Per mesi abbiamo visto una Calabria raccontata attraverso eventi, festival, degustazioni, eccellenze, interviste e dichiarazioni entusiastiche. Poi arrivano gli agricoltori. Scendono in strada e raccontano una Calabria molto diversa: costi diventati insostenibili, redditi insufficienti, aziende in difficoltà. A Davoli c’è persino chi dice che potrebbe non raccogliere le olive perché, a queste condizioni, potrebbe non convenire più farlo. E allora la domanda è inevitabile: dov’erano tutti fino a qualche settimana fa? L’assessore regionale all’Agricoltura Gianluca Gallo definisce oggi “sacrosante” le proteste e riconosce la necessità di interventi ancora più incisivi. Ma Gallo governa il settore da circa sei anni e proprio per questo la sua dichiarazione apre una questione politica anziché chiuderla: se queste difficoltà sono così profonde, quando sono cominciate? E cosa è stato fatto per impedirne l’aggravamento? Una crisi strutturale non nasce la domenica mattina insieme a un corteo di trattori. Eppure fino a poche settimane fa la rappresentazione pubblica dell’agricoltura calabrese era dominata soprattutto da un’altra immagine: prodotti straordinari, territori da valorizzare, aziende da promuovere, manifestazioni e partecipazioni istituzionali.
Regione e ARSAC tra promozione e problemi nei campi
Regione e ARSAC sono state protagoniste di un’intensa attività promozionale. Promuovere i nostri prodotti è utile ma non significa necessariamente risolvere i problemi degli agricoltori. Mentre chi lavorava nei campi affrontava problemi che oggi vengono definiti addirittura strutturali, abbiamo visto troppo spesso rappresentanti istituzionali e del settore tra stand, fotografie e calici, raccontare quanto fossimo diventati bravi. Oggi quegli agricoltori sono in strada, e arrivano anche le associazioni di categoria.CIA Calabria ha proclamato lo stato di agitazione permanente, parlando espressamente di una crisi “economica e strutturale”. Ma proprio quella parola — strutturale — impone una domanda. Se il problema cresceva da tempo, perché si arriva alla mobilitazione quando la protesta è già partita dal basso? A cosa serve una rappresentanza se raggiunge gli agricoltori quando sono già costretti a scendere in strada? Il compito di chi rappresenta professionalmente un settore dovrebbe essere anche vedere, misurare e denunciare prima. Non soltanto sedere accanto alle istituzioni quando si celebrano i risultati e poi schierarsi accanto agli agricoltori quando esplode la protesta.
Occhiuto, i giovani da trattenere e le olive da lasciare sugli alberi
E poi c’è il presidente della Regione. Nelle stesse ore in cui gli agricoltori raccontano pubblicamente queste difficoltà, Roberto Occhiuto compare sui giornali parlando del futuro di Forza Italia, del rischio che il partito «ingiallisca», di un suo libro e della necessità di attrarre i giovani, rilanciando anche proposte fiscali per convincere gli under 35 a rimanere in Calabria. È legittimo che un dirigente nazionale di partito si occupi del proprio partito, ma Occhiuto è soprattutto il presidente della Calabria. E allora viene spontaneo chiedersi perché, dopo aver visto così tante volte le istituzioni regionali negli eventi nei quali venivano celebrate le eccellenze calabresi, oggi non arrivi con la stessa forza l’immagine del presidente in strada ad ascoltare chi quelle eccellenze materialmente le produce. E soprattutto: vogliamo convincere i giovani a rimanere in quale Calabria? Ma in quella raccontata sui palchi o in quella nella quale un agricoltore arriva a chiedersi se valga ancora la pena raccogliere le olive? Il paradosso è evidente. Spendiamo risorse per promuovere l’olio calabrese come prodotto d’eccellenza, organizziamo eventi per raccontarlo e poi chi deve raccogliere quelle olive ci dice che potrebbe lasciarle sull’albero perché raccoglierle non conviene. Subito dopo pensiamo a una nuova misura per convincere suo figlio a non partire. Forse bisognerebbe invertire l’ordine delle cose. Prima creare le condizioni perché sia possibile vivere dignitosamente lavorando e facendo impresa in Calabria. Poi raccontare quanto sia conveniente rimanerci.
Le domande dell’Osservatorio, prima della protesta
C’è una considerazione che riguarda direttamente anche questo Osservatorio e che avremmo preferito non dover fare. Da circa due mesi proviamo a porre esattamente queste domande. Lo abbiamo fatto analizzando la successione degli eventi dedicati all’agroalimentare, la presenza quasi costante degli stessi soggetti istituzionali e delle rappresentanze, la quantità di comunicazione prodotta attorno alle eccellenze calabresi. Non sostenevamo che quegli eventi fossero inutili né che le eccellenze non esistessero, chiedevamo qualcosa di molto più semplice: raccontare la Calabria con meno enfasi e analizzarne con maggiore attenzione i problemi strutturali. Ci chiedevamo se una parte di quelle manifestazioni non stesse diventando anche una vetrina permanente per istituzioni, enti e rappresentanze più che uno strumento misurabile di crescita per chi produce. Le proteste di oggi non dimostrano da sole tutte le nostre tesi, sarebbe intellettualmente scorretto sostenerlo. Ma rendono quelle domande molto meno astratte. Perché mentre raccontavamo l’eccellenza dell’olio, qualcuno evidentemente cominciava già ad avere difficoltà a produrlo con un margine sufficiente. Ed è difficile non vedere oggi la distanza tra la Calabria straordinaria raccontata e la Calabria reale.
I dati economici non si leggono uno alla volta
Lo stesso metodo di analisi vale, con le dovute differenze, sul piano nazionale. Da tempo proviamo a leggere i dati economici evitando di trasformare una singola percentuale positiva o negativa nel giudizio complessivo sullo stato del Paese. Occupazione, PIL, turismo, salari, potere d’acquisto, produzione industriale, demografia, emigrazione giovanile e condizioni delle famiglie devono essere letti insieme. Un dato positivo può essere perfettamente vero e contemporaneamente raccontare soltanto una parte della realtà. Bonus, incentivi e finanziamenti possono rispondere a esigenze reali, ma non sostituiscono automaticamente politiche capaci di incidere nel tempo sui problemi strutturali. E una parte importante degli investimenti di questi anni è stata sostenuta dalle risorse straordinarie del PNRR, che hanno un orizzonte temporale definito. È qui che arriviamo forse a un problema ancora più grande: abbiamo progressivamente sostituito l’analisi con lo slogan. La comunicazione contemporanea ci ha abituati a concentrare questioni enormi in poche righe, possibilmente accompagnate da una fotografia e da una frase capace di raccogliere immediatamente consenso.Può funzionare benissimo per chi utilizza i social in maniera ricreativa. Molto meno per chi deve governare. Un settore agricolo in difficoltà non entra in un post. La crisi industriale non entra in uno slogan. Lo spopolamento della Calabria non si spiega con una percentuale. Il potere d’acquisto delle famiglie non si misura scegliendo il dato statisticamente più favorevole. E la difficoltà di migliaia di lavoratori e piccoli imprenditori non scompare perché una campagna di comunicazione racconta qualcos’altro.
I problemi complessi hanno bisogno di analisi complesse
Sappiamo che persino un articolo come questo verrà probabilmente considerato da molti, fortunatamente non da tutti, troppo lungo, poco moderno, poco adatto ai tempi dei social. Ce ne faremo una ragione. Perché quando un agricoltore rinuncia per un giorno al proprio lavoro, sale su un trattore e percorre chilometri per provare a farsi ascoltare, forse chi pretende di analizzare ciò che sta accadendo può rinunciare per qualche minuto alla comodità delle dieci righe, considerato che la sintesi è una virtù quando elimina le parole inutili ma diventa un problema quando elimina i problemi.
Lavorare non basta più per vivere dignitosamente
E quello che sta accadendo in agricoltura non riguarda soltanto gli agricoltori. Oggi questo settore ha avuto forse la capacità di reagire prima e più visibilmente. Ha portato i propri mezzi in strada e ha reso evidente una difficoltà che in forme diverse attraversa molte altre attività: piccoli imprenditori, artigiani, commercianti, professionisti e lavoratori dipendenti. Persone che lavorano, producono reddito, pagano imposte e contributi e che sempre più spesso descrivono una condizione nella quale il lavoro non coincide più necessariamente con la possibilità di vivere dignitosamente. Ed è questa, forse, la questione più seria. Non sapere soltanto quanti lavorano, ma chiedersi come vivono quelli che lavorano. Non sapere soltanto quante imprese aprono, ma quante riescono a produrre reddito. Non sapere soltanto quanti turisti arrivano, ma quale ricchezza rimane realmente sui territori. Non sapere soltanto quanti miliardi vengono stanziati, ma cosa rimarrà quando quei finanziamenti saranno terminati. Sono domande meno efficaci in un post, ma sono le domande alle quali dovrebbe rispondere chi governa.
Anche l’informazione deve rispondere
E riguardano anche l’informazione. Alcuni degli stessi mezzi che per mesi hanno dato grande spazio alla Calabria delle eccellenze, degli eventi e della rinascita oggi raccolgono le testimonianze di una Calabria in difficoltà. È giusto farlo oggi. La domanda è perché quella seconda Calabria abbia avuto bisogno di scendere in strada per conquistarsi lo stesso spazio. Forse entrambe sono sempre esistite. Solo che una aveva palchi, comunicati stampa, assessori, presidenti, eventi e fotografie. L’altra aveva soprattutto persone al lavoro. Non abbiamo bisogno di sentirci dire che avevamo ragione, anche perché nessuno mai ce lo dirà, in ogni caso avremmo preferito avere torto. Quando la narrazione corre troppo avanti rispetto alla realtà, prima o poi è la realtà a raggiungerla, e oggi lo sta facendo attraverso persone che non chiedono di essere raccontate come un’eccellenza, chiedono semplicemente di poter continuare a lavorare e vivere del proprio lavoro. Forse è da qui che bisognerebbe ricominciare.
*Osservatorio per il Socialismo Riformista “Anna Kulischioff”













