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9 Aprile 2026
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Il porto della vergogna: Vibo Marina schiava dei petrolieri e ostaggio di un’Autorità Portuale che affossa il futuro

Tra ecomostri, puzza di zolfo e 250 milioni di royalties che fuggono a Roma, una città muore nell'indifferenza dei parlamentari del territorio e di una politica che si fa la guerra per interessi di bottega

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Ieri era Pasquetta. Pizzo pullulava di gente, le strade intasate, i bar pieni, il lungomare una cartolina. Tropea, come sempre, era già sold out, i vicoli del centro storico colorati di turisti stranieri, le terrazze sul mare affollate di famiglie in festa. E Vibo Marina? Vibo Marina era al solito deserta. Quasi vuota. Silenziosa come un posto che la storia ha deciso di dimenticare.

Bastava affacciarsi per capire perché. Lì, a dominare il waterfront che potrebbe essere tra i più belli della Calabria tirrenica, campeggiano i depositi costieri della Meridionale Petroli. Non li stanno rimuovendo. Non li stanno ridimensionando. Li stanno rinnovando. L’Autorità portuale di Gioia Tauro ha appena concesso loro il rinnovo della concessione per i prossimi quattro anni. Quattro anni. Mentre il Consiglio comunale di Vibo Valentia aveva votato all’unanimità la delocalizzazione. Mentre il territorio reclamava a gran voce la liberazione del porto da una servitù industriale che dura da settant’anni. L’Autorità portuale ha risposto con un pezzo di carta che vale quattro anni di immobilismo garantito.

Questo è il porto di Vibo Marina oggi: il niente.

Proviamo a dire con chiarezza ciò che molti sanno ma pochi hanno il coraggio di scrivere. Vibo Marina è schiacciata tra quattro simboli del degrado che si sommano l’uno all’altro fino a formare un’equazione impossibile. I depositi costieri della Meridionale Petroli occupano il fronte mare. Il Pennello — il quartiere fatiscente che dovrebbe essere un lungomare e invece è la fotografia plastica dell’abbandono — taglia la città dal mare come un coltello. L’Eni emana la sua puzza di zolfo, pesante e costante, come un promemoria quotidiano di chi comanda davvero. E infine c’è l’Italcementi, quel gigante abbandonato che dal mare sembra un ecomostro, una cattedrale del nulla che nessuno ha mai avuto il coraggio di abbattere o riconvertire.

Nel mezzo, ci vivono persone. Persone che si ammalano. Che muoiono di tumori in percentuali che non si spiegano senza guardare cosa hanno respirato e bevuto per decenni. Uno sviluppo industriale che non c’è mai stato davvero, che non ha mai creato occupazione stabile né ricchezza diffusa, ma ha lasciato in eredità il suo peggio: l’inquinamento, le malattie, la dismissione. E i soldi? I 250 milioni di euro di royalties estratti da questo territorio ogni anno volano a Roma. Alla Calabria arriva il dieci per cento, che resta nelle casse della Regione. A Vibo? Il nulla assoluto. Un territorio sfruttato, svuotato e lasciato a guardare i turisti passare dall’altra parte.

La grande palla al piede si chiama Autorità portuale

Non è un giudizio politico, è una constatazione. L’ente che dovrebbe essere il motore dello sviluppo portuale è diventato il principale ostacolo allo sviluppo turistico di una città incastonata tra Tropea e Pizzo — cuore pulsante del turismo calabrese — che avrebbe tutte le carte per giocare la sua partita da protagonista e invece non gioca neanche in panchina. Il commissario dell’Autorità portuale di Gioia Tauro, uomo di ispirazione leghista, governa Vibo Marina come se fosse un feudo di sua personale proprietà, indifferente alla volontà espressa democraticamente dal Consiglio comunale, sordo alle richieste del territorio, impermeabile a qualsiasi logica di sviluppo.

Qui la politica locale deve smettere di fare la vittima e cominciare a fare il suo mestiere. Maria Limardo, ex sindaco di Vibo Valentia, candidata con la Lega alle ultime regionali, ben ricompensata per i duemila voti portati a mani nude: adesso è il momento di guadagnarseli davvero, quei voti. Vada negli uffici del ministro Salvini. Sbatta i pugni. Gli faccia capire che il commissario leghista dell’Autorità portuale sta umiliando un territorio che ha votato Lega e che si aspetta qualcosa in cambio che non sia un comunicato stampa.

Giuseppe Mangialavori, presidente della Commissione Bilancio della Camera, onorevole eletto in questo territorio: da Vibo è sparito. Ricompare ogni tanto per annunciare qualche mancetta elettorale, qualche elemosina che non cambierà nulla. Oggi ha la possibilità di entrare davvero nella storia e di fare qualcosa di unico per la sua città. Faccia il parlamentare, una volta per tutte. Abbia il coraggio di battere i pugni senza fare don Abbondio. Questa partita si vince a Roma, tutti insieme.

E poi c’è Roberto Occhiuto, il governatore della Calabria. Il più anti-vibonese dei presidenti regionali della storia recente. Un uomo che ha trasformato l’indifferenza verso Vibo in un metodo di governo. Anche da lui bisogna passare, anche a lui bisogna fare sentire il peso di un territorio che non intende più restare invisibile. Non basta arrivare alle porte della città, fare un reel nel cantiere del nuovo ospedale di Vibo. Dalla sanità al porto occorre fare di più. Spendersi con coraggio e visione, quella visione che certamente non manca al governatore.

Enzo Romeo è rimasto solo

Il sindaco di Vibo Valentia si è trovato in mezzo a una battaglia che non è sua ma di tutta la città. Ha avuto coraggio ad affrontarla ma probabilmente ha sbagliato strategie e comunicazione restando intrappolato tra interessi di parte, mal consigliato dai suoi collaboratori, poco sostenuto dai suoi alleati e, in particolare, da un centrosinistra al solito evanescente. Partiva da un punto di forza notevole: l’unanimità del Consiglio comunale. Una delibera rimasta inascoltata. Doveva accorgersi già qualche settimana fa che l’Autorità Portuale di Gioia Tauro non stava facendo gli interessi della città di Vibo e il parere favorevole alla concessione ventennale scritto in burocratese è stato un segnale ignorato dal primo cittadino. La solitudine di oggi è frutto di un strategia in solitaria che non ha prodotto e non produrrà frutti. Gli esposti al Ministero delle Infrastrutture, al Ministero dell’Economia, al Presidente della Repubblica sono gesti estremi, il segno di un’esasperazione reale. Romeo non può combattere da solo contro un ente nazionale, un ministero, una regione indifferente e una classe politica che si è defilata. Ha bisogno di una città, di una provincia, della politica. Quella vera, l’unica in grado di mettere sotto scacco burocrati e burocrazia.

Destra e sinistra, per una volta, si diano davvero una mano. Non per Romeo. Per Vibo. Perché via Vespucci rischia di essere chiusa per ragioni di sicurezza e i cittadini perderebbero l’accesso a uno degli scorci più belli del litorale. Perché questa città è stanca di guardare le carovane di turisti fermarsi a Pizzo, proseguire per Tropea e non accorgersi nemmeno che Vibo Marina esiste.

Il porto di Vibo Marina potrebbe essere il volano di sviluppo economico di un’intera provincia. Potrebbe aprirsi al turismo, alla nautica, alla vita. Invece è fermo a settant’anni fa, tenuto in ostaggio da una concessione appena rinnovata e da un ente che non ha visione, non ha coraggio, non ha rispetto per il territorio che amministra. Qualcuno, a Roma, ascolti. Prima che Vibo smetta anche di chiedere.

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