Seduta straordinaria del Consiglio regionale della Calabria, interamente dedicata alla sanità. Un appuntamento carico di attese, arrivato dopo settimane di mobilitazioni, il sit-in di Polistena e la pressione crescente di comitati, operatori e cittadini. In Aula, su invito istituzionale, anche una delegazione del Comitato a Tutela della Salute, guidato da Marisa Valensise, a testimoniare il legame – ormai teso – tra istituzioni e territori. Al centro del confronto la proposta di legge regionale n. 21, “Disposizioni per garantire la continuità dei servizi sanitari regionali”, nata per fronteggiare una delle emergenze più acute del sistema sanitario calabrese: la carenza cronica di medici, soprattutto nei reparti di emergenza e nelle aree interne.
La legge: una misura straordinaria per evitare il buio
Il testo consente alle Aziende del Servizio sanitario regionale di conferire incarichi libero-professionali a medici collocati in quiescenza, per un massimo di 12 mesi, rinnovabili una sola volta. Medici non dipendenti pubblici, chiamati a coprire turni e servizi essenziali in pronto soccorso, anestesia, medicina interna, chirurgia generale e continuità assistenziale. Una soluzione temporanea, definita da tutti non strutturale, ma ritenuta necessaria per evitare la sospensione dei servizi e garantire i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) in una fase segnata da concorsi deserti e organici ridotti all’osso. L’Aula ha approvato anche l’emendamento di Marco Polimeni che estende la misura alla radiodiagnostica, rafforzando l’impianto operativo. Il verdetto politico è netto: approvazione all’unanimità.
Il dibattito: maggioranza e opposizione, voci diverse, stesso voto
Ad aprire il confronto Ferdinando Laghi (Tridico Presidente), che annuncia un voto favorevole «di coscienza»: la legge non risolve la crisi, ma evita «un vuoto operativo potenzialmente devastante». Più duro Giuseppe Ranuccio (Pd), che accusa la maggioranza di intervenire solo dopo il clamore mediatico e le proteste: «È una risposta emergenziale, non una riforma strutturale». Filomena Greco (Casa Riformisti – Italia Viva) invita a spostare il confronto dal racconto social alle soluzioni tecniche: «Chiudiamo qualche canale TikTok e apriamo canali operativi».
Per la maggioranza interviene Rosaria Succurro (Occhiuto Presidente), che richiama gli anni difficili ereditati, il ruolo della formazione medica e l’apporto dei medici cubani come argine alla chiusura dei reparti. Elisa Scutellà denuncia una sanità che «cambia volto a seconda del territorio». Elisabetta Maria Barbuto definisce la legge un «giubbotto di salvataggio», annunciando comunque voto favorevole. Intervento acceso di Ernesto Alecci, che punta il dito su inefficienze tecnologiche e amministrative, dai macchinari obsoleti ai ritardi nelle forniture. Vincenzo Bruno (Tridico Presidente) chiede un Consiglio regionale monotematico sulla sanità e segnala i rischi giuridici legati al commissariamento. Favorevole anche Domenico Giannetta, che parla di «risposta concreta al grido dei territori». Il più duro è Giuseppe Falcomatà (Pd), che denuncia l’assenza di dati sugli organici e ironizza sulla Facoltà di Medicina di Reggio Calabria, definita «dispersa in Libia». Chiude il giro Riccardo Rosa (Noi Moderati), che invita a un approccio costruttivo e difende la legge come strumento indispensabile per le aree interne.
Il discorso di Occhiuto: ammissione, difesa e sfida
A chiudere il dibattito è il presidente della Regione Roberto Occhiuto, con un intervento lungo e politicamente denso, scandito da ammissioni nette e rivendicazioni.
«La sanità non va bene, non l’ho mai detto»
«Non ho mai affermato che la sanità in Calabria vada bene. Siamo terzultimi nei LEA, eravamo ultimi: non posso esserne soddisfatto. Sono ambizioso e voglio che questa regione salga molte più posizioni».
Una legge “ardita” ma necessaria
«È un provvedimento tampone, come lo sarà l’emendamento al Milleproroghe. Non è una soluzione strutturale, ma senza una norma i direttori generali difficilmente si assumerebbero responsabilità operative. È una legge ardita, perché in regime di commissariamento le competenze legislative sono limitate, ma è necessaria».
Il peso del commissariamento
«Abbiamo due camicie di forza: commissariamento e piano di rientro. Potremmo uscirne domani accettando un piano capestro, ma finiremmo dalla padella alla brace. Io voglio uscire dal commissariamento a condizioni sostenibili».
Medici cubani e creatività amministrativa
«Senza i medici cubani molti pronto soccorso avrebbero chiuso. È stata una scelta contestata, ma decisiva. Ogni misura straordinaria che facciamo richiede creatività, perché non possiamo usare liberamente il fondo sanitario».
Polistena come simbolo
«Polistena è l’ospedale che mi ha colpito di più. Il primo che ho visitato. Ho visto un pronto soccorso con crateri nel pavimento. Il primo intervento che ho disposto è stato rifarlo. Lì ho visto medici straordinari lavorare in condizioni impossibili».
Responsabilità personale
«Mi assumo tutte le responsabilità: ho voluto essere commissario della sanità e ci ho messo la faccia. Ma respingo l’idea che siamo rimasti con le braccia conserte».
Programmazione e futuro
«Stiamo investendo sulla formazione, sulle specializzazioni, sulle facoltà di medicina. Fra qualche anno avremo medici formati qui che potranno sostituire le soluzioni emergenziali. Ci sono anche sacche di buona sanità che meritano fiducia».
Un sì unanime, tra urgenza e incertezza
Tutti gli articoli sono stati votati favorevolmente, con autorizzazione al coordinamento formale. Il via libera all’unanimità certifica un dato politico chiaro: davanti al rischio di chiusura dei servizi, la Calabria sceglie l’unità. Resta però il nodo di fondo: una legge necessaria, ma non risolutiva. Un argine contro l’emergenza, non la cura. La sanità calabrese resta un terreno fragile, dove il tempo guadagnato oggi dovrà essere trasformato domani in riforme vere, prima che l’eccezione diventi normalità.








