Da qualche giorno si racconta che la vicenda degli NCC e la sentenza della Corte costituzionale rappresentino una “battaglia liberale” partita dalla Calabria. Un mito curioso, quasi commovente. Pare che qui, ai piedi dell’Aspromonte, sia nata la rivoluzione che sfiderà corporazioni, rendite e monopoli.
Redistribuzione del mercato, non libertà dei consumatori
Peccato che il quadro reale sia molto meno epico e molto più semplice: non c’entra la libertà dei consumatori, c’entra la redistribuzione del mercato a vantaggio di alcuni operatori economici e delle piattaforme che intermediano il servizio.
In Calabria non c’è il “dramma” taxi vs NCC
E poi, diciamocelo: qui non c’è nemmeno il “dramma della concorrenza tra taxi e NCC”. In molte aree della Calabria i taxi che dovrebbero essere difesi sono, metaforicamente parlando, quattro o cinque professionisti che fanno quello che possono, su territori vasti, fragili e spesso privi di alternative di trasporto. Che concorrenza si starebbe liberalizzando? Qui non stiamo combattendo la rendita. Stiamo aprendo il cancello del pascolo a chi ha più capitale, più server e più algoritmi.
Servizio pubblico regolato vs liberalizzazione opaca
La retorica della “corporazione del tassista medievale” funziona bene nei talk show cittadini, ma ignora la realtà: il servizio taxi è, per legge, un servizio pubblico locale regolato per garantire accessibilità e continuità. L’NCC “liberalizzato” non è libertà: è concentrazione delle licenze nelle mani di pochi soggetti forti e delle piattaforme multinazionali. Non nasce un mercato aperto. Nasce un mercato opaco, intermediato, più costoso sul lungo periodo.
Cosa ha detto davvero la Consulta
E no, la Consulta non ha detto: “Evviva la concorrenza, viva Uber, viva la Silicon Valley che ci salva dal provincialismo”. Ha semplicemente detto: a legiferare sono le Regioni. Stop. Tutto il resto è packaging narrativo.
Il Sud non ha bisogno dell’ennesima app che sostituisce autobus che non passano. Ha bisogno di trasporto pubblico vero, pianificato, integrato, affidabile. Ha bisogno di investimenti ferroviari, non di tariffari dinamici. La precarietà non è modernità: è precarietà. Punto.
Dalla concorrenza all’oligopolio
Chi racconta la liberalizzazione come “opportunità” per i giovani del Mezzogiorno fa finta di non conoscere ciò che è già successo altrove: una volta conquistato il mercato, le tariffe salgono e l’accessibilità scende. È concorrenza solo nella fase di conquista. Dopo, è oligopolio.
La vera battaglia liberale non consiste nel togliere regole, ma nel garantire che i diritti non diventino privilegi riservati a chi ha più potere contrattuale. Chiamare “modernità” quella che è, semplicemente, privatizzazione selettiva è un esercizio di fantasia politica. E anche piuttosto pigro. Il progresso non si misura in quante app scarichiamo, ma in quante persone possono ancora permettersi di muoversi.








