In Calabria le nomine non sorprendono: si confermano. Vengono raccontate come scelte in divenire, ma arrivano puntuali esattamente come preannunciate. Un dettaglio che rende le selezioni una formalità elegante, più utile a legittimare che a scegliere.
Quando il merito è evidente (e quindi raro)
Va riconosciuto, per correttezza, che in alcuni casi il capitale interno è stato davvero valorizzato. E si vede. Sono nomine senza sponsor, senza rumore, senza bisogno di spiegazioni. Lì il criterio è semplice: competenza, numeri, risultati. Proprio per questo sono poche e immediatamente riconoscibili.
La logica del sistema
Tutto il resto segue un’altra logica, che la politica conosce benissimo. Equilibri, compensazioni, necessità di sistema. E quando non è chiaro dove collocare qualcuno, la soluzione è sempre la stessa: una struttura dal perimetro narrativo ampio e operativo ridotto. Non si capisce bene cosa debba fare, e quindi va bene anche se fa solo chiacchiere. Anzi, è preferibile: dove la funzione è vaga, l’inadeguatezza non è misurabile. Un modello collaudato di autotutela amministrativa.
Conferme, esclusioni e ricollocazioni
Il copione, infatti, è andato esattamente come annunciato. Anche con la mancata conferma di un paio di dirigenti generali sopravvissuti a tutti i colori di Giunta da oltre dieci anni: qualcuno per consolidate ragioni di opportunità sarà gratificato sullo Stretto, qualcun altro torna a casa, forse perché non aveva ancora pienamente centrato gli obiettivi assegnati dall’esecutivo di turno.
Il frammento di verità necessario
Per rendere il racconto credibile, però, un frammento di verità va sempre inserito. E infatti qualche conferma non politicizzata c’è, ed è proprio lì che i numeri parlano. Performance, risultati, indicatori. Non narrazione, ma dati. E non a caso si intravede anche qualche volto pulito che sale, magari solo temporaneamente, magari come reggente, che poi “andando vedendo”, chissà se da Roma ci sarà qualche top manager che vorrà venire a lavorare all’ombra del Cavatore piuttosto che del Colosseo. Un segnale minimo, ma utile: a ricordare che il merito, ogni tanto, passa. Purché non disturbi troppo l’equilibrio politico generale.







