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10 Marzo 2026
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Sud, crescita sopra la media ma frenata in vista: nel 2025 pil del Mezzogiorno verso +0,5%

Secondo il rapporto “Mezzogiorno 2025” di Unimpresa, la ripresa del Mezzogiorno rischia di rallentare a causa del calo degli investimenti pubblici e dell’incertezza post-Pnrr

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Il Mezzogiorno chiude il 2024 con un Pil in aumento dello 0,9%, una performance migliore della media nazionale (+0,7%). Ma la spinta rischia di indebolirsi già nel 2025, con un rallentamento previsto al +0,5%, complice la riduzione degli investimenti pubblici e l’incertezza legata alla fase post-Pnrr. È quanto emerge dal rapporto di Unimpresa, intitolato “Mezzogiorno 2025 – Crescita, sfide strutturali e strategie per la convergenza economica”, presentato a Castellammare di Stabia alla presenza del presidente Paolo Longobardi, del sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon, dell’onorevole Alfredo Vito, dei candidati regionali Daniela Di Maggio e Ciro Campana, e del presidente di Unimpresa Irpinia Sannio Ignazio Catauro.

Pnrr: risorse record ma spesa lenta

Il Centro Studi di Unimpresa evidenzia che la sfida per il Sud “non è più redistribuire risorse, ma costruire sviluppo strutturale”. Il Pnrr ha destinato al Mezzogiorno oltre il 40% dei fondi complessivi — più di 59 miliardi di euro — generando un effetto positivo di +1,8 punti di Pil tra il 2023 e il 2024. Tuttavia, solo il 72% delle risorse risulta effettivamente impegnato, contro l’83% della media nazionale. Il resto è bloccato da carenti capacità amministrative, carenza di personale tecnico e una burocrazia frammentata che rallenta la spesa.

Proposte: un Fondo Sud e incentivi permanenti

Per rilanciare la crescita, Unimpresa propone l’istituzione di un “Fondo per lo Sviluppo e l’Innovazione del Sud” da 10 miliardi di euro, insieme a un credito d’imposta permanente del 40% per gli investimenti produttivi e a una decontribuzione stabile per l’occupazione giovanile e femminile. L’obiettivo è garantire continuità agli interventi dopo la fine della spesa straordinaria legata al Pnrr, prevista per il 2026.

Le regioni del Sud tra opportunità e ritardi

Il rapporto analizza in dettaglio i casi di Campania, Puglia, Sicilia e Calabria, quattro economie “diverse ma unite da un destino comune”. La Campania si conferma locomotiva industriale del Mezzogiorno, la Puglia emerge come modello di innovazione, la Sicilia si candida a piattaforma energetica e la Calabria punta sul suo ruolo di frontiera logistica del Mediterraneo.

Nel complesso, il Sud ha registrato forti progressi nelle costruzioni (+4,2%), nel turismo (+7% arrivi, +5,5% presenze) e nei servizi di ingegneria e progettazione.
Resta invece più lenta la manifattura, cresciuta solo dell’1,1%, frenata da costi energetici elevati e assenza di imprese medio-grandi.

Occupazione in ripresa, ma ancora lontana dal Nord

Il tasso di occupazione nel Mezzogiorno si ferma al 48,7%, contro il 66,9% del Centro-Nord e il 69,3% della media Ue. La disoccupazione resta alta, al 14,2%, con punte del 18% in Calabria e Sicilia. Quella giovanile raggiunge il 20%, quasi il doppio rispetto al resto del Paese. Solo il 35% delle donne in età lavorativa ha un impiego stabile, e la precarietà resta diffusa, con un’elevata incidenza di contratti a termine e part-time involontari.

Credito e investimenti: segni positivi ma insufficienti

Il credito alle imprese cresce del +2,1% nel 2024, ma i tassi di interesse restano più alti di 0,6 punti rispetto al Nord. Gli investimenti fissi lordi aumentano del +6,3% nel triennio 2022-2024, trainati dalla spesa pubblica, ma la quota privata resta ferma al 44%, contro il 59% del Centro-Nord. Il divario infrastrutturale continua a pesare: solo il 40% della rete ferroviaria è elettrificato e la densità autostradale è inferiore del 25% rispetto al resto d’Italia. Sul fronte digitale, appena il 45% dei cittadini possiede competenze di base e solo il 29% degli over 55 utilizza internet per servizi pubblici o bancari.

Pnrr, un impatto “storico ma incompiuto”

Il Pnrr ha creato 210.000 nuovi posti di lavoro nel biennio 2023-2024, ma la loro sostenibilità è a rischio dopo la fine dei fondi straordinari. Le Zone Economiche Speciali (ZES) coprono 22.000 ettari e potrebbero generare 400.000 nuovi posti e 45 miliardi di investimenti privati entro il 2030, ma servono procedure più snelle e un forte coordinamento amministrativo.

Progetti simbolo e prospettive

Tra le grandi opere analizzate, il Ponte sullo Stretto di Messina — investimento previsto di 13 miliardi di euro — produrrebbe ricavi tra 535 e 800 milioni l’anno, ma un ritorno diretto di appena l’1% del Pil siciliano e 2% del Pil calabrese. Altro caso emblematico, l’America’s Cup 2027 a Napoli, che potrebbe generare 690 milioni di benefici economici per la Campania e oltre 12 mila posti di lavoro temporanei.

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