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13 Maggio 2026
13 Maggio 2026
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Delitto di Rogoredo, l’arma era un “falso”. Fermato l’assistente capo Carmelo Cinturrino

L'omicidio i Mansouri giunge a una svolta drammatica: la pistola accanto al corpo sarebbe stata piazzata dall'agente per simulare una legittima difesa. La Procura di Milano contesta l'omicidio volontario e avverte sul rischio che il poliziotto possa colpire ancora.

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Il boschetto di Rogoredo non è stato teatro di uno scontro a fuoco, ma di un’esecuzione seguita da una messinscena. La Polizia di Stato ha eseguito il fermo di Carmelo Cinturrino, assistente capo in servizio al commissariato di via Mecenate, con l’accusa di omicidio volontario. Le indagini della Squadra Mobile e della Scientifica, coordinate dal procuratore Marcello Viola e dal pm Giovanni Tarzia, hanno smontato la tesi del conflitto: Abderrahim Mansouri, 28 anni, è morto mentre era disarmato.

La prova regina: il DNA assente

Il castello di carte dell’indagato è crollato davanti agli accertamenti tecnico-scientifici. Sulla riproduzione della pistola rinvenuta accanto al cadavere non v’è traccia del DNA della vittima, ma solo quello di Cinturrino. Determinante è stato accertare che l’arma è stata “portata e posta accanto al corpo in una fase successiva”.

Un quadro indiziario solido, alimentato da testimonianze, analisi delle telecamere e dei dispositivi telefonici, che ha spinto la Procura a richiedere la custodia in carcere. Pesano tre esigenze cautelari: il pericolo di fuga, l’inquinamento delle prove e, soprattutto, il rischio di reiterazione del reato. Dagli atti emerge un profilo di “pericolosità molto forte” del poliziotto quarantaduenne, descritto come un insospettabile professionista che nascondeva un lato oscuro inquietante.

Il movente e le ombre del “pizzo”

Le indagini puntano ora a definire il movente. Pare che Cinturrino avesse “preso di mira” Mansouri: “Ce l’aveva con lui”, sintetizzano gli investigatori. Ma lo sguardo della Procura si allarga oltre il singolo episodio, esplorando le disponibilità economiche dell’agente e il sospetto di operazioni “borderline”. Si scava su presunte richieste di pizzo a pusher e tossicodipendenti in cambio di protezione.

Mentre la Squadra Mobile perquisiva l’abitazione della compagna in zona Corvetto, sono emersi dettagli sulla doppia vita dell’agente: nel quartiere era noto come “Luca” e alcuni testimoni lo indicano come il collettore di tangenti versate dagli spacciatori per operare indisturbati.

“Nessuno sconto”: la posizione della Procura e dei legali

Il procuratore Marcello Viola ha commentato l’arresto con durezza e trasparenza: “Spiego l’accaduto con l’amarezza di vicende come questa che vedono coinvolte le forze dell’ordine ma con la consapevolezza che la Procura e la Polizia di Stato hanno compiuto tutti gli accertamenti rigorosi senza fare sconti a nessuno”.

Sul fronte opposto, gli avvocati Debora Piazza e Marco Romagnoli, legali della famiglia Mansouri, invocano la fine del silenzio tra le divise: “Il fermo di Cinturrino è il giusto epilogo in uno Stato di diritto, dove la magistratura può indagare liberamente e senza alcun tipo di costrizione. Non credo abbia fatto tutto da solo, credo che sia stato fortemente aiutato dai suoi colleghi e quindi questo è il momento giusto per i suoi colleghi, se hanno un briciolo di coscienza, di dire tutta la verità su cosa è accaduto quell’orribile giorno a Rogoredo. Questo è il momento giusto”.

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