noi avrebbe avuto dubbi sulla vittoria del SI e la società italiana non avrebbe rischiato di perdere un’occasione storica per riequilibrare il sistema. D’altra parte la nostra Costituzione è stata già modificata (ben 22 volte) rappresentando ancora oggi l’architrave della società con ciò dimostrandosi che modificare la Carta costituzionale non è un atto eversivo.”









