Sembrava un giorno di festa istituzionale, il “primo suono della campanella” a Palazzo Campanella. Ma sotto i sorrisi stirati e i completi d’ordinanza, la nuova legislatura regionale è partita con la vecchia musica: intrighi, ripicche e geometrie di potere.
Neanche il tempo di eleggere il presidente del Consiglio che già si consumava la prima manovra di palazzo, una di quelle che lasciano il segno e riscrivono gli equilibri.
Regista non dichiarato: Francesco Cannizzaro, deputato di Forza Italia e dominus politico di Reggio Calabria, presente in aula come fosse il vero “governatore ombra”.
Lui non vota, ma decide. Gli altri eseguono.
Sotto la patina di compostezza istituzionale, si è visto tutto ciò che in Calabria si chiama “governo del retroscena”: un centrodestra compatto solo a parole, un Pd ridotto a guerra di trincea interna, e una Reggio Calabria usata come merce di scambio in vista delle prossime comunali. Un primo giorno che sa già di resa dei conti.
I vincitori: il “Cannizzaro method” e la scacchiera di Reggio
C’è chi festeggia il ritorno in aula e chi festeggia il controllo dell’aula. Francesco Cannizzaro, coordinatore regionale di Forza Italia, non è consigliere ma domina la scena come se lo fosse. Sorride, stringe mani, e nel frattempo piazza i suoi uomini nei punti nevralgici dell’Ufficio di Presidenza: Salvatore Cirillo presidente, Giacomo Crinò vicepresidente. Un colpo perfetto: due pedine reggine, un solo stratega.
Il tutto mentre già si prepara il vero obiettivo: Palazzo San Giorgio, la corsa a sindaco di Reggio Calabria, per la quale Cannizzaro ha già ottenuto il via libera di Fratelli d’Italia.
Controllare oggi l’Ufficio di Presidenza — con budget, incarichi e visibilità politica — significa muovere domani la macchina elettorale dal cuore dell’istituzione regionale. Nessuna improvvisazione: Cannizzaro ha sfruttato le fratture interne agli “occhiutiani”, orchestrando la sostituzione di Pierluigi Caputo con Crinò. Due voti mancanti nella maggioranza durante lo scrutinio confermano la manovra: qualcuno ha dovuto ingoiare la nomina.
I rimandati: Occhiuto arbitro, o spettatore?
Il governatore Roberto Occhiuto mantiene la calma da presidente esperto, ma la giornata di ieri ha mostrato un centrodestra disciplinato solo per facciata. Dietro la compattezza del voto a Cirillo (23 sì al primo colpo), si muove una geografia interna in fermento.
Occhiuto ha scelto la stabilità, mantenendo Caputo come capogruppo per non perderlo del tutto. Ma la decisione di sacrificare il suo fedelissimo per un equilibrio territoriale a vantaggio di Reggio segna un compromesso politico, non una vittoria. La partita è appena iniziata e Occhiuto sa che dovrà mediare continuamente tra cannizzariani e forzisti d’area nord. In una regione dove ogni vicepresidenza pesa come una delega, anche un piccolo spostamento di pedine anticipa un intero ciclo di scontri.
I bocciati: minoranza in frantumi
Se nel centrodestra si parla di strategia, nel Pd si parla di macerie. Il partito è arrivato alla prima seduta diviso e rancoroso, con Giuseppe Falcomatà (sindaco metropolitano di Reggio) isolato e relegato ai margini. Niente capogruppo, niente vicepresidenza, niente Vigilanza: zero titoli. E dire che fino a poche settimane fa lo stesso Pd lo presentava come volto unitario della rinascita reggina.
Le tensioni esplose a Lamezia alla vigilia della seduta non si sono spente: Nicola Irto parla di clima sereno, ma i voti dicono il contrario. Falcomatà, escluso dai ruoli chiave, incassa due voti simbolici (difficile dare un volto preciso ai franchi tiratori), come a dire: “vi guardo da fuori, ma non mi arrendo”.
Le ombre dietro il voto
Dallo scrutinio emergono due voti per Falcomatà, una scheda bianca, e due voti “in prestito” a Cirillo provenienti dall’opposizione. Numeri minimi, ma eloquenti. Raccontano favori incrociati, promesse sospese e piccoli debiti politici che già alla prima seduta iniziano a circolare. E se l’opposizione, almeno a parole, avrebbe dovuto mostrare i denti, ha preferito il garbo istituzionale al conflitto politico. Niente bagarre, niente scontri verbali, solo volemose bene e selfie di rito. Segno che — più che una stagione nuova — la legislatura si apre con la vecchia liturgia del compromesso calabrese: sorrisi in aula, coltelli nei corridoi.









