Le montagne italiane continuano a essere teatro di un’escalation di incidenti, spesso tragici. Solo nel mese scorso, secondo quanto riportato da Maurizio Dellantonio, presidente del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico (Cnsas), si sono registrate 83 vittime. Una media impressionante di quasi tre morti al giorno, con un incremento del 20% rispetto allo stesso periodo del 2024.
“Stiamo assistendo a una vera e propria emergenza – ha dichiarato Dellantonio – e non si tratta solo di numeri. C’è un aumento anche degli interventi, circa il 15% in più rispetto allo scorso anno. E questi dati arrivano su cifre che erano già da record”.
Imprudenza, stanchezza e voglia di emulazione: le cause dietro la crisi
Alla base di questa crescita ci sono, secondo Dellantonio, diversi fattori. L’aumento delle presenze in quota dopo la pandemia ha moltiplicato i flussi verso la montagna, ma ha anche portato un nuovo tipo di frequentatore: spesso impreparato, fisicamente non idoneo, e soprattutto spinto da una certa dose di incoscienza. “Molti affrontano percorsi impegnativi senza avere gli strumenti – tecnici e mentali – per farlo. Alcuni ci chiamano semplicemente perché sono stanchi. Prima non accadeva”, osserva il presidente, da anni operativo nella stazione di Moena, in Val di Fassa.
Ma l’elemento che più preoccupa è l’influenza dei social media. Per Dellantonio, “è cambiato lo spirito con cui si va in montagna. I giovani vedono una foto su Instagram, uno in vetta in pantaloncini che scrive che è stato facile, fanno due ricerche su Google e il giorno dopo partono con le scarpe da tennis. Ma la montagna non è un filtro, è pericolosa, concreta, richiede preparazione e rispetto”.
Soccorritori sotto pressione: “Risorse limitate, situazioni assurde”
A complicare la situazione è anche il crescente numero di richieste di aiuto non urgenti, che rischiano di distogliere risorse da interventi salvavita. “Ogni intervento attiva uomini e mezzi. Se chiami perché hai litigato con la tua ragazza in quota o perché vuoi scendere subito, ci metti in difficoltà. Noi rispondiamo sempre, ma il nostro lavoro ha dei limiti. E gli elicotteri non sono infiniti”, aggiunge Dellantonio.
Il presidente sottolinea anche la scarsa conoscenza degli strumenti di sicurezza. “Tutti hanno uno smartphone, ma in pochi attivano il GPS o usano la nostra app Georesq, che ci aiuterebbe a localizzarli più in fretta. In certi casi, perdere tempo significa mettere a rischio vite”.
Chi affronta la montagna con più consapevolezza? “Gli over 50 e gli stranieri”
Un dato che emerge dall’esperienza diretta del Soccorso alpino riguarda anche l’età e la provenienza di chi affronta i percorsi più difficili. “Chi ha più di cinquant’anni – spiega Dellantonio – di solito si prepara meglio, è più cauto, ha l’attrezzatura giusta. Questo vale in particolare per molti stranieri europei. Anche se, è chiaro, le eccezioni non mancano”.
Dellantonio conclude con un appello alla responsabilità individuale e alla consapevolezza collettiva. “Non possiamo fermare la voglia di vivere la montagna, ma possiamo cambiare l’approccio. Perché dietro ogni numero, dietro ogni intervento, ci sono delle persone. E spesso anche dei drammi evitabili”.








