Più che un semplice rimpasto, quello deciso dal sindaco Enzo Romeo è un vero riassetto degli equilibri politici, figlio diretto delle mazzate subite dal centrosinistra alle ultime regionali e della nuova geografia del potere che si va consolidando dentro e attorno al Partito democratico.
Altro che “ringraziamenti per l’ottimo lavoro svolto”. La rimodulazione della Giunta nasce da una necessità politica chiara: mettere in sicurezza Palazzo Luigi Razza dopo il terremoto elettorale e adeguare l’assetto amministrativo ai nuovi rapporti di forza. Rapporti che oggi parlano una lingua diversa rispetto a quella che il sindaco aveva raccontato solo pochi mesi fa. Il “mai prima di metà mandato” è diventato un ricordo sbiadito. La realtà, molto più brutale, è che il centrosinistra vibonese ha dovuto fare i conti con una sconfitta pesante e con un vincitore interno ben identificabile: Ernesto Alecci.
La vittoria di Alecci e il Pd che cambia asse
Il dato politico centrale è uno: Alecci sta prendendo il partito. E lo sta facendo spostando progressivamente l’asse del Pd vibonese dall’area storicamente più “rossa”, rappresentata dal duo Esposito–Colelli, verso una linea più moderata, pragmatica, meno ideologica. Una linea che, sul territorio, ha il volto di Nico Console, ma che politicamente risponde proprio ad Alecci. Non è un caso se oggi Console, dopo essere stato pubblicamente “scacciato” dal sindaco, diventa il vero punto di riferimento della maggioranza, il terminale politico di un’area che cresce mentre altre arretrano. Un capovolgimento che dice molto più di mille comunicati.
Alecci, capogruppo in Consiglio regionale, consolida così poteri sempre più forti non solo nel Vibonese ma nell’area centrale della Calabria, preparando il terreno per ambizioni che vanno ben oltre il perimetro comunale. E non è un mistero che tutto questo avvenga con il beneplacito di Nicola Irto, che guarda con attenzione a una possibile candidatura di Alecci alla guida della Regione.
Romeo evita il tracollo, ma qualcuno resta con le ossa rotte
Dentro questo scenario, Romeo fa ciò che può: evita danni estremi, tiene insieme i pezzi, ma paga un prezzo politico evidente. Alla fine, con le ossa rotte esce proprio Francesco Colelli, l’uomo che aveva aperto la crisi denunciando – correttamente – la scarsa rappresentatività del Pd in Giunta.
Colelli entra sì nell’esecutivo, ma con deleghe di secondo piano, insufficienti a riequilibrare il peso politico del partito. Un ingresso che sa più di contentino che di rilancio, e che arriva al costo politico più alto: il sacrificio di una figura tecnica e stimata come la professoressa Vania Continanza, rimossa non per demeriti ma per esigenze di bilanciamento interno.
Il passo indietro tattico e il peso delle deleghe
Abile, invece, la mossa dell’area Alecci. Prima il passo indietro sul nome di Mirabello, poi la proposta di Ketty De Luca, che consente al gruppo di incassare deleghe pesantissime: Bilancio e Commercio. Due deleghe che, prese insieme, valgono più di qualunque assessorato assegnato al Pd. E non è un dettaglio da poco se si considera che parliamo di un Comune in dissesto, stretto tra vincoli finanziari durissimi e una desertificazione commerciale che morde il tessuto economico cittadino.
A cederle sono due figure chiave: la tecnica Puntillo, assessora in quota Romeo, che si dimette, e Stefano Soriano, altro big del Pd vibonese, ormai visibilmente più vicino ad Alecci che a Colelli. Un segnale politico chiarissimo: il baricentro democratico si sta spostando, e chi resta ancorato al vecchio asse non può far altro che subirne le conseguenze. Il difficile, per l’area alecciana, viene adesso. Perso il ruolo di pungolo esterno alla maggioranza e ottenuto ciò che si rivendicava sul piano politico, si entra nella fase più delicata: quella dell’amministrare. E i primi due anni di consiliatura hanno già dimostrato quanto sia complesso governare una città come Vibo, segnata da problemi strutturali, vincoli finanziari e criticità sociali profonde. È per questo che, archiviata la stagione delle rivendicazioni, la vera prova di forza comincia ora: trasformare il peso politico conquistato in capacità di governo.
Perché il Pd non ha perso e gli alleati sono rimasti a guardare
Il Pd, in realtà, non perde perché Alecci è parte integrante del Partito democratico e la componente che a lui fa capo non potrà più essere ignorata dalla segreteria provinciale. Al contrario, quella corrente appare destinata a rafforzarsi ulteriormente dopo essere diventata maggioranza nella maggioranza, imponendo un nuovo equilibrio interno che cambia i rapporti di forza storici. Non a caso, in questa fase, l’area alecciana si è limitata a rivendicare un solo assessorato, evitando di forzare la mano su un rimpasto più ampio che avrebbe inevitabilmente coinvolto anche il Movimento Cinquestelle e la componente riconducibile a Lo Schiavo, inermi e sostanzialmente terrorizzati dall’idea di essere trascinati dentro una crisi nella quale avrebbero avuto tutto da perdere e nulla da guadagnare, avendo già incassato molto più del loro peso reale in Consiglio comunale, inferiore a quello del Pd e della stessa area alecciana, aprendo una redistribuzione complessiva delle deleghe secondo il più classico manuale Cencelli. Una scelta tattica, non una rinuncia, che segnala come il nuovo asse del Pd sia ormai tracciato e pronto, quando servirà, a chiedere molto di più.








