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28 Febbraio 2026
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La fiammella di Fiorita diventa un falò per il Pd di Catanzaro. Al via le purghe: Iemma declassata e Colosimo vicesindaca?

Fallito il tentativo di far cadere l’amministrazione, il sindaco apre la fase due: rimpastino in vista, resa dei conti tra i dem e punizioni mirate per chi ha firmato o sostenuto la sfiducia

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La piccola fiammella del cambiamento, evocata con toni lirici dal sindaco di Catanzaro Nicola Fiorita, rischia di trasformarsi molto presto in un falò politico. Non contro l’opposizione, ma dentro la maggioranza, e soprattutto nel Partito democratico, dove la tregua è durata giusto il tempo di archiviare il fallito tentativo di far cadere anticipatamente l’amministrazione comunale. Perché se è vero che “non ha vinto nessuno, ha solo perso Catanzaro“, come scrive Fiorita su Facebook, nei corridoi di Palazzo De Nobili il clima racconta un’altra storia: è partita la fase due, quella delle purghe silenziose, dei rimpasti chirurgici e dei conti da regolare.

Il fallimento del blitz e la fine dell’innocenza

Il tentativo di una parte consistente dell’opposizione – con l’inedito concorso di consiglieri formalmente di centrosinistra – di far decadere il Consiglio comunale attraverso le dimissioni dal notaio si è rivelato un boomerang. Non ha prodotto lo scioglimento del Comune, ma ha rotto definitivamente il fragile equilibrio politico su cui si reggeva l’amministrazione Fiorita. Da questo momento in poi, spiegano fonti qualificate del centrosinistra, il sindaco avrebbe maturato una convinzione semplice: chi ha firmato, o anche solo strizzato l’occhio ai firmatari, non può restare indenne.

Celia nel mirino, il Pd nel caos

Il primo nome segnato in rosso è quello di Fabio Celia, ex capogruppo del Pd, oggi nel Gruppo Misto e tra i quindici firmatari della sfiducia mascherata. Una frattura politica che Fiorita non ha mai digerito e che ora rischia di produrre effetti a cascata. Perché la resa dei conti non si ferma ai singoli, ma investe l’intero Partito democratico cittadino, già lacerato da correnti, rivalse personali e ambizioni regionali. Uno schema già visto in altre città calabresi, dove il Pd governa dividendo e punendo, più che ricomponendo.

Il caso Iemma: punizione simbolica, ma non troppo

Nel mirino del sindaco sarebbe finita anche Giusi Iemma, vicesindaca ed ex presidente dell’assemblea regionale del Pd. L’ipotesi che circola con sempre maggiore insistenza è quella di una punizione a metà: revocare la carica di vicesindaca, lasciandole però le deleghe assessorili. Un’operazione solo apparentemente soft. In realtà pesante sul piano politico e simbolico, ma anche economico, visto che tra l’indennità da vicesindaco e quella da assessore “semplice” ballano almeno 300 euro al mese. Un messaggio chiaro: il dissenso si paga, anche senza defenestrazioni plateali.

Giusi Iemma, però, non ha firmato alcun documento, non ha invitato nessuno a farlo e ha lavorato affinché nessuno, nel perimetro del centrosinistra, si unisse agli oppositori di Fiorita. A rendere il quadro più torbido è il fatto che tra i quindici figuri anche Fabio Celia. Inutile precisare la distanza politica tra l’attuale vicesindaca e l’ex capogruppo dei Dem, da tempo approdato al gruppo Misto: destini separati che qualcuno vorrebbe artificiosamente tenere legati. La strategia è chiara.

Colosimo vicesindaca e il peso delle correnti

Al posto della Iemma si vorrebbe far subentrare Irene Colosimo, già assessora, che manterrebbe le sue deleghe e assumerebbe anche il ruolo di numero due dell’amministrazione. Una scelta che riequilibrerebbe – secondo questa lettura – i rapporti di forza interni al Pd, rafforzando l’area riconducibile a Jasmine Cristallo, Da quanto si apprende, Ernesto Alecci, però, sempre secondo i rumors, non sarebbe entusiasta di una rimozione totale della Iemma che farebbe comodo all’area più progressista del centrosinistra e, in particolare, a chi ha velleità di candidarsi per il dopo-Fiorita sempre che Fiorita decida davvero di farsi da parte nel 2027. Sul fondo resta la partita regionale da non trascurare per il peso specifico che comporta: la vicesindaca ci ha messo sempre la faccia nelle ultime competizioni elettorali ed, ad oggi, la prima delle non elette tra le file del Partito democratico circoscrizione centro, con un ricorso pendente dopo il no del Tar e una possibile partita ancora aperta al Consiglio di Stato. Un dettaglio tutt’altro che secondario.

Il dossier Perrone e il caso Amc

Ma la vendetta politica non si fermerebbe qui. Altro nome sul tavolo è quello dell’avvocato Eugenio Felice Perrone, amministratore unico di Amc, la municipalizzata dei trasporti. Il suo contratto è in scadenza e non è affatto scontato che venga rinnovato. Paradossalmente, Perrone è considerato uno dei pochi manager che non ha creato problemi al sindaco, anzi: sotto la sua gestione i conti della partecipata sarebbero stati risanati, forse l’unico caso di vera discontinuità amministrativa in un mondo, quello delle partecipate, che fa acqua da tutte le parti. Ma in politica – soprattutto a Catanzaro – il merito conta meno della fedeltà. Lo abbiamo già visto nel caso di Gianvito Casadonte, il papà del Magna Grecia Film Festival troppo frettolosamente lasciato andar via. L’addio di Perrone significherebbe liberare una poltrona strategica da usare come merce di scambio, per placare i malpancisti del “mondo di mezzo”, quelli che chiedono sempre di più e tengono il sindaco perennemente sotto scacco.

Il solito film, con attori diversi

Alla fine, il copione è quello di sempre: la retorica del cambiamento, seguita dalla realpolitik delle epurazioni. La fiammella evocata da Fiorita continua a bruciare, sì, ma illumina soprattutto le crepe interne alla sua maggioranza. Catanzaro, ancora una volta, resta sullo sfondo. Spettatrice di un film già visto e rivisto, dove la politica smette di essere visione e diventa regolamento di conti, e dove a vincere non è mai la città, ma solo chi resta in piedi dopo l’ultima purga.

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