Erano arrivati per tappare i buchi di un sistema sanitario in ginocchio. Oggi i 400 medici cubani ancora presenti in Calabria rischiano di diventare una pedina nello scontro tra Washington e L’Avana. Le brigate mediche cubane sono tornate al centro di un conflitto diplomatico che, dopo aver già travolto Venezuela, Guatemala e decine di altri Paesi, potrebbe presto lambire anche le coste italiane.
La vicenda nasce da lontano. Il programma di esportazione di personale sanitario cubano risale ai primi anni della Rivoluzione e in oltre sessant’anni ha portato medici e infermieri in decine di nazioni, dalle comunità rurali dell’Africa subsahariana ai Paesi del Caribe. Durante la pandemia da Covid, una squadra fu inviata persino in Italia. Una parte di quei professionisti non è mai rientrata a casa: circa quattrocento di loro operano tuttora in Calabria, dove coprono le carenze croniche di organico che affliggono le strutture ospedaliere della regione.
Trump e Rubio all’offensiva: sanzioni e pressioni sui governi alleati
L’amministrazione Trump, con il segretario di Stato Marco Rubio in prima linea, ha deciso di colpire il programma alla radice. La logica è semplice: prosciugare le entrate. Ogni medico cubano inviato all’estero genera per lo Stato dell’Avana compensi consistenti versati dai governi ospitanti, mentre ai professionisti resta solo una quota residuale. Per Cuba, stretta dall’embargo e dalla crisi economica, si tratta di una delle principali fonti di valuta estera.
Washington ha così aumentato la pressione diplomatica, spingendo i governi a rescindere i contratti. Guatemala, Guyana, Giamaica, Saint Vincent e Grenadine, Paraguay e Honduras stanno già smantellando o riconsiderando gli accordi. Nell’agosto 2025 gli Stati Uniti hanno annunciato restrizioni sui visti e revoche nei confronti di funzionari di Brasile, Grenada e di alcuni Paesi africani accusati di collaborare con il sistema. Una legge approvata di recente consente ora a Washington di comminare sanzioni dirette ai Paesi che continuano a impiegare personale sanitario cubano.
Secondo William LeoGrande, docente di governo all’American University, molti governi che stanno interrompendo i contratti lo fanno non per convinzione, ma per il timore di ritorsioni da parte di Washington.
“Una forma di schiavitù”: le voci dei medici dissidenti
Le accuse americane trovano eco nelle testimonianze di chi ha vissuto dall’interno il sistema delle missioni. Leyani Perez Gonzalez, medico cubana inviata in Venezuela nel 2008, ha raccontato di aver scelto la missione per ragioni economiche: a Cuba, all’epoca, uno specialista guadagnava circa venti dollari al mese, troppo poco anche solo per i beni essenziali. All’estero lo stipendio poteva quadruplicare.
Ma la sua esperienza è stata tutt’altro che liberatoria. Gonzalez ha descritto condizioni di vita difficili, stretto controllo da parte delle autorità cubane e il ritiro del passaporto per impedire le diserzioni. Oggi vive in Florida, dove si è riqualificata come infermiera specializzata, e definisce senza mezzi termini quelle missioni «una forma di schiavitù».
La difesa dell’Avana e le sfumature della realtà
La lettura del fenomeno, tuttavia, non è univoca. Stephanie Panichelli-Batalla, docente di sviluppo sostenibile globale all’Università di Warwick, invita a non semplificare: il sistema è «molto più complesso» di quanto sostiene Washington. I medici partono volontariamente, e anche se ricevono solo una parte di quanto versato dai governi ospitanti, guadagnano comunque molto di più di quanto potrebbero aspirare a percepire restando nell’isola. Per molti, una missione all’estero significa in concreto la possibilità di ristrutturare casa o migliorare il tenore di vita della propria famiglia.
Cuba rivendica le missioni come prova di solidarietà verso il Sud globale. Secondo il quotidiano ufficiale Granma, nel 2024 oltre 20.000 operatori sanitari cubani erano attivi in più di 50 Paesi. La metà si trovava in Venezuela, ma dopo la caduta di Maduro molti hanno già lasciato il Paese.
A sollevare dubbi anche sul piano dei diritti è stato un relatore speciale dell’Alto commissario Onu per i diritti umani, che ha segnalato criticità nelle condizioni di vita e di lavoro dei partecipanti, oltre a possibili ritorsioni nei confronti dei familiari rimasti a Cuba nel caso in cui un medico abbandoni la propria missione.
Cosa rischia la Calabria
Sullo sfondo di questa contesa globale, la Calabria resta in una posizione delicata. La scarsità cronica di personale sanitario che affligge la regione ha reso quella di Havana una soluzione strutturale, non emergenziale. I 400 medici cubani attualmente in servizio non sono una presenza temporanea: coprono turni, reparti e presidi che altrimenti rimarrebbero scoperti.
Se la pressione americana dovesse costringere il governo italiano a rivedere gli accordi, o se le sanzioni americane dovessero colpire chi lavora con Cuba, la Calabria si troverebbe a dover rinunciare a un presidio sanitario che non è in grado di sostituire nel breve periodo. Una prova ulteriore, se ancora ce ne fosse bisogno, che la crisi del sistema sanitario calabrese non è una questione locale: è un nodo che si intreccia con le grandi dinamiche della politica internazionale.









