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10 Marzo 2026
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Sahel e le nuove leve dei Grande Aracri, la Dda di Catanzaro chiede 32 condanne (NOMI)

Il pm della distrettuale ha invocato pene tra i 20 e i due anni di reclusione per gli imputati che hanno scelto il rito abbreviato

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Ha chiesto pene tra i 20 e i 2 anni di reclusione il pm della distrettuale di Catanzaro nei confronti di 32 imputati che hanno optato per il rito abbreviato nell’ambito dell’ inchiesta Sahel, che aveva portato il 20 settembre del 2024 a 31 misure cautelari, di cui 15 in carcere, 7 ai domiciliari e 9 all’obbligo di dimora, indagine che ruota intorno ai nuovi assetti criminali a Cutro e nella provincia di Crotone dopo che il boss ergastolano Nicolino Grande Aracri avrebbe abbozzato un percorso di collaborazione con la giustizia, e sulle nuove leve all’opera per attuare un vasto disegno estorsivo ai danni degli imprenditori.

I nomi di coloro che hanno scelto il rito abbreviato 

In particolare la  Dda ha invocato per Angelo Aiello, di Cadelbosco Sopra, 13 anni e 5 mesi di reclusione; Antonio Abbruzzese, di Catanzaro, 8 anni e 26mila euro di multa; Domenico Barletta, 3 anni e 6mila euro di multa, residente a Mesoraca; Antonio Colacino, di Cutro, 13 anni e 5 mesi Domenico Diletto, di Cutro, 4 anni e 4mila di multa; Pasquale Diletto, di Cutro, 4 anni, 4 mesi di reclusione e 4.400 euro di multa; Francesco Ferrazzo, di Mesoraca, 2 anni e 4 mesi di reclusione e 6mila euro di multa; Giuseppe Ferrazzo, di Mesoraca, 2 anni, 8 mesi e 5.400 euro di multa; Paolo Fiorentino, di Catanzaro, 6 anni, 4 mesi di reclusione e 20mila di multa; Giuseppe Grimaldi, di Mesoraca, 4 anni e 6.700 euro di multa; Paolo Gualtieri, di Isola Capo Rizzuto, 4 anni e 6.700 euro di multa; Raffaele Gualtieri, 4 anni 6.700 euro di multa; Renato Guarnieri, di Catanzaro, 4 anni e 6 mesi; Benedetto Marchio, di Mesoraca, 3 anni e 4mila euro di multa; Francesco Maugeri, di Petilia Policastro, 3 anni e 4mila euro di multa;  Giuseppe Migale Ranieri, di Cutro, 13 anni e 5 mesi; Antonio Pasquale Muto, di Cutro, 20 anni di reclusione; Giuliano Muto (37 anni), di Cutro, 12 anni si reclusione; Giuliano Muto (27), di Cutro, 20 anni di reclusione; Giuseppina Muto, di Petilia Policastro, 3 anni e 2mila euro di multa; Vito Muto,(59 anni) di Cutro, 20 anni; Vito Muto (50), di Cutro, 5 anni e 5mila euro di multa; Fedele Oliverio, di Cutro, 5 anni e 5mila di multa;  Rosario Parrotta, di Cutro, 20 anni di reclusione; Fabio Passalacqua, di Crotone, 10 anni, 4 mesi e 30.400 euro di multa; Leonardo Passalacqua, di Crotone, 3 anni e 4mila di multa;  Patrick Patitucci, di Roggiano Gravina, 3 anni, 3 mesi e 6.700 euro di multa; Salvatore Peta, di Cutro, 14 anni; Rosanna Policastrese, di Cutro, 12 anni; Matteo Santoro, di Reggio Emilia, 2 anni e 4 mesi e 4.400 euro di multa; Marco Massafra, di San Pietro Vernotico (Br), 6 anni e 18mila euro di multa; Carlo Verni, di Cutro, 18 anni di reclusione. Per altri 17 imputati, che hanno proseguito l’ordinaria udienza preliminare ci sono già stati 17 rinvii a giudizio (LEGGI).  

La riorganizzazione della cosca

Un’indagine che mira a far luce  sulla presunta riorganizzazione della cosca Martino, considerata erede della storica famiglia di ‘ndrangheta  di Cutro e che copre un arco temporale di oltre quindici anni, disegnando uno scenario complesso, in cui la Dda ipotizza l’esistenza di una nuova struttura criminale autonoma, ma ancora radicata nei tradizionali meccanismi mafiosi. Tra gli indagati figura la moglie di Martino, Veneranda Verni, considerata dagli inquirenti una figura chiave nella gestione delle estorsioni e nel mantenimento dei contatti con altre cosche, come quella dei Mannolo di San Leonardo di Cutro. Insieme a lei, i figli Salvatore e Francesco Martino, entrambi accusati di aver agito in prima persona per mantenere il controllo sul territorio e favorire investimenti in attività economiche ritenute vicine alla cosca.

Le accuse

La Dda contesta a vario titolo agli indagati le estorsioni ai danni di imprenditori locali, in alcuni casi con richieste di denaro o beni materiali, in altri con richieste di posti di lavoro; il traffico di sostanze stupefacenti, con un’organizzazione autonoma ma collegata alla cosca, operante tra Cutro, Crotone, Catanzaro, Cosenza e Brindisi, il possesso e traffico di armi da fuoco, anche di provenienza illecita, custodite in luoghi nascosti nei pressi di aziende agricole e le intimidazioni mediante l’uso di esplosivi e minacce di morte, anche nei confronti di familiari. 

L’ombra della cosca sulle attività economiche locali

Secondo le ipotesi di accusa, la cosca avrebbe tentato di condizionare il mercato locale attraverso intestazioni fittizie di beni, acquisizione di appalti pubblici e infiltrazione nel tessuto imprenditoriale, in particolare nei settori dell’edilizia, della ristorazione e del movimento terra. L’obiettivo dichiarato dagli inquirenti sarebbe stato quello di ottenere vantaggi economici e politici, alterando anche il libero esercizio del voto. Inoltre, molte delle contestazioni sono supportate da intercettazioni.

Il collegio difensivo

Sono impegnati nel nutrito collegio difensivo, tra gli altri, gli avvocati Salvatore Staiano, Stefano Nimpo, Vincenzo Garrubba, Carmen Chiefari, Salvatore Rossi, Francesco Ansani, Eugenio Felice Perrone, Fabrizio Salviati, Pierpaolo Panza, Alessandro Guerriero, Leonardo Citrato, Arduino Foresta, Mary Aiello, Arturo Bova, Gregorio Viscomi, Luigi Colacino, Antonio Ierardi, Sergio Rotundo, Giuseppe Fonte, Aldo Truncè, Francesco Severino, Elisabetta Sacco, Luigi Villirilli, Piero Mancuso, Anselmo Mancuso, Fabrizio Salviati, Salvatore Iannone, Antonio Ludovico.

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