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29 Gennaio 2026
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Marco Vannini, dieci anni senza giustizia piena: “Siamo noi i condannati all’ergastolo”

La madre e il padre di Marco ricordano il figlio ucciso a 20 anni a Ladispoli. Il dolore e la rabbia, le bugie, il processo, la sentenza definitiva. Ma resta il vuoto

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«Sono passati 10 anni, per noi il tempo però si è fermato. La nostra è una condanna all’ergastolo». Non si dà pace Marina Conte, madre di Marco Vannini, il giovane cerveterano ucciso a soli 20 anni dopo essere stato centrato da un colpo di pistola a Ladispoli, nella villetta dei genitori della fidanzata. È il 18 maggio del 2015. Non sono nemmeno le 3 notte quando mamma Marina e papà Valerio ricevono la notizia del decesso del loro amato figlio direttamente dai medici del punto di primo soccorso di Ladispoli.
L’eliambulanza aveva anche provato un disperato tentativo di trasportare il giovane ferito al Policlinico Gemelli di Roma, ma dopo pochi minuti è atterrata nuovamente. Ormai non c’era più nulla da fare perché il suo cuore si era fermato per sempre.

Il caso fu subito seguito da Il Messaggero, con il cronista Emanuele Rossi.
«L’aprile scorso Marco avrebbe festeggiato 30 anni – ricorda Marina – per noi è sempre un angelo biondo». E poi c’è il padre, Valerio. Ricorda ogni istante di quei momenti drammatici.
«È davvero dura – ammette – si dice che il tempo guarisce le cose ma forse non può lenire la perdita di un figlio. Un figlio bello come il sole che non aveva fatto nulla e che ci è stato tolto per sempre.
I Ciontoli sono in carcere, ancora per poco, la ex fidanzata di Marco, Martina, ha già ottenuto dei permessi lavorativi. A differenza loro, noi siamo stati condannati all’ergastolo.
Abbiamo lottato per avere giustizia. Tante battaglie e udienze nei tribunali. Alla fine è arrivata la sentenza definitiva. A me e Marina però resterà sempre un grande vuoto».

Il sogno spezzato e le bugie

Marco Vannini voleva diventare un pilota dell’Aeronautica militare ma il suo sogno è naufragato in quella maledetta villetta di via De Gasperi.
«Nessuno saprà cosa è accaduto realmente in quella casa – parla ancora la mamma – hanno detto mille bugie per cercare di salvarsi e per non pagare.
Magari ora continueranno a dire che la colpa è solo del papà, che erano dei ragazzi e che si sono fidati di lui. Ma tutti erano presenti, avrebbero potuto salvare Marco solo chiamando tempestivamente l’ambulanza.
Quelle telefonate registrate del 118 sono indelebili: nostro figlio gridava e chiedeva aiuto perché gli avevano sparato e nessuno ha mosso un dito per lui. Non hanno avuto umanità.
Se c’è stata giustizia non si può dire lo stesso della verità che conoscono solo i Ciontoli. Poi è arrivata quella definitiva della Cassazione che ha messo la parola fine. Ma nessuno ci ridirà indietro nostro figlio».

La memoria di Marco

Le lacrime lasciano il passo alla tenerezza e a quanto di buono comunque è stato fatto in questi anni. Un parco giochi dedicato a Marco nella frazione di Cerenova pieno di bambini ogni giorno e i giardini al Miami di Ladispoli.
Nell’elenco un’infinità di opere: l’auditorium di via De Begnac a Ladispoli, la targa di fronte all’abitazione dei Ciontoli in via De Gasperi, l’intitolazione del centro degli abusi sui minori, a Cerveteri le pietre d’inciampo nel cortile dell’istituto Salvo D’Acquisto, un murales gigante all’esterno del plesso Mattei, la scuola di Marco.

La ricostruzione della notte

Doveva essere una cena tranquilla, come tante altre, quella del 17 maggio 2015. Marco, dopo aver finito il turno da bagnino in uno stabilimento balneare di Ladispoli, aveva raggiunto la villetta per cenare con l’ex, Martina.
Intorno alle 23, però, lo sparo a spezzare la quiete del quartiere. Non è chiaro in realtà quello che accade nell’abitazione dei Ciontoli.
Il proiettile esploso da una Beretta calibro 9 a canna corta gli perfora il polmone, poi anche il cuore, prima di incastrarsi sul fianco sinistro.
Secondo il racconto dei Ciontoli, Marco era in bagno.
Ha sofferto dopo il ferimento e quelle registrazioni audio del 118, acquisite subito dalla magistratura di Civitavecchia, mettono ancora i brividi.
Il ragazzo grida e chiede aiuto, chiama la mamma e poi perde i sensi.
Nessuno dei presenti fa nulla per attivare in tempo i soccorsi. Dopo due telefonate agli operatori Ares del 118, del colpo di pistola nemmeno si fa menzione.
«Il ragazzo è andato in panico», oppure «si è ferito con un pettine a punta», sono i tentativi di depistaggio.
Dopo diverse ore di agonia Marco Vannini chiude gli occhi per sempre.
Sono tutti presenti nella casa: Martina, i genitori Maria Pezzillo e Antonio Ciontoli, sottufficiale della Marina e dei servizi segreti, che si attribuisce la paternità del colpo. Presenti anche Federico Ciontoli e la sua fidanzata Viola Giorgini.
Cinque sentenze ci sono volute per decretare la fine del processo Vannini.

L’iter processuale

Il 18 aprile 2018 la Corte d’Assise condanna Antonio Ciontoli a 14 anni per omicidio volontario e a 3 anni la moglie Maria Pezzillo e i figli Martina e Federico.
Assolta, a sorpresa, Viola Giorgini. Il 29 gennaio 2019 in Appello la pena viene ridotta da 14 a 5 anni per Antonio Ciontoli, con derubricazione in omicidio colposo. Tre anni confermati ai familiari. Il 7 febbraio 2020 la Cassazione annulla il verdetto e rimanda alla Corte d’Assise d’Appello. Il 30 settembre 2020, nell’Appello bis, Antonio Ciontoli è condannato a 14 anni per omicidio volontario con dolo eventuale, i familiari a 9 anni e 4 mesi per concorso anomalo.

Il 3 maggio 2021 la Cassazione chiude il processo: Antonio Ciontoli condannato a 14 anni, Maria Pezzillo, Martina e Federico a 9 anni e 4 mesi. Fuori dal tribunale, la liberazione simbolica dei Vannini, seguiti dagli avvocati Celestino e Alessandro Gnazi e Franco Coppi. Centinaia di persone ad attenderli, con striscioni e slogan per Marco, ormai entrato nel cuore degli italiani.

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