È definitiva la condanna a 14 anni di carcere per Andrea Bonafede, il geometra di Campobello di Mazara che fornì la propria identità al capomafia Matteo Messina Denaro durante l’ultimo periodo della sua lunga latitanza.
La Corte di Cassazione ha confermato la sentenza emessa in appello a Palermo, rendendo irrevocabile la pena per associazione mafiosa.
L’identità usata per cure e spostamenti
Secondo quanto accertato nei processi, il boss di Castelvetrano utilizzò le generalità del geometra per sottoporsi alle cure mediche necessarie negli ultimi mesi prima dell’arresto.
Un passaggio decisivo: seguendo le tracce sanitarie e burocratiche lasciate dal “paziente” sotto falso nome, il Ros dei carabinieri e la Procura riuscirono a risalire al covo e a chiudere una latitanza durata 38 anni.
Non solo. A nome di Bonafede risultavano intestati l’appartamento utilizzato dal boss nell’ultimo anno di fuga, l’auto acquistata con documenti falsi a Palermo, con cui il padrino si muoveva.
Entrambi i beni sono stati confiscati dalla sezione misure di prevenzione del tribunale di Trapani.
I legami familiari e la rete dei favoreggiatori
Andrea Bonafede è nipote dello storico boss locale Leonardo Bonafede, considerato alleato di lungo corso della famiglia Messina Denaro. Un intreccio familiare che, secondo l’accusa, avrebbe agevolato la copertura del superlatitante.
Le indagini successive alla cattura del padrino hanno fatto emergere una rete articolata di favoreggiatori che per anni ne hanno protetto la fuga.
Oltre al geometra, sono finiti in carcere anche il cugino omonimo e la cugina Laura, insegnante e indicata come storica compagna del capomafia.









