Tornerà in udienza da uomo libero Peppino Daponte, 65 anni di Lamezia, accusato dell’omicidio aggravato dalle modalità mafiose di Pietro Bucchino, 32enne, raggiunto da cinque colpi di pistola calibro 38 la notte del 10 novembre 2003 in località Savutano, frazione di Sambiase nel Comune di Lamezia Terme.
Lunedì prossimo, giorno in cui in Corte di assise appello a Catanzaro sono previste le arringhe difensive e la sentenza, su un omicidio di tipo mafioso avvenuto 22 anni fa, il presunto killer, che ha già incassato una condanna in primo e secondo grado a 30 anni di reclusione e rispetto al quale si sta celebrando l’appello bis in seguito all’annullamento con rinvio della Cassazione, potrà assistere alla lettura del dispositivo senza manette ai polsi e senza sostare nel gabbiotto. Per decorrenza dei termini. Il Tribunale di Catanzaro, seconda sezione penale, ha accolto il ricorso degli avvocati Salvatore Staiano,Vincenzo Cicino e Renzo Andricciola, contro l’ordinanza emessa dalla Corte di appello di Catanzaro il 23 aprile 2025 con la quale è stata respinta l’istanza di revoca della misura cautelare, dichiarando la perdita di efficacia della custodia in carcere e ordinandone l’immediata scarcerazione.
Il movente dell’omicidio
Secondo le ipotesi accusatorie, la vittima andava punita, perché avrebbe agito “in maniera autonoma nel settore dei reati contro il patrimonio” in un’area territoriale sottoposta alla protezione e al controllo estorsivo della cosca Iannazzo-Cannizzaro-Daponte. L’imputato risponde non solo di omicidio aggravato dalle modalità mafiose, ma anche di detenzione illegale del revolver calibro 38 usata per il fatto di sangue. “Circostanze aggravate dal metodo mafioso e posti in essere per agevolare l’attività della cosca confederata nell’ottica dell’affermazione del potere incontrastato della famiglia Iannazzo-Cannizzaro-Daponte sul proprio territorio di competenza”. L’uomo, in concorso con altre persone allo stato non identificate, avrebbe esploso una raffica di colpi di pistola all’indirizzo del 32enne, alcuni dei quali lo hanno raggiunto in parti vitali del corpo senza lasciargli scampo. Un delitto, avvenuto tra le 21 e le 23.30 di quel 10 novembre di venti anni fa e maturato nel quadro di una strategia criminale della cosca confederata Iannazzo-Cannizzaro-Daponte, volta a mantenere l’incontrastato controllo del territorio sambiasino.
La riapertura dell’istruttoria
Durante la fase dibattimentale, i giudici hanno disposto la riapertura dell’istruttoria, ascoltando i collaboratori di giustizia Gennaro Pulice e Matteo Vescio, oltre al testimone Cosimino Berlingeri, che è stato messo a confronto con lo stesso Vescio, come richiesto dai giudici di Piazza Cavour, che hanno ravvisato lacune motivazionali da colmare, dal momento che la prima Corte di assise appello di Catanzaro in diversa composizione, “non aveva adeguatamente vagliato le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia”. A iniziare dal criterio valutativo delle propalazioni dei pentiti Matteo Vescio e Gennaro Pulice che avevano accusato Daponte in base ad altri processi o per sentito dire, attraverso dichiarazioni de relato.
Vescio aveva affermato che l’imputato si occupava di estorsioni ed era vicino alla cosca Iannazzo, per come riferitogli da terzi. Il pentito sapeva che a Lamezia comandavano i Iannazzo, ma di fatto non conosceva, né aveva mai incontrato l’imputato. Aveva anche parlato di un’altra fonte, fornendo una “diversa descrizione del fatto relativo all’individuazione del mandante e dell’esecutore, fonte che però non ha mai confermato di aver riferito a Vescio la dinamica e l’autore dell’omicidio, ma aveva detto di aver forse parlato con Vescio dell’omicidio e che aveva saputo di un litigio di Bucchino con Peppino Daponte, senza indicare quest’ultimo quale responsabile dell’omicidio”.
A conclusioni analoghe per la Cassazione si è dovuti pervenire anche nei confronti di Pulice, il quale aveva riferito di aver saputo dallo stesso Daponte della sua responsabilità nell’omicidio, deciso per punire Bucchino del furto di un trattore ad un’azienda agricola, di cui il titolare poteva godere della protezione della ‘ndrangheta avendo aderito alle loro richieste estorsive”. Trattore ritrovato tre giorni dopo il furto e il titolare della ditta, aveva escluso di aver subito atto estorsivo: “ma- per il Supremo Collegio- non esiste una motivazione pienamente adeguata rispetto agli elementi specifici relativi alla confidenza ricevuta dal collaboratore dal medesimo Daponte. La dichiarazione resa sull’argomento da Pulice è stata ritenuta credibile, in forza della generale valutazione di attendibilità del collaboratore di giustizia, senza fornire un pari approfondimento del contesto e delle modalità specifiche del fatto oggetto della confessione”. Argomenti approfonditi nel nuovo processo d’appello, che dovrebbe chiudersi lunedì prossimo.









