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9 Marzo 2026
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Vibo prima e dopo Rinascita, Falvo: “La ‘ndrangheta controllava tutto, peggio di Reggio ma la gente ha reagito”

Il procuratore racconta gli anni dell’offensiva alle cosche: “Quando arrivai capii che la situazione era drammatica, i boss comandavano e decidevano persino chi poteva andare in ospedale. Rinascita Scott è stata la liberazione"

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Tra poche settimane lascerà Vibo Valentia per assumere la guida della Procura antimafia di Potenza. Con la partenza di Camillo Falvo, la Calabria perde un altro protagonista della stagione di contrasto alla ’ndrangheta che negli ultimi dieci anni ha segnato quella che molti hanno definito una “primavera di legalità”.

Falvo è tornato nei giorni scorsi a San Pietro a Maida, il paese dove è cresciuto, ospite dell’associazione Sapere Aude, guidata dall’avvocato Franco Giampà. L’occasione è stata la presentazione del libro dell’ex sindaco di Gerocarne Vitaliano Papillo, “La Primavera in Calabria”, racconto di un’esperienza amministrativa in uno dei centri più complessi dell’entroterra vibonese. L’incontro, moderato dal giornalista Danilo Monteleone, si è svolto nel municipio del paese. Oltre all’autore del libro e al presidente dell’associazione, erano presenti anche il sindaco di San Pietro a Maida Domenico Giampà e il procuratore Falvo, che ha ripercorso con numerosi aneddoti gli anni più duri della lotta alla ’ndrangheta nel Vibonese.

“Quando arrivai a Vibo capii che la situazione era drammatica”

Nel suo intervento Falvo è tornato alle origini della sua esperienza sul territorio, ricostruendo il prima e il dopo della provincia vibonese, una trasformazione lenta ma profonda che, secondo il magistrato, spiega meglio di qualsiasi statistica il livello di penetrazione raggiunto dalla ’ndrangheta negli ultimi decenni. Il procuratore ha ricordato che il Vibonese non è sempre stato il territorio soffocato dal potere mafioso emerso dalle inchieste degli ultimi anni. Per molto tempo è stata una provincia viva, economicamente dinamica, con una società civile attiva e una economia che ruotava attorno al commercio, all’artigianato e al turismo. “Il territorio di Vibo fino a trent’anni fa era completamente diverso da quello che abbiamo trovato noi”, ha spiegato. “Io l’ho conosciuto prima da giudice nel 2006 e poi da pubblico ministero dal 2012. Era una città florida, una realtà viva”.

Falvo ha evocato anche un ricordo personale di quella stagione. “Ricordo che quando ero ragazzo venivo a Vibo con mio padre. Era una città abituata al movimento, al commercio, alla gente che lavorava. Era una cittadina florida della costa tirrenica”. Poi, lentamente, qualcosa cambia. Il sistema criminale cresce, si rafforza, occupa spazi sempre più ampi dell’economia e della vita pubblica. La trasformazione diventa evidente soprattutto nei racconti dei collaboratori di giustizia, primo fra tutti Andrea Mantella, le cui dichiarazioni hanno contribuito a ricostruire dall’interno il funzionamento della rete mafiosa vibonese. “A un certo punto – racconta Falvo – tutta la provincia era completamente in mano alla criminalità organizzata. Non si muoveva nulla che loro non volessero”.

Secondo il magistrato non si trattava soltanto di controllo militare del territorio, ma di una egemonia sociale ed economica diffusa, capace di influenzare appalti, attività commerciali, sanità e persino la vita quotidiana delle persone. Un sistema così capillare da sorprendere anche magistrati abituati a lavorare nei territori più difficili della Calabria. “Io lo dicevo spesso anche ai colleghi: guardate che Vibo è peggio di Reggio Calabria. Non è paragonabile”, ha raccontato. “Per quanto Reggio sia la città più importante della ’ndrangheta, qui la penetrazione era addirittura superiore”.

Una frase che fotografa il livello di controllo raggiunto dalle cosche nella provincia più piccola della Calabria. “I fatti lo hanno dimostrato”, ha aggiunto Falvo. “Le indagini, le operazioni e quello che è emerso negli ultimi anni raccontano di un territorio dove la criminalità organizzata era riuscita a infiltrarsi ovunque”. Ed è proprio questa consapevolezza, maturata nel corso degli anni di indagini e riscontri investigativi, che ha portato alla costruzione del grande mosaico giudiziario culminato nell’operazione Rinascita Scott, destinata a segnare uno spartiacque nella storia recente del Vibonese.

La nascita di Rinascita Scott e il nome dell’operazione

Falvo ha poi ripercorso la genesi della maxi inchiesta Rinascita Scott, l’operazione che nel dicembre 2019 scosse l’intera provincia vibonese con centinaia di arresti e diede il via a uno dei più grandi processi contro la ’ndrangheta mai celebrati in Italia. L’origine dell’indagine risale a cinque anni prima, quando l’attenzione degli investigatori si concentra su un passaggio cruciale per gli equilibri criminali del territorio. “Rinascita Scott nasce nel 2014, quando Luigi Mancuso era appena uscito dal carcere”, ha raccontato il procuratore. “Attenzionammo subito la sua figura perché l’uscita del boss poteva segnare la rinascita dell’organizzazione dei Mancuso”. Il riferimento è al capo storico della cosca di Limbadi, considerato per anni uno dei vertici della ’ndrangheta vibonese. La sua scarcerazione, secondo gli investigatori, rischiava di rappresentare il punto di ripartenza di un sistema criminale già fortissimo sul territorio.

Da qui la scelta di avviare un’indagine ampia e sistematica. “All’inizio la rinascita era quella della cosca”, ha spiegato Falvo. “Il timore era che l’organizzazione potesse riorganizzarsi dopo gli anni di detenzione del suo capo”. Poi, nel corso degli anni di indagine, il significato di quel nome cambia completamente. “Il significato si è ribaltato: è diventata la rinascita del territorio liberato dalla criminalità organizzata”.

Falvo ha ricordato anche le difficoltà investigative dei primi anni, quando l’inchiesta muoveva i primi passi quasi in solitudine. “Per tre o quattro anni ci lavoravo praticamente da solo”, ha raccontato. “Poi nella fase finale, quando sono arrivate le informative e gli sviluppi investigativi più importanti, abbiamo costruito il grande mosaico dell’indagine”. Un lavoro enorme, fatto di intercettazioni, riscontri investigativi, dichiarazioni di collaboratori di giustizia e analisi dei rapporti tra cosche, imprenditoria e politica. “Abbiamo riunito in un’unica indagine tutte le principali attività investigative che negli anni avevo istruito sul territorio”, ha spiegato il magistrato. “La parte sulla provincia, quella sulla città, le dinamiche interne alle cosche, i rapporti con l’economia”.

Il risultato è stata una ordinanza cautelare imponente, destinata a colpire il cuore della ’ndrangheta vibonese. Ma la complessità non era soltanto investigativa. Anche la fase operativa dell’arresto si presentava come una macchina organizzativa enorme. “Era una cosa spaventosa solo coordinare tutte le forze che dovevano intervenire”, ha ricordato Falvo. “I carabinieri che dovevano eseguire gli arresti, la gestione delle persone fermate, l’organizzazione logistica”. A rendere tutto ancora più complicato intervenne anche una fuga di notizie che costrinse gli investigatori ad anticipare i tempi. “Il giorno stesso del mio insediamento a Vibo siamo stati costretti ad anticipare l’esecuzione degli arresti”, ha raccontato. “Una decisione necessaria per evitare che qualcuno potesse sottrarsi alle misure”. Da quel momento Rinascita Scott sarebbe diventata il simbolo della più grande offensiva giudiziaria mai portata contro la ’ndrangheta vibonese, aprendo una stagione investigativa e processuale destinata a cambiare il volto del territorio.

“Qui i boss decidevano persino chi poteva andare in ospedale”

Il procuratore ha poi raccontato uno degli aspetti più inquietanti emersi dalle indagini: il livello di controllo sociale esercitato dalle cosche sulla vita quotidiana della popolazione. Un potere che non si limitava agli affari criminali o agli appalti pubblici, ma arrivava a influenzare perfino le decisioni più elementari della vita delle persone. “C’era gente che non poteva neanche andare in ospedale senza il permesso dei criminali”, ha spiegato Falvo. “Erano loro a decidere chi faceva la visita e quando”.

Un sistema di dominio che emerge con forza anche dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e dalle intercettazioni raccolte nel corso degli anni di indagine. Tra gli episodi che più hanno colpito il magistrato c’è quello raccontato proprio dal pentito Andrea Mantella, relativo alla sanità vibonese. “Mi raccontò Mantella che quando doveva arrivare un nuovo direttore sanitario lo aspettavano appena sceso dall’auto per dirgli: tu qua non devi venire”, ha ricordato Falvo. Un modo brutale ma efficace per far capire chi dettava realmente le regole sul territorio.

Il potere delle cosche non si limitava dunque alle attività criminali tradizionali, ma condizionava interi settori della vita pubblica, dalle strutture sanitarie alle amministrazioni locali, fino all’economia. Ma il racconto del procuratore va oltre. Falvo ha spiegato che la vera forza della ’ndrangheta stava anche nella diffusione di una mentalità di complicità e di paura che, per anni, ha coinvolto una parte della popolazione. A dimostrarlo è un episodio emerso durante le intercettazioni ambientali. “C’era una vecchietta che vide una macchina sospetta nel paese”, ha raccontato. “Non era una macchina del posto, era una macchina civetta dei carabinieri del Ros che stavano facendo delle indagini. Questa signora andò subito dal boss per dirgli: guardate che ho visto questa macchina, probabilmente stanno facendo indagini”. Un comportamento che per Falvo rappresenta perfettamente il clima che si respirava in alcuni centri del Vibonese. “Questo significa che la mentalità mafiosa era penetrata così profondamente nella società da diventare quasi un riflesso naturale”, ha spiegato. “Quella che avrebbe dovuto essere una sentinella della legalità diventava invece una sentinella della criminalità”.

Un sistema di controllo sociale che, secondo il procuratore, per anni ha garantito protezione e copertura alle cosche, rendendo ancora più difficile il lavoro degli investigatori. “Per questo – ha concluso Falvo – smantellare un sistema del genere non significa solo fare arresti, ma cambiare una cultura, rompere una mentalità che per troppo tempo ha condizionato la vita di intere comunità”.

“Dopo l’operazione ci fu una ubriacatura di legalità”

L’esecuzione dell’operazione Rinascita Scott non ha prodotto soltanto uno dei più grandi terremoti giudiziari nella storia recente della Calabria, ma ha avuto anche un impatto sociale immediato sul territorio. Un cambiamento percepito nelle settimane successive ai maxi arresti, quando la popolazione iniziò a manifestare apertamente sostegno alla magistratura e alle forze dell’ordine. Falvo ricorda con emozione quei giorni, quando per la prima volta dopo anni di silenzi e timori si vide una reazione pubblica della società civile. “C’è stata quella che io ho chiamato una ubriacatura di legalità”, ha raccontato. “Perché da chi per anni e anni era stato sottomesso, da chi aveva vissuto in una condizione di paura e di condizionamento, improvvisamente è arrivata una reazione fortissima”. Il riferimento è alla manifestazione spontanea organizzata davanti al palazzo di giustizia di Vibo Valentia e poi davanti al comando provinciale dei carabinieri, quando centinaia di cittadini scesero in strada per esprimere vicinanza agli investigatori. “Io ricordo quella manifestazione dei cittadini sotto la Procura e poi davanti al comando provinciale dei carabinieri”, ha spiegato Falvo. “È stato un momento molto forte, perché si percepiva la sensazione di liberazione da una situazione che per anni aveva oppresso questo territorio”.

Secondo il procuratore, quella reazione popolare era il segnale di un cambiamento profondo che stava iniziando a maturare nella società vibonese. “Quando una comunità vive per tanto tempo sotto il controllo della criminalità organizzata, quando si è costretti ad accettare certe dinamiche, il giorno in cui quella cappa si solleva si crea una sorta di entusiasmo collettivo”, ha osservato. “È come se la gente sentisse finalmente di poter respirare”. Ma proprio quell’ondata di entusiasmo rappresentava anche una responsabilità enorme per le istituzioni. Falvo ha spiegato che dopo una operazione di quella portata non bastava portare avanti l’indagine e il processo. Bisognava anche accompagnare il territorio in una fase delicata. “Una situazione del genere andava gestita”, ha sottolineato. “Perché passare da un clima di questo tipo, da un clima in cui la criminalità organizzata aveva un controllo totale, a una situazione di liberazione completa non è una cosa semplice”.

Per questo, secondo il magistrato, il lavoro della magistratura non si esaurisce con l’arresto dei boss o con l’avvio dei processi. “Non si trattava soltanto di fare il processo, ma anche di gestire gli effetti sociali di un’operazione di questa portata”, ha spiegato. “Bisognava far capire ai cittadini che lo Stato c’era, che quello non era un momento passeggero ma l’inizio di un percorso diverso per questo territorio”. Una sfida che, per Falvo, riguarda soprattutto il rapporto tra giustizia e società. “Quando lo Stato dimostra di essere presente e credibile, quando le persone vedono che le istituzioni fanno il loro dovere, anche la società civile trova il coraggio di reagire”, ha concluso. “E quella reazione è la vera forza che può cambiare un territorio”.

Il confine difficile tra contiguità e responsabilità

Uno dei passaggi più significativi del suo intervento riguarda il rapporto tra istituzioni e contesto mafioso. Falvo ha spiegato quanto sia difficile distinguere tra relazioni sociali inevitabili e responsabilità penali. “In territori come il Vibonese è quasi impossibile non avere rapporti con persone che appartengono a famiglie legate alla criminalità”, ha detto. Per questo il lavoro dei magistrati deve essere molto attento. “Bisogna capire che tipo di rapporti sono e per quali fini vengono coltivati. Il compito del magistrato è distinguere tra chi opera in un certo modo e chi invece si comporta diversamente”.

Falvo ha ricordato che proprio questo è stato uno degli aspetti più delicati delle grandi indagini sulla provincia vibonese: separare le responsabilità penali reali dal semplice contesto ambientale. Noi abbiamo fatto uno sforzo enorme per distinguere le vere responsabilità dalle semplici relazioni sociali”, ha spiegato. “Perché in territori dove la presenza della criminalità organizzata è così radicata il rischio è quello di confondere i due piani”.

Il magistrato ha poi richiamato un principio fondamentale dello Stato di diritto: il processo serve proprio a verificare se le accuse trovano conferma nelle prove. “Il processo serve per accertare la verità”, ha ricordato. “Non esiste un processo che nasce già con un esito scritto. L’assoluzione non è la morte del processo, è la fisiologia del processo”, ha osservato Falvo. “Anzi, dimostra che il sistema funziona, perché significa che la prova non si è formata e che quindi lo Stato di diritto ha fatto il suo corso”.

“Il Vibonese è uno dei territori più difficili d’Italia”

Falvo non ha nascosto le difficoltà di lavorare in una realtà così complessa, dove per anni la presenza della criminalità organizzata ha condizionato ogni ambito della vita pubblica. “Il Vibonese è uno dei territori più difficili d’Italia”, ha spiegato senza mezzi termini. “Qui è più difficile fare il procuratore, è più difficile fare il capitano dei carabinieri, è più difficile fare il sindaco, l’amministratore, il medico”. Una difficoltà che non riguarda soltanto chi indaga o chi amministra la cosa pubblica, ma che si riflette sull’intera società. “In un territorio dove la criminalità organizzata è così radicata diventa più difficile fare qualsiasi cosa”, ha sottolineato. “Perché il grado di penetrazione della criminalità nell’economia e nella vita sociale è altissimo”.

Falvo ha ricordato che proprio le indagini degli ultimi anni hanno fotografato con chiarezza questa realtà. “I dati parlano da soli”, ha osservato. “In una provincia piccola come quella di Vibo Valentia abbiamo avuto cinque scioglimenti di comuni per mafia negli ultimi anni, un numero altissimo se rapportato alla dimensione del territorio”. A questi si aggiungono numerose interdittive antimafia nei confronti di imprese, provvedimenti che indicano il livello di infiltrazione della criminalità organizzata nel tessuto economico. “Il numero delle interdittive antimafia nel Vibonese è quasi il doppio rispetto alla media nazionale”, ha ricordato il procuratore. “Questo significa che la presenza della criminalità nell’economia è stata particolarmente penetrante”.

Tra i casi più emblematici c’è stato anche lo scioglimento dell’Azienda sanitaria provinciale, avvenuto per ben due volte. “Abbiamo avuto persino lo scioglimento dell’Asp per infiltrazioni mafiose”, ha spiegato Falvo. “Sono dati che dimostrano quanto fosse profonda la presenza della ’ndrangheta nelle istituzioni e nei servizi pubblici”.

Ambiente, rifiuti e territorio: le altre emergenze

Accanto alla lotta contro le cosche, Falvo ha ricordato anche un’altra emergenza che ha segnato in modo profondo la sua esperienza a Vibo Valentia: i reati ambientali e il traffico illecito di rifiuti. Un fenomeno che negli anni ha trasformato alcune aree della provincia in veri e propri punti di smaltimento illegale di materiali industriali. “Quando arrivai trovammo tonnellate di rifiuti industriali stoccati nei capannoni”, ha raccontato il procuratore. “Erano rifiuti provenienti da altre regioni che venivano portati qui e accumulati senza alcun controllo”.

Una situazione che ha raggiunto livelli allarmanti. “In uno di quei capannoni trovammo rifiuti con il più alto tasso di radioattività mai riscontrato in Italia”, ha spiegato Falvo. “Erano stati semplicemente buttati lì”. Un episodio che, secondo il magistrato, dimostra quanto il territorio fosse diventato un luogo privilegiato per traffici illegali legati all’ambiente. “Questo è lo stato in cui abbiamo trovato alcune zone del Vibonese”, ha osservato. “Un territorio bellissimo, con una costa straordinaria, che però per anni non è stato valorizzato ed è stato invece sfruttato per attività illegali”.

Falvo ha ricordato anche le indagini legate all’urbanistica e agli abusi edilizi lungo la costa. “Abbiamo dovuto intervenire su situazioni molto gravi, abbiamo avviato demolizioni e operazioni di ripristino della legalità urbanistica, perché anche da questo punto di vista il territorio era stato pesantemente compromesso”.

“La vera speranza sono i giovani sindaci”

Nel finale del suo intervento Falvo ha spostato lo sguardo dal passato al futuro della Calabria, soffermandosi su quella che considera la vera sfida dei prossimi anni. Una sfida che riguarda soprattutto i giovani e la capacità delle istituzioni di offrire opportunità a chi oggi è costretto a lasciare la regione. “Noi viviamo in un territorio depresso sotto tanti punti di vista”, ha detto. “La depressione più grande è quella legata ai giovani”. Il dato che cita è impressionante. “Negli ultimi dieci o undici anni circa 160 mila giovani hanno lasciato la Calabria”, ha spiegato. “E non si tratta solo di forza lavoro: sono laureati, persone preparate, ragazzi che costruiscono il futuro di altre realtà”.

Una perdita enorme di capitale umano che impoverisce ulteriormente un territorio già fragile. Per questo Falvo ha voluto lanciare un messaggio di speranza legato soprattutto alle nuove amministrazioni locali. “Dobbiamo sperare che ci siano sempre più giovani sindaci”, ha detto. “Persone innamorate del loro territorio, capaci di valorizzare la bellezza e le potenzialità che esistono in Calabria”. Un appello che si lega anche al senso dell’esperienza raccontata nel libro presentato a San Pietro a Maida. “Anche nei territori più difficili si può costruire qualcosa di buono”, ha osservato Falvo. “Si può amministrare con passione, si può amare la cosa pubblica”. Perché, ha concluso, il vero cambiamento parte proprio da qui. “Se riusciremo ad avere amministratori che credono davvero nel loro territorio, allora potremo far emergere tutte le potenzialità della Calabria. È questa la vera speranza per il futuro”.

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