Da mesi, il centrodestra sta gareggiando per trovare la definizione più roboante per la legge costituzionale che mira a separare le carriere di giudici e pubblici ministeri, definita “epocale”, “necessaria” e “la madre di tutte le riforme”. La strategia del Governo, come osservato da Il Fatto Quotidiano, è chiara: convincere l’elettorato a votare “sì” al referendum, illudendolo di ottenere una giustizia “finalmente più veloce ed efficiente“, per citare il Vicepremier Matteo Salvini. Eppure, la riforma non incide in alcun modo sul funzionamento della macchina giudiziaria e difficilmente porterà benefici pratici alla maggior parte dei cittadini, che nella loro vita hanno esigenze molto più banali: risolvere una causa di divorzio, ottenere un credito o dividere un’eredità, ovvero far funzionare il processo civile. Proprio su questo fronte, il Ministero guidato da Carlo Nordio ha fallito clamorosamente, tanto da rischiare nei prossimi mesi di perdere miliardi di finanziamenti dell’Unione Europea per aver mancato il più importante obiettivo fissato dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) sui tempi dei processi.
Il “disposition time” e la doccia gelata dei numeri
Il Target concordato dal Governo Draghi nel 2021 imponeva la riduzione del 40% della durata media dei giudizi civili (disposition time) rispetto al dato di partenza del 2019, che era di 2.512 giorni, equivalenti a quasi sette anni. La scadenza del PNRR, fissata al 30 giugno 2026, richiede di abbattere quel dato a soli 1.507 giorni, circa quattro anni. Tuttavia, da quando è entrato in carica, il Ministro Nordio si è dedicato prevalentemente a smantellare la giustizia penale, concentrandosi sull’abolizione dell’abuso d’ufficio e su altre norme considerate pro-impunità, trascurando la giustizia civile. Di conseguenza, nella scorsa primavera, i numeri aggiornati a fine 2024 hanno avuto l’effetto di una doccia gelata: a un anno e mezzo dalla deadline, la riduzione del disposition time era ferma al 20,1%, esattamente la metà del necessario. Non solo: nel secondo semestre del 2024 il dato era addirittura tornato a crescere, risalendo da 1.923 a 2.002 giorni. Per rispettare gli impegni, in soli diciotto mesi si sarebbe dovuto raddoppiare il risultato raggiunto nei cinque anni precedenti.
La giustizia “a cottimo”: chiamata alle armi risolta in flop
All’allarme rosso scattato in via Arenula, il Ministero è stato costretto a chiedere aiuto alle “odiate” toghe per tentare di evitare la clamorosa figuraccia. Dopo un lungo confronto con il Consiglio Superiore della Magistratura, il 4 agosto il Governo ha approvato un decreto legge con misure emergenziali, tra cui un inedito meccanismo di giustizia “a cottimo“. Al CSM è stato ordinato di reclutare fino a 500 giudici volontari a cui affidare “pacchetti” da cinquanta fascicoli provenienti dai Tribunali più in difficoltà (anche a grande distanza), da decidere a distanza tramite udienze da remoto. A fronte del deposito della cinquantesima sentenza, i magistrati avrebbero ricevuto un compenso una tantum di circa diecimila euro netti.
Nonostante l’incentivo economico, la “chiamata alle armi” si è risolta in un flop: i candidati idonei sono stati appena 165, che, nella migliore delle ipotesi, potranno smaltire solamente 8.250 provvedimenti, una goccia nell’oceano. Tra i candidati c’è anche Cosimo Ferri, potente ex sottosegretario alla Giustizia, uscito indenne dallo scandalo Palamara. Parcheggiato al Ministero come fuori ruolo, Ferri dovrà decidere cinquanta cause del Tribunale di Napoli pur non scrivendo una sentenza da oltre dieci anni. Con lui, a smaltire l’arretrato partenopeo contribuiranno (da remoto) altri 21 giudici provenienti da diverse sedi, come Benevento, La Spezia, Cagliari e Bologna. Ha risposto “presente” anche l’ex PM antimafia ed ex candidato sindaco del centrodestra a Napoli, Catello Maresca, ora giudice d’Appello a Campobasso, che riceverà una pila di fascicoli da Lecce, insieme ad altri nove colleghi.
Strategie del Ministero: tirocinanti e precettazione
La strategia del “cottimo” non è l’unico tentativo del Governo di recuperare il ritardo. Il decreto di agosto ha anche allungato il tirocinio dei neo-magistrati per sfruttarli come forza lavoro aggiuntiva nelle Corti d’Appello, dove dovranno scrivere le prime sentenze della loro carriera: un paradosso, considerando che per giudicare in secondo grado sono richiesti di norma almeno otto anni di anzianità professionale. Salta all’occhio anche la precettazione dei magistrati del Massimario, l’ufficio studi della Cassazione, finito nel mirino di Nordio per il suo parere critico sul decreto Sicurezza. Cinquanta di loro sono stati temporaneamente trasferiti alle Sezioni civili per contribuire allo smaltimento dei fascicoli, a dimostrazione che, in tempi di carestia, non c’è polemica politica che tenga.
Il rischio finale e la denuncia dell’ANM
Nel frattempo, il Ministero ha elaborato i dati aggiornati al 30 giugno 2025, registrando un barlume di ottimismo: la durata media dei processi era scesa a 1.807 giorni, con una riduzione che ha raggiunto il 28%. Tuttavia, il 30 giugno 2026 è ormai vicinissimo e recuperare un ulteriore -12% in così pochi mesi appare un’impresa disperata. Secondo la proiezione disponibile sul cruscotto online del CSM, il dato finale dovrebbe attestarsi a 1.779 giorni, ben 273 giorni in più rispetto al target concordato.
Il viceministro Francesco Paolo Sisto ha già cercato di cautelarsi: “L’obiettivo è trattare con la Commissione europea e spiegare quello che è stato fatto. Confidiamo che i nostri sforzi possano essere apprezzati e possa essere confermata l’erogazione dei fondi”, ha dichiarato. Da parte della magistratura, tuttavia, il timore è che il fallimento dell’obiettivo venga addebitato proprio a giudici e PM.
Per questo, l’Associazione Nazionale Magistrati (ANM) ha richiamato la politica alle sue responsabilità nei mesi scorsi: “Non possiamo che manifestare tutta la nostra preoccupazione per il rischio più che concreto che lo Stato debba rinunciare a una quota rilevante di fondi europei a causa della ‘distrazione’ di un governo troppo concentrato su una riforma costituzionale che mira a ridurre l’autonomia e l’indipendenza della magistratura”. La posizione è chiara: “Non si può chiedere all’istituzione giudiziaria di supplire a vuoti che sono innanzitutto di responsabilità politica e ministeriale“.








