4 febbraio 1995, alba, Corsico, Milano. Pietro Sanua carica il suo furgone Mercedes di frutta e verdura, come ogni mattina. Con lui c’è il figlio Lorenzo, ventuno anni, mezzo addormentato. Stanno andando al mercato di via Di Vittorio. Non ci arriveranno. Una fucilata calibro 12 centra Pietro in pieno. L’uomo muore sul colpo. Ha 46 anni. È un commerciante ambulante molto rispettato, presidente provinciale dell’ANVA, l’associazione dei venditori ambulanti, uno che non si piegava a nessuno. E fu proprio questo a ucciderlo.
Lorenzo, dallo shock, non riesce nemmeno a capire da dove sono arrivati i colpi. Ricorda solo una Ford Fiesta scura, targa GE, che marciava in senso contrario e poi aveva invertito la marcia per farli superare. Poi più nulla. Pochi minuti dopo, in via Copernico a Trezzano sul Naviglio, brucia una Fiat Uno targata GE, rubata il giorno prima. I killer hanno cambiato macchina. Sono spariti. Trent’anni dopo, quel caso è ancora aperto. E l’8 aprile 2026, alle ore 10.00, al settimo piano del Palazzo di Giustizia di Milano — stanza 26 — si terrà un’udienza in Camera di Consiglio che potrebbe deciderne il destino.
Il colpo di scena del destino: la giudice “Dynasty” e il vecchio boss
Prima di entrare nel merito del caso, c’è un dettaglio che ha dell’incredibile e che non può passare sotto silenzio. Il gip chiamato a decidere se archiviare o meno questo procedimento si chiama Patrizia Nobile. Un nome che in Calabria, e in particolare nell’ambiente antimafia vibonese, suona come una campana. Era il 2003 quando la dottoressa Nobile, all’epoca sostituto procuratore della Dda di Catanzaro, firmò la prima grande inchiesta contro il clan Mancuso di Limbadi: l’operazione “Dynasty”, che per la prima volta squarciò il velo su una delle famiglie più potenti e sanguinarie della ‘ndrangheta calabrese dando il via libera al maxi blitz della Squadra Mobile di Vibo Valentia all’ora diretta da Rodolfo Ruperti, oggi questore di Vibo Valentia.
Vent’anni dopo, trasferitasi a Milano, quella stessa magistrata si ritrova ora sul tavolo un fascicolo in cui figura come indagato nientemeno che Antonio Mancuso, nato a Limbadi il 31 ottobre 1938. Quasi novant’anni, patriarca della cosca. Lo stesso clan su cui Nobile aveva costruito una delle prime inchieste sistematiche della storia antimafia calabrese. Il cerchio della vita giudiziaria, a volte, si chiude in modi che nessuno sceneggiatore oserebbe immaginare.
Gli indagati e i loro difensori
Il procedimento vede due uomini nel registro degli indagati per omicidio e associazione di tipo mafioso. Il primo è Vincenzo Ferraro, detto “Cecè”, 59 anni, nato a Oppido Mamertina il 3 novembre 1966. Fratello del boss ergastolano Giuseppe Ferraro, capo del clan Ferraro-Raccosta di Oppido Mamertina, latitante dal 1998 e catturato nel 2016, oggi detenuto al 41 bis nel carcere “G. Bacchiddu” di Sassari con fine pena mai. Vincenzo è assistito dall’avvocato Francesco Siclari del Foro di Reggio Calabria e ha sempre negato ogni coinvolgimento, definendosi totalmente estraneo ai fatti.
Il secondo è Antonio Mancuso, 87 anni, di Limbadi, figura di primissimo piano della ‘ndrangheta vibonese, difeso dall’avvocato Giuseppe Di Renzo, che contattato da Calabria7, si è trincerato dietro un secco no comment.
Un posto al mercato. Una lite. Una lupara.
Per capire perché Pietro Sanua morì bisogna tornare al 6 aprile 1994, quasi un anno prima del delitto, tra le bancarelle del mercato settimanale di Buccinasco. Quel mattino l’agente di polizia municipale Marzio Betti sta assegnando i posti vuoti agli spuntisti. A un certo punto assiste a una scena che finirà negli atti giudiziari: un violentissimo litigio tra Pietro Sanua, nella sua veste di fiduciario del mercato, e un certo Gaetano Suraci. Vanno quasi alle mani. L’atteggiamento di Sanua viene descritto dall’agente stesso come “provocatorio”. Ci vogliono altre persone presenti per evitare che degeneri.
Il motivo è un posto al mercato. Suraci lo vuole per sua moglie, ambulante di frutta e verdura. Sanua si è schierato apertamente con un’altra commerciante, il cui chiosco bar rappresentava un “articolo mancante” al mercato. La Morabito era prima in graduatoria per anzianità, ma per ragioni regolamentari il posto era stato inizialmente assegnato alla Luccisano. Sanua non intendeva fare passi indietro.
Quello che Suraci e sua moglie sapevano, e che Sanua probabilmente sottovalutava, era il loro peso criminale. I coniugi avevano già scontato condanne — 14 anni lui, 7 anni lei — per il sequestro di persona di Carlo Alberghini nel 1976, fatto maturato nel contesto ‘ndranghetistico di Corsico-Buccinasco controllato dai clan Sergi/Papalia. Suraci non era un ambulante qualunque: era un pezzo da novanta della ‘ndrangheta locale.
Lo conferma il collaboratore di giustizia Saverio Morabito, sentito dalla Procura il 24 febbraio 2025: Suraci era “uno ‘ndranghetista sfegatato che viveva con le regole della ‘ndrangheta come se fossero un vangelo, non sopportava di essere sfidato o preso in giro. Era una persona molto suscettibile.” Un altro pentito, Domenico Agresta, lo descrive come una “persona rispettabile” che portava sempre con sé una pistola calibro 6,35 “con doti altissime”, conosciuto e rispettato da tutti i capi locali della Lombardia.
Ancora più rivelatore è un passaggio degli interrogatori al collaboratore Rosario Barbaro, figlio del boss Domenico “Micu l’australiano”: quando Suraci stava sotto pressione investigativa, racconta Barbaro, i vertici della cosca locale “lo mettevano lì” come capo locale pro-tempore per fare da scudo. Suraci era, insomma, una pedina preziosa dell’organizzazione. Pietro Sanua lo aveva sfidato pubblicamente. L’aveva umiliato. E per un uomo così fatto, quella era una sentenza di morte.
I killer, la Thema Ferrari e l’identikit
La mattina del delitto il meccanismo è preciso, professionale, da vera esecuzione mafiosa. I killer usano una Fiat Uno rubata con targa di Genova per avvicinarsi alla vittima. Dopo il colpo, la bruciano in via Copernico a Trezzano. Il cambio macchina era già pronto: una Lancia Thema Ferrari color amaranto.
È il maresciallo Pellegrino Iannilli del Nucleo Radiomobile di Corsico a fornire il dettaglio più prezioso. Sentito nel 2020 e poi nuovamente nel 2021, ricorda perfettamente quella mattina: stava percorrendo la vecchia Vigevanese quando vide “sfrecciare una macchina di grossa cilindrata, potrei dire una Audi o una Lancia Thema con motore Ferrari” che veniva dalla parte opposta, in direzione Trezzano. I carabinieri fecero inversione per inseguirla, ma la persero. Poco dopo arrivò la chiamata dalla centrale: omicidio al mercato di Corsico. Capirono immediatamente.
Ma c’è di più. Una fonte confidenziale aveva riferito alla Squadra Mobile già il 9 febbraio 1995 — cinque giorni dopo il delitto — che Sanua si era confidato con qualcuno: mesi prima dell’omicidio, mentre stava uscendo dal cancello di casa sul suo furgone, aveva notato una Lancia Thema che a forte velocità si dirigeva verso di lui, lo affiancava e il conducente apriva lo sportello come per fermarlo. Sanua era riuscito ad evitarla riprendendo la marcia. Era stato un tentativo di intimidazione. Fallito. Non sarebbe stato l’ultimo.
Un testimone oculare — deceduto il 30 settembre 2022, portando nella tomba l’unica possibilità di identificazione certa — aveva visto un ragazzo allontanarsi di corsa dall’auto in fiamme a Trezzano e aveva fornito un identikit dettagliato alla Scientifica. Quell’identikit sarebbe diventato il perno di tutta l’indagine successiva.
Barbaro “Rosi” e il nome di Cecè Ferraro
Nel settembre 2021 inizia la collaborazione con la giustizia di Rosario Barbaro, detto “Rosi”, figlio di Domenico “Micu l’australiano”, già condannato nelle operazioni antimafia “Cerberus” e “Parco Sud”. Una collaborazione che dura poco — Barbaro la interromperà — ma che lascia agli atti dichiarazioni esplosive. Nell’interrogatorio del 21 settembre 2021, quando gli viene mostrato l’identikit, Barbaro indica immediatamente una persona della zona di Oppido Mamertina che era sempre in compagnia di Gaetano Suraci. Poi aggiunge: l’identikit somiglia anche a Vincenzo “Cecè” Ferraro, che frequentava casa sua dai primi anni ’90 fino al 1995. E soprattutto: “Ferraro aveva in uso una Lancia Thema Ferrari di colore amaranto e con lo stesso ho fatto alcuni giri. Ricordo in particolare che con il telecomando a distanza metteva in moto la macchina” — il telecomando serviva per ragioni di sicurezza, nel caso qualcuno avesse messo dell’esplosivo sotto il veicolo, perché all’epoca Ferraro era coinvolto nella faida di Oppido Mamertina.
Il riscontro documentale arriva dal Comando Arma di Oppido Mamertina: il 26 novembre 1992, in località Castiglione di Cervia, Ferraro Vincenzo era stato effettivamente fermato su una Lancia Thema, intestata al cognato. Gli investigatori confermano anche altro: Ferraro, il cognato e l’intera rete familiare erano stati segnalati dal Ros di Genova nell’operazione “Maglio” come sospettati di gestire traffici di cocaina tra Calabria e Lombardia, con base nella zona di Rho, dove Ferraro effettivamente viveva in quegli anni.
La pista Mancuso: le “vanterie” di Vallone
Parallelamente alla pista Ferraro, emerge una seconda traiettoria investigativa che porta direttamente ad Antonio Mancuso. Nel corso di un’indagine della Procura di Venezia su una cosca ‘ndranghetista nella zona di Verona, vengono captate alcune conversazioni all’interno di un’auto tra Francesco Vallone e Nicola Toffanin. Vallone racconta di un omicidio di “quello della frutta” a cui aveva partecipato da giovane, commesso dallo “zio Antonio” — identificato dagli investigatori in Mancuso Antonio — sparando da una Lancia Thema.
Il collaboratore di giustizia Nicola Toffanin riferisce di aver sentito Vallone raccontare che lo zio “‘Ntoni”, soprannominato “‘mbroglia”, aveva ucciso una persona che aveva dato fastidi agli affari della famiglia Mancuso nel commercio all’ingrosso di frutta e verdura all’ortomercato di Milano. Quando però Vallone viene sentito direttamente dalla Procura, fa marcia indietro: all’epoca dell’omicidio Sanua non aveva ancora 18 anni, e definisce le sue rivelazioni mere “vanterie”. La Procura è scettica anche per un altro motivo: è “assai inverosimile”, scrive il pm, che un soggetto dello spessore criminale di Antonio Mancuso affidi il compito di guidare un’auto dalla Calabria a Milano per compiere un omicidio a un minorenne.
Trojan, perquisizioni e intercettazioni: tutto a vuoto
La macchina investigativa si mette in moto con ogni strumento disponibile. Il 13 febbraio 2023 partono le intercettazioni telefoniche, anche con il Trojan informatico, sulle utenze di Ferraro, dei suoi familiari, della vedova Annunziata Morabito e dei figli di Suraci. Il 14 aprile 2023 viene eseguita una perquisizione domiciliare a casa di Ferraro a Oppido Mamertina, con installazione di microspie ambientali. Lo stesso giorno i giornali nazionali pubblicano la notizia dell’indagine e del nome dell’indagato. La reazione di Ferraro e dei suoi familiari, descritta dagli investigatori come “all’apparenza connotata da genuinità”, è di “incredulità e sconcerto”. Nega di aver mai conosciuto Suraci. Ma negli atti della Questura di Milano c’è una nota del 7 febbraio 2000 che li vede entrambi iscritti al Circolo Montello di Corsico. Le intercettazioni dei colloqui di Ferraro col fratello ergastolano al 41 bis di Sassari non producono nulla di utile. Il Trojan non può nemmeno essere installato perché Ferraro non ha linee internet attive. I pedinamenti a Oppido non portano risultati. Il silenzio è totale.
Barbaro si rimangia tutto: la busta all’ospedale di Erba
Il 5 maggio 2023 Barbaro torna con una rivelazione che sembra devastante: racconta di aver portato, su incarico di Suraci, una busta sigillata all’ospedale di Erba destinata allo zio di una certa Maria Stefanelli, testimone di giustizia nel processo “Minotauro”. Suraci gli avrebbe detto di nascondere la busta sotto la cintura dei pantaloni con la frase: “Di che c’è il nome e l’indirizzo di quel cornuto” — come se si trattasse di una lista di chi doveva essere colpito.
Stefanelli Maria smentisce tutto. Dice di non conoscere Barbaro, di non aver mai ricevuto visita dello zio in ospedale, anzi: con quell’uomo i rapporti erano interrotti da anni, dopo che nel processo Minotauro aveva denunciato abusi subiti da bambina, chiamandolo “l’orco” nelle sue memorie. La storia di Barbaro, dice, è “del tutto inventata”. Gli accertamenti della Squadra Mobile confermano che la Stefanelli fu ricoverata all’ospedale Fatebenefratelli di Erba, ma nell’estate del 1993 — non nell’inverno tra il ’93 e il ’94 indicato da Barbaro. Un’ulteriore contraddizione che indebolisce il racconto del collaboratore.
Verità storica senza verità giudiziaria
Il 23 aprile 2025 la Procuratrice Aggiunta Alessandra Dolci — che anni prima aveva fatto una promessa pubblica al figlio Lorenzo di cercare la verità — deposita la richiesta di archiviazione. Diciassette pagine dense che fotografano con cruda chiarezza il limite invalicabile dell’indagine. Le conclusioni sono nette: il delitto Sanua è stato senza dubbio “un’esecuzione mafiosa”, commessa in un territorio “ad altissima densità criminale” con il “consenso delle famiglie mafiose presenti”. Chi ha ucciso Pietro Sanua aveva il “via libera” dalle famiglie platiote che controllavano il territorio di Corsico senza interruzione dagli anni ’70.
Il mandante è individuato nel defunto Gaetano Suraci. Il possibile esecutore materiale porta un volto che assomiglia a quello dell’identikit. Ma la somiglianza non basta. L’unico testimone oculare è morto nel 2022. Il pentito Barbaro ha interrotto la collaborazione. E il tempo — trent’anni di tempo — ha fatto il resto. “Nessuno dei collaboratori di giustizia ha fornito spunti concreti per addivenire alla certa identificazione dei responsabili”, scrive Dolci. E la vicenda, aggiunge, ha scontato l’essere caduta nel “cono d’ombra” del periodo immediatamente successivo alle grandi indagini “Nord-Sud” degli anni ’90.
La famiglia non si arrende: l’8 aprile è un nuovo inizio
I figli di Pietro Sanua — Lorenzo e Francesca Farano — assistiti dagli avvocati Nicola Brigida, Fabio Repici e Guido Salvini, hanno presentato opposizione alla richiesta di archiviazione. E il gip Patrizia Nobile ha ritenuto che la questione meriti di essere discussa in udienza camerale. “Dalle indagini sono emerse novità importanti”, dicono i legali. “Ci sono elementi per non far chiudere il caso”.
L’8 aprile, al settimo piano del Palazzo di Giustizia di Milano, la storia di Pietro Sanua torna davanti a un giudice. La stessa magistrata che vent’anni fa aprì il fascicolo sul clan Mancuso. Davanti a lei, tra gli indagati, c’è anche il vecchio patriarca di Limbadi, quasi novant’anni sulle spalle. Il destino, in questa vicenda, non smette mai di stupire.








