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29 Marzo 2026
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Cannoni al posto di strade e acquedotti, Tridico denuncia: “La Calabria sacrifica la coesione sull’altare della difesa”

Una regione da sempre ai margini dello sviluppo nazionale rinuncia a fondi europei destinati al territorio per contribuire al riarmo continentale. Il paradosso di una scelta che suona come una resa

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Vi sono paradossi che, più che indignare, sgomentano. Che lasciano chi li osserva in una condizione di attonita incredulità, come di fronte a qualcosa che non dovrebbe poter accadere eppure accade, con la placida normalità delle cose inevitabili. La Calabria — terra di acquedotti che non portano acqua, di strade che franano, di paesi che si spopolano in silenzio — ha deciso di destinare 14,8 milioni di euro dei fondi europei di coesione alla voce “difesa“. Armamenti, in parole povere. O, per dirla con la lingua spietata della realtà: cannoni al posto degli acquedotti.

La notizia emerge dalla revisione intermedia della politica di coesione 2021–2027, quel delicato meccanismo redistributivo che l’Unione Europea ha concepito — sin dalla sua genesi — con uno scopo preciso e dichiarato: ridurre i divari territoriali, sostenere lo sviluppo delle aree più fragili, cucire le lacerazioni di un continente diseguale. La Calabria rientra tra le sei regioni italiane che, nell’ambito di questa revisione, hanno accolto la nuova priorità della difesa. Non è la prima per dimensione dell’impegno — la Sicilia la precede con quasi 200 milioni — ma è seconda in una classifica in cui nessuno avrebbe dovuto ambire a figurare.

Il contesto: quando l’Europa piega la coesione alla geopolitica

Per comprendere la portata della scelta calabrese, occorre collocarla dentro una cornice più ampia. Il processo non nasce in seno alla regione, ma discende da una trasformazione profonda delle priorità europee: gli Stati membri hanno riprogrammato complessivamente 34,6 miliardi di fondi di coesione, di cui 11,9 miliardi destinati alla difesa. L’Italia, in questo quadro, ha riprogrammato 7,08 miliardi su 35 programmi, con 248 milioni espressamente indirizzati al comparto militare.

Si tratta di una mutazione silenziosa ma strutturale. I fondi di coesione non vengono più usati soltanto per ridurre i divari territoriali: entrano in un orizzonte geopolitico che con le periferie dimenticate d’Europa ha ben poco a che fare. Come osserva con lucidità l’europarlamentare Pasquale Tridico, capodelegazione del M5S a Bruxelles, “la politica di coesione nasce per ridurre i divari territoriali e sostenere sviluppo, infrastrutture e coesione sociale”; e tuttavia, con la revisione avviata nel 2025 ed entrata nella fase operativa nel 2026, “questi fondi vengono invece progressivamente aperti anche a priorità di sicurezza e difesa, modificando in profondità il loro perimetro originario”.

La Calabria: un caso di scuola nel senso peggiore

Ma è nel caso calabrese che il paradosso raggiunge la sua forma più acuta e, per certi versi, più dolorosa. Perché la revisione intermedia era stata presentata — e in parte giustamente — attorno a bisogni urgenti e concreti: crisi idrica, emergenza abitativa, rigenerazione urbana, protezione civile, infrastrutture. Erano stati indicati circa 300 milioni per la revisione di metà periodo: 146 milioni al ciclo idrico, 111 all’housing sociale, 15,5 alla protezione civile. Una cartografia del bisogno arretrato, finalmente messa nero su bianco.

E tuttavia, contestualmente a questi annunci, venivano definanziati 87 milioni per la riqualificazione stradale delle aree interne. Da un lato si richiamano bisogni storici e irrisolti; dall’altro si accetta di far entrare la difesa nello stesso perimetro di fondi. Una contraddizione che non ha bisogno di commento: si commenta da sola, con la crudezza dei numeri. Tridico non usa mezze misure: “La Calabria ha ancora strade che franano, rubinetti a secco e paesi che si svuotano. Non è questo il momento di guardare altrove e i cannoni non riempiono gli acquedotti”.

Una cifra piccola, un segnale enorme

Qualcuno potrebbe obiettare che 14,8 milioni di euro sono una somma modesta, quasi trascurabile nel quadro di una programmazione che muove centinaia di milioni. Ma sarebbe, questo, un argomento debole. Come puntualizza lo stesso Tridico, “quei 14,8 milioni di euro rappresentano una cifra troppo limitata per essere una svolta strategica, ma troppo significativa per essere liquidata come dettaglio tecnico”.

Il punto politico, in effetti, non è la dimensione della cifra, ma il segnale che questa scelta produce. Ogni euro sottratto alla coesione per essere indirizzato alla difesa è un euro che non aggiusta una strada, non porta acqua in un rubinetto, non costruisce una casa popolare, non presidia un territorio che si svuota. In una regione come la Calabria, dove il deficit infrastrutturale e sociale è strutturale e pluridecennale, ogni euro conta il doppio. Rinunciarvi — e farlo in nome di priorità che appartengono a un altro ordine del discorso — è una scelta che ha il sapore amaro della resa.

Il colmo di una storia antica

C’è, in tutta questa vicenda, qualcosa che va oltre la polemica contingente e tocca una questione più profonda: quella del destino cronico delle aree periferiche d’Europa, condannate non soltanto dalla storia e dalla geografia, ma anche — e forse soprattutto — dalle scelte politiche che si compiono in loro nome.

La Calabria è da sempre la regione del mai abbastanza: mai abbastanza fondi, mai abbastanza infrastrutture, mai abbastanza attenzione. Una terra che ha imparato, nei secoli, ad attendere promesse che arrivano tardi, parziali, spesso distorte nel transito dalle cancellerie europee alle delibere regionali. Che quei fondi — finalmente disponibili, finalmente orientati verso bisogni reali — vengano ora piegati verso la voce “difesa” è, per usare una parola sola, il colmo. “Questo è un errore che rischiano di pagare soprattutto i territori che avrebbero più bisogno di sviluppo”, ammonisce Tridico. E la Calabria — con le sue strade che franano, i suoi rubinetti a secco, i suoi paesi che si svuotano — è, in questa triste graduatoria, capofila.

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