Le indagini condotte dalla Polizia di Stato hanno portato alla luce una complessa organizzazione criminale dedita al traffico di stupefacenti sulla rotta tra l’Italia e la Spagna. Il sodalizio vantava una struttura marcatamente verticistica, caratterizzata da ruoli e compartimentazioni ben definiti tra i suoi associati. Al vertice della piramide si trovava un cittadino italiano di ventotto anni, originario della provincia di Macerata e già noto alle forze dell’ordine per precedenti reati contro il patrimonio, la persona e in materia di droga. Il giovane era la mente strategica del gruppo, colui che aveva ideato l’utilizzo di una piattaforma di messaggistica online per la vendita dello stupefacente e che dettava costantemente la linea d’azione ai sottoposti.
L’influenza del giovane all’interno della banda era tale che i sodali si rivolgevano a lui chiamandolo “Padre”, un chiaro riferimento al capofamiglia mafioso o alla celebre pellicola cinematografica, richiamata anche dal nickname “The Godfather” utilizzato dal ragazzo sui propri canali social. Era lui a tessere personalmente le trattative con i fornitori stanziati in terra spagnola, con i referenti romani dell’area di Tor Bella Monaca e con esponenti di famiglie criminali pugliesi e calabresi. Spettava sempre al ventottenne stabilire gli stipendi dei membri del clan (compresi i sussidi per i detenuti) e ordinare spedizioni punitive, pestaggi o ritorsioni contro gli infedeli.
In un’occasione, per blindare un importante scambio di droga a Bari, il giovane aveva preteso che un referente pugliese si recasse nelle Marche per fargli da “garante” fino alla conclusione dell’affare. Quando la consegna in Puglia è fallita a causa di una rapina a mano armata subita dai suoi emissari, il boss ha tentato di vendicarsi sul giovane ostaggio barese. Quest’ultimo è riuscito a salvarsi in extremis gettandosi dall’auto in corsa lungo l’autostrada all’altezza di San Benedetto del Tronto, venendo poi soccorso da un camionista di passaggio. La ferocia del gruppo è emersa anche nel progetto di ritorsione contro un ex affiliato ritenuto infedele, per il quale il capo banda aveva pianificato l’uccisione del cane attraverso l’utilizzo di esche alimentari imbottite di chiodi.
La gestione operativa e i numeri del blitz
Subito al di sotto del vertice agivano tre giovani italiani di età compresa tra i ventitré e i ventisette anni. A questo livello intermedio della scala gerarchica spettavano le delicate funzioni contabili, l’incasso dei proventi delle vendite e l’organizzazione quotidiana della logistica, dalla selezione dei fattorini alla supervisione degli stoccaggi. Alla base dell’organizzazione operavano invece i corrieri e i magazzinieri. I corrieri, spesso reclutati tramite annunci sul web, eseguivano fino a dieci consegne al giorno sul territorio regionale a fronte di un compenso giornaliero di centocinquanta euro oltre ai rimborsi per noleggi, pedaggi e carburante. I magazzinieri venivano invece retribuiti con venticinquemila euro al mese per custodire i carichi illeciti all’interno di garage o appartamenti privati.
L’attività investigativa è stata supportata da massicci servizi di videosorveglianza, intercettazioni ambientali e telefoniche, nonché dall’impiego strategico di due agenti sotto copertura appartenenti al Servizio Centrale Operativo. Il bilancio finale dell’operazione conta tredici ordinanze di custodia cautelare a carico di vertici e manovalanza dell’organizzazione. Nel corso delle perquisizioni, le forze dell’ordine hanno proceduto al sequestro di duecentoquattro chili di hashish, cinque chili di cocaina e due armi da fuoco.
L’imponente spiegamento di forze sul territorio per l’esecuzione dei provvedimenti giudiziari ha visto il coordinamento e la cooperazione sul campo delle SISCO di Bologna, Brescia, L’Aquila e Venezia, supportate dalle Squadre Mobili di Ancona, Pesaro, Fermo e Ascoli Piceno, oltre ai Reparti Prevenzione Crimine di Abruzzo, Lazio, Toscana, Reggio Emilia e Umbria-Marche.









