Ieri pomeriggio, nella sala conferenze del Comune di Vibo Valentia, il sindaco Enzo Romeo ha convocato i giornalisti per annunciare quello che ha definito, senza mezzi termini, un risultato storico. L’Autorità di Sistema Portuale dei Porti di Gioia Tauro, Crotone e Vibo Valentia ha dato parere favorevole alla delocalizzazione dei depositi costieri della Meridionale Petroli dal porto di Vibo Marina. Il tema è noto: da quasi settant’anni un’ampia area strategica del waterfront vibonese è occupata da cisterne di stoccaggio carburanti, impianti classificati a rischio di incidente rilevante, a pochi metri da abitazioni e attività commerciali.
Romeo ha raccontato quasi un anno di lavoro istituzionale silenzioso: incontri al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, interlocuzioni con la Regione Calabria, una delibera consiliare approvata all’unanimità — maggioranza e opposizione unite — e un confronto tecnico con l’ammiraglio Sciarrone sui costi della condotta necessaria al trasferimento degli impianti. «Stare uniti e combattere insieme è una cosa che la città aspetta da tantissimi anni», ha dichiarato il primo cittadino, visibilmente emozionato.
La sostanza dell’annuncio: quattro anni per completare la delocalizzazione, nuova sede in Zona ZES (Zona Economica Speciale) con agevolazioni fiscali, modifica del Piano Regolatore del Porto per cancellare la destinazione industriale dell’area, tutela dei 23 lavoratori attualmente impiegati dalla società. Costo stimato della condotta di collegamento: circa un milione e mezzo di euro, con il Ministero disponibile a finanziare l’operazione.
La risposta delle opposizioni: “È solo fumo negli occhi”
La risposta non si è fatta attendere. In serata, i gruppi consiliari di Forza Italia, Fratelli d’Italia, Cuori Vibonesi e Noi Moderati hanno diffuso una nota stampa dai toni durissimi, smontando pezzo per pezzo la narrazione trionfale del sindaco.
Il punto centrale della critica riguarda la natura giuridica dello strumento adottato. L’atto su cui si fonda l’intera operazione non è — sostengono le opposizioni — un provvedimento che impone la rimozione dei depositi, bensì un Atto di Sottomissione ai sensi dell’art. 38 del Codice della Navigazione: uno strumento che, a loro avviso, anziché spostare i depositi, li consolida giuridicamente nella posizione attuale, trasformando una situazione precaria in una concessione formale.
Le accuse sono circostanziate: nessun cronoprogramma vincolante per la delocalizzazione, nessuno studio di fattibilità presentato pubblicamente, nessuna sanzione prevista in caso di inadempienza da parte della Meridionale Petroli. «Il Comune firma una cambiale in bianco», scrivono i consiglieri di opposizione, aggiungendo che l’azienda avrebbe di fatto solo l’obbligo di individuare un nuovo sito entro quattro anni — senza garanzia alcuna sulla realizzazione effettiva del trasferimento — potendo nel frattempo restare dove si trova fino a vent’anni.
Infine, l’attacco più politicamente tagliente: il silenzio totale sullo stabilimento ENI, altro impianto presente nell’area portuale e anch’esso classificato a rischio, che nella conferenza stampa del sindaco non è stato mai menzionato.
Cosa dice davvero il documento dell’Autorità Portuale
È a questo punto che la lettura diretta dei documenti ufficiali diventa indispensabile. Il testo del provvedimento dell’Autorità di Sistema Portuale, di cui Calabria7 ha preso visione, offre una ricostruzione più articolata — e per certi versi più sfumata — rispetto a quanto sostenuto da entrambe le parti.
Il documento esprime parere favorevole al rilascio di un Atto di Sottomissione ex art. 38 del Codice della Navigazione e art. 35 del Regolamento di Esecuzione, subordinatamente all’osservanza delle prescrizioni e autorizzazioni delle amministrazioni competenti. Sul piano della durata temporale, il testo è esplicito: l’efficacia dell’Atto di Sottomissione è parametrata ai tempi tecnici necessari per la definizione degli accordi di delocalizzazione e la relativa esecuzione, ma si ritiene che questa non possa essere superiore al quadriennio (31.12.2029). Fin qui, coerente con quanto annunciato dal sindaco.
Il passaggio più delicato — e più rilevante per il dibattito in corso — riguarda però il meccanismo di conversione: al perfezionamento dell’iter amministrativo e negoziale relativo alla delocalizzazione, l’Atto di Sottomissione «sarà convertito in formale titolo concessorio», rispetto al quale il documento chiede sin d’ora al Comitato di gestione una deliberazione favorevole. In altre parole: se la delocalizzazione va a buon fine entro il 2029, l’atto provvisorio si converte in concessione definitiva per la nuova sede. Ma il documento prevede anche lo scenario opposto: se l’iter negoziale non dovesse concludersi positivamente entro il quadriennio, si propone al Comitato di dare mandato agli uffici per definire l’istruttoria sulla durata concessoria — con esiti da sottoporre nuovamente al Comitato per la deliberazione di competenza, nel rispetto dell’art. 18, comma 5 della L. n. 84/94.
I nodi irrisolti: cosa manca ancora
Una lettura attenta del quadro complessivo consente di individuare almeno quattro questioni aperte, su cui né la conferenza stampa del sindaco né la nota delle opposizioni hanno offerto risposte definitive.
Il cronoprogramma vincolante. Il documento dell’Autorità fissa il 31.12.2029 come termine massimo, ma non specifica tappe intermedie obbligatorie né sanzioni automatiche in caso di ritardo. L’obiezione dell’opposizione su questo punto appare fondata, anche se lo strumento dell’Atto di Sottomissione prevede per sua natura l’inserimento di clausole specifiche che potranno colmare questa lacuna.
La bonifica del sito. Né il sindaco né l’opposizione hanno affrontato pubblicamente il tema della bonifica dell’area attualmente occupata dai depositi. Settant’anni di stoccaggio carburanti impongono, con ogni probabilità, un intervento di risanamento ambientale prima che l’area possa essere destinata a nuove funzioni. Chi paga? Con quali tempi? Il documento dell’Autorità non risponde.
La condotta e i finanziamenti. Il costo stimato di un milione e mezzo di euro per la condotta di collegamento è stato indicato dal sindaco come finanziabile dal Ministero «non appena le condizioni lo consentiranno». Una formula vaga, che non configura ancora un impegno formale.
Lo stabilimento ENI. L’obiezione delle opposizioni su questo fronte è la più difficile da controbattere. L’area portuale di Vibo Marina ospita anche impianti riconducibili alla presenza ENI, classificati anch’essi come siti a rischio. La mancata menzione nella conferenza stampa è un vuoto che l’amministrazione dovrà prima o poi colmare, pena la fondatezza dell’accusa di selettività politica.
Cos’è l’Atto di Sottomissione: lo strumento giuridico al centro del dibattito
Per comprendere la disputa è necessario chiarire cosa sia, tecnicamente, un Atto di Sottomissione ai sensi dell’art. 38 del Codice della Navigazione. Si tratta di un atto con cui il concessionario di un’area demaniale marittima — in questo caso la Meridionale Petroli — si impegna formalmente a rispettare determinate condizioni fissate dall’Autorità portuale, in cambio del mantenimento (temporaneo o definitivo) dell’occupazione dell’area.
Non è, di per sé, né una vittoria né una resa: è uno strumento negoziale che vale quanto le clausole che contiene. Se quelle clausole includeranno obblighi precisi, scadenze certe e meccanismi sanzionatori, l’atto potrà essere uno strumento efficace di governo del processo. Se resteranno vaghe e prive di enforcement, le opposizioni avranno ragione. Il testo integrale dell’Atto di Sottomissione — che le opposizioni chiedono venga portato immediatamente in Consiglio comunale — è dunque la chiave di volta dell’intera vicenda. Senza quel testo, ogni valutazione definitiva resta prematura.
Il verdetto provvisorio
Allo stato degli atti, la realtà è più complessa di quanto entrambi gli schieramenti abbiano interesse a raccontare. Il sindaco Romeo ha ottenuto un risultato concreto — il via libera dell’Autorità portuale e un orizzonte temporale definito — ma ha presentato come punto di arrivo quello che è, nei fatti, un punto di partenza. Le opposizioni hanno sollevato criticità reali — la mancanza di un cronoprogramma vincolante, il nodo della bonifica, il silenzio sull’ENI — ma si sono fermate alla polemica senza proporre alternative.
Quello che è certo, leggendo i documenti, è che Vibo Marina è a un bivio: da un lato, la possibilità concreta di liberare, dopo quasi settant’anni, un’area strategica del suo waterfront da impianti industriali incompatibili con la vocazione turistica e residenziale che la città vuole costruire. Dall’altro, il rischio che un iter amministrativo complesso si inceppi sui nodi non risolti — i finanziamenti, la bonifica, l’ENI, le garanzie contrattuali — e che la “svolta storica” si trasformi nell’ennesimo capitolo incompiuto della storia urbana di questa città. La partita è aperta. I prossimi quattro anni diranno da che parte pende la bilancia.








