Nicola Gratteri torna a parlare della riforma della giustizia e lo fa con il tono diretto che lo contraddistingue. Intervenendo a Napoli a un confronto sul referendum davanti a una platea di studenti di giurisprudenza, il capo della procura partenopea ha rivendicato la sua posizione contraria alla riforma e ha raccontato di essere rimasto quasi solo, almeno all’inizio, in questa battaglia. “In questi mesi di discussione sul referendum ricordo che le prime volte che parlavo, a ottobre, mi dicevano che la mia era una battaglia persa, che ero l’ultimo samurai perché eravamo al 25%”, ha spiegato.
Poi la rivendicazione delle proprie radici e del proprio carattere. “Ma io sono della Calabria del Sud, ho la testa dura, orgoglioso di dire sempre quello che penso. Potevo stare zitto e piacevo a molti, anche a destra, ma io non vivo in funzione del consenso ma nell’idea di vivere senza pagare cambiali, senza dipendere da nessuno”.
“La vera libertà è dire quello che si pensa”
Nel suo intervento il magistrato ha legato il tema della riforma alla questione della libertà personale e istituzionale, ribadendo che per lui la libertà non coincide con una condizione materiale ma con la possibilità di esprimersi senza condizionamenti. “La libertà non è passeggiare sul lungomare o farsi un giro in barca, ma la vera libertà è guardare negli occhi chiunque e dire sempre quello che si pensa”, ha affermato. Ed è proprio per questo, ha ribadito, che la sua posizione sul referendum è chiara. “Per questo dico che sono per il no”.
“Mi davano del fascista, anzi del nazista”
Gratteri ha poi replicato alle etichette politiche che negli ultimi mesi gli sono state attribuite, sottolineando come nel tempo sia stato collocato in campi ideologici opposti. “Oggi dicono “Gratteri è di sinistra e del Pd”, ma ricordo che c’erano intercettazioni telefoniche in cui dicevano che sono fascista, anzi dicevano nazista. Mettetevi d’accordo”.
Il procuratore ha spiegato di aver riletto in questi mesi i lavori preparatori dell’Assemblea Costituente, citando alcuni dei protagonisti che contribuirono alla nascita della Carta. “Penso a Einaudi, Dossetti, La Pira, Leone, a Moro, di cui oggi ricorre l’anniversario dell’omicidio. E ricordo anche le 27 donne costituenti, tutti monumenti del diritto che combattevano contro il fascismo”.
Secondo il magistrato, alla base del lavoro della Costituente vi era un principio fondamentale. “Nella Costituente era al primo posto il bilanciamento dei poteri, c’era paura che ci fosse sistema tale in cui mai più un potere potesse schiacciare l’altro portando a una involuzione democratica”.
“Berlusconi e Gelli volevano il pm col cappello in mano”
Il passaggio più duro dell’intervento riguarda però il tema dell’autonomia della magistratura e il ruolo del pubblico ministero. Gratteri ha evocato due figure simboliche del dibattito politico italiano. “Già Berlusconi e prima ancora Licio Gelli sono stati ispiratori e dicevano che volevano il pm col cappello in mano davanti al giudice. Invece il pm deve essere sereno nel fare indagini”.
Il magistrato ha poi richiamato una recente dichiarazione del ministro degli Esteri. “L’altra sera a Tajani è scappata una frase grave: dice che stanno pensando di sottoporre la polizia giudiziaria togliendola al pm e farla passare sotto l’esecutivo, quindi sotto il ministro degli Interni”.
Uno scenario che, secondo il procuratore, potrebbe creare forti condizionamenti nell’attività investigativa. “Immaginate quindi un capitano dei carabinieri che deve fare un avanzamento in carriera e fa indagini su un assessore regionale: come si troverà a comportarsi”. Un interrogativo che, nelle parole di Gratteri, torna al cuore del dibattito sulla riforma: il rapporto tra potere politico e potere giudiziario e il rischio di alterare l’equilibrio disegnato dalla Costituzione.







