Sono comparsi stamane dinanzi alla gip del Tribunale di Catanzaro Gilda Danila Romano per l’interrogatorio di garanzia i tre indagati dell’operazione “Pay Up“, raggiunti dall’ordinanza di custodia cautelare emessa su richiesta della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro. Si tratta di Angelo Mazza, 30 anni, di Borgia, Saverio Ciambrone, 62 anni, di Gimigliano, e Salvatore Montesano, 31 anni, di Catanzaro: tutti accusati di tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso.
Le posizioni difensive hanno seguito strade distinte. Ciambrone e Montesano, assistiti dall’avvocato Antonio Ludovico, hanno scelto di rispondere al giudice, negando ogni addebito. La loro versione è stata netta: hanno dichiarato di trovarsi meravigliati di fronte alle accuse. Una difesa che punta dritta al cuore del teorema accusatorio, mettendo in discussione il presupposto stesso del concorso nel reato. L’avvocato Ludovico ha formalizzato la richiesta di revoca o sostituzione della misura cautelare. Angelo Mazza, difeso dall’avvocato Isabella Camporato, ha invece esercitato la facoltà di non rispondere in attesa di avere contezza degli atti.
Le accuse: il “pizzo” per i detenuti dei clan
Secondo l’impianto accusatorio della Dda di Catanzaro, i tre avrebbero tentato in modo sistematico di imporre il cosiddetto “pizzo” ad imprenditori operanti nel territorio di Roccelletta di Borgia, zona storicamente segnata dalla presenza della cosca Catarisano. Le somme richieste, stando agli atti, sarebbero dovute servire al mantenimento dei detenuti appartenenti alle cosche di Borgia e di Decollatura — un meccanismo tipico delle organizzazioni mafiose, che rafforza il vincolo associativo e mantiene il controllo del territorio anche quando i capi sono dietro le sbarre. Le vittime, invece di cedere alle pressioni, hanno avuto il coraggio di sporgere denuncia: dalle loro testimonianze è scaturita l’intera indagine, che i carabinieri del Comando provinciale di Catanzaro hanno poi tradotto in tre misure cautelari.
I tre episodi contestati: dalla spiaggia al cantiere
Il primo episodio riguarda un stabilimento balneare di Roccelletta di Borgia: Mazza avrebbe avvicinato il titolare chiedendogli quattromila euro — duemila a inizio stagione, duemila a fine — evocando i nomi di Bruno Abbruzzo, figlio dell’attuale reggente Pietro Abbruzzo, entrambi già arrestati il 22 febbraio 2024 nell’ambito dell’operazione “Scolacium” e condannati dal gup del Tribunale di Catanzaro il 1° dicembre 2025. Nomi pronunciati non per caso, secondo gli inquirenti, ma per ricordare alla vittima con chi aveva a che fare.
Il secondo episodio, quello del 29 agosto 2025, vede Mazza avvicinarsi a bordo di una Smart a un operaio di un cantiere, con parole cristallizzate negli atti: “Mastro… senza tante spiegazioni, oggi dovete andare da qua… ve ne dovete andare da qua… e voi poi parlate con chi parlate“. Nessun nome, nessuna cifra: solo la minaccia implicita di chi conosce il linguaggio del territorio.
Il terzo episodio è il più articolato e coinvolge tutti e tre gli indagati. Il 10 luglio 2025, Ciambrone, detto “Vèvè“, si presenta alla sede di una ditta a Gimigliano, parla di «amici» detenuti e cita le cosche di Borgia e la cosca Scalise di Decollatura. Il 14 luglio arrivano al cantiere Mazza e Montesano: quest’ultimo chiama il titolare al telefono, si qualifica come “l’amico del Ciambrone” e cerca un incontro. Anche questo imprenditore ha denunciato.
Da Scolacium a Johnny, la lunga guerra ai clan di Borgia
“Pay Up” non nasce nel vuoto. Si inserisce in un filone investigativo che negli anni ha inferto colpi pesanti alle cosche del catanzarese. L’operazione “Johnny” aveva azzerato una prima generazione della cosca Catarisano, portando alla condanna definitiva di Salvatore Abbruzzo, detenuto dal maggio 2017. In seguito erano emersi Pietro Abbruzzo e Massimo Citraro, che avevano preso il controllo del territorio, coadiuvati da Bruno Abbruzzo, Vincenzo Tolone e Sandro Ielapi — quest’ultimo oggi collaboratore di giustizia — in contrapposizione ai Bruno di Vallefiorita.
L’operazione “Scolacium” del febbraio 2024 aveva poi decapitato il vertice con l’arresto di padre e figlio Abbruzzo. Eppure, nonostante i colpi subiti, le indagini dimostrano — sempre nella prospettiva dell’accusa e nella fase preliminare del procedimento — che il controllo del territorio non si è dissolto. Il meccanismo del mantenimento dei detenuti, contestato anche in questa indagine, testimonia come il clan continui a esistere e operare anche quando i suoi capi sono dietro le sbarre. Ora la parola passa alla gip Romano, che dovrà valutare le memorie difensive e decidere sulle richieste di revoca o sostituzione delle misure. Il procedimento è nella sua fase cautelare: gli indagati sono da considerarsi innocenti fino a eventuale condanna definitiva.









