L’esperienza della carcerazione preventiva è stata così traumatica che ancora quando ne parla si sente terrorizzato. Da consigliere regionale in Valle d’Aosta è finito in manette e ha subito 909 giorni di custodia cautelare. Un’ingiustizia affrontata con resilienza, quella di Marco Sorbara, che ora è diventato “ambasciatore del perdono”.
Era il 23 gennaio 2019. “Una mattina come tante altre, la mia vita cambiò radicalmente – racconta Sorbara -. Senza preavviso, mi ritrovai accusato di un crimine che non avevo commesso e trascinato in un incubo giudiziario che mi avrebbe tenuto prigioniero per più di due anni di custodia cautelare. Ero accusato di concorso esterno in associazione mafiosa“.
L’isolamento in carcere
“Ho trascorso 45 giorni in isolamento, una condizione che nessuno dovrebbe mai sperimentare. La mia cella era una minuscola stanza di quattro passi per due, priva di televisione, radio, senza doccia e senza acqua calda. Un letto in ferro cementato per terra”. L’ex assessore regionale della Valle d’Aosta, Sorbara, l’ho incontrato al Teatro comunale di Catanzaro prima della proiezione del docufilm “Le parole non bastano” tratto dal libro dell’associazione “La Tazzina della legalità” presieduta da Sergio Gaglianese di cui Marco Sorbara è delegato per la Valle d’Aosta. Sin dalle prime battute ho capito di aver di fronte una persona perbene.
Forse le sue origini calabresi e le accuse costruite ad arte hanno contribuito a rovinargli la vita. Un incubo iniziato da quando ha cominciato a occuparsi di politica. Per di più con l’Union Valdôtaine.
Dal successo politico al carcere
Fino ad allora era un tranquillo commercialista con un passato sportivo di valore avendo militato nella Serie A di hockey su ghiaccio. Nel 2015 è risultato il più eletto al Comune di Aosta. Tanto da diventare assessore alla Sanità e ai Servizi sociali. Poi nel 2018 un altro balzo in avanti: consigliere regionale e presidente della commissione Trasporti. Dagli scranni della Regione alla cella il passo è stato breve. Prima, però, l’isolamento: una prova estrema per la mente e lo spirito. Per 33 giorni non ha visto né parlato con la mamma e il fratello. Sensazioni difficili da ricordare ora che è un uomo libero.
La lotta contro la disperazione
“Le pareti della mia cella sembravano chiudersi su di me, mentre il silenzio diventava assordante – racconta -. L’unico rumore era il gocciolio dell’acqua fredda dal rubinetto, una costante e crudele compagnia. Ogni giorno, contavo i passi, quattro passi per due, da un angolo all’altro della cella, cercando di mantenere un minimo di sanità mentale. Facevo le flessioni, respiravo lentamente e quel poco cibo che riuscivo a mangiare lo deglutivo molto lentamente. La percezione del tempo cambia totalmente“. La separazione forzata dalla sua famiglia per 33 giorni fu una delle esperienze più devastanti. Sua madre è sempre stata il suo punto di riferimento, il suo sostegno emotivo. Non poterla vedere o sentire la sua voce lo ha fatto sentire completamente abbandonato.
“Ogni giorno che passava senza di lei – continua – era una lotta per non cedere alla disperazione e mantenere la speranza viva. Mi aggrappavo a ogni piccola distrazione: leggere le 872 pagine dove i giudici affermavano, sbagliando, che io fossi un mostro. Scrivevo lettere che non avevo modo di spedire, contavo i passi avanti e indietro. Ogni azione ripetitiva diventava un modo per non perdere la ragione“.
La forza della fede e della speranza
“Nonostante tutto, non persi mai la speranza. Ogni giorno cercavo un motivo per andare avanti. Mi rifugiavo nei ricordi felici e nella convinzione che un giorno tutto sarebbe finito. La fede, lo sport e il sostegno invisibile della mia famiglia mi davano la forza per resistere. Credevo fermamente nella mia innocenza e nella giustizia, e questo mi aiutò a superare anche questo incubo.”
L’assoluzione e il nuovo impegno
Quando finalmente la Cassazione l’ha dichiarato innocente ed è stato rilasciato, era una persona profondamente cambiata. Quei 909 giorni gli hanno lasciato cicatrici, ma anche una nuova consapevolezza della sua forza interiore.
“Oggi, giro per le scuole, le carceri, gli oratori e i convegni per raccontare la mia storia – dichiara -. Il mio obiettivo è diffondere un messaggio di speranza e resilienza. Voglio che le persone sappiano che non bisogna mai arrendersi, anche nelle situazioni più difficili. La mia fede, la mia famiglia e lo sport mi hanno permesso di continuare a credere nella giustizia“.






