La nuova Giunta regionale di Roberto Occhiuto sembra più un esercizio di potere che un rimpasto. Altro che equilibrio politico: il governatore ha costruito una repubblica presidenziale in salsa calabrese, tenendo per sé tutto ciò che conta davvero — dai trasporti alla cultura, dalle infrastrutture complesse alla sanità. La parola d’ordine è accentrare, e lo schema è chiaro: concedere ai partiti qualche poltrona “decorativa”, mentre le leve vere del comando restano saldamente nelle mani del presidente.
Ne sa qualcosa Filippo Mancuso, leghista, che sperava nella presidenza del Consiglio regionale e si ritrova vicepresidente con deleghe a Lavori Pubblici e Urbanistica, ma senza alcun potere sulle grandi opere. Il Ponte sullo Stretto? Rimane sotto la voce “materie riservate alla Presidenza”. Tradotto: decide solo Occhiuto.
I meloniani senza miele
In casa Fratelli d’Italia, la digestione è difficile. Giovanni Calabrese e Antonio Montuoro hanno ricevuto deleghe dal sapore amaro. Calabrese si ritrova con Turismo e Lavoro, ma senza i fondi per fiere, promozione o internazionalizzazione, rimasti in capo al governatore.
Montuoro ottiene Ambiente e Legalità, ma pure qui la sostanza è poca: le bonifiche e i flussi finanziari sono centralizzati. Perfino l’energia, fiore all’occhiello di quella delega, è finita a Marcello Minenna, il tecnico “fidato” di Occhiuto con in mano Bilancio, Digitale ed Energia. Un paradosso, se si pensa che proprio Fratelli d’Italia aveva proposto la creazione dell’Agenzia per la Digitalizzazione nella scorsa legislatura, rimasta lettera morta e ora sottratta al partito.
La Lega incassa ma non digerisce
I leghisti di Salvini si aspettavano di più. La vicepresidenza affidata a Mancuso è una consolazione di facciata, ma il partito si aspettava Infrastrutture e Trasporti, ossia il vero terreno politico del Carroccio. E invece no: i trasporti li gestirà Gianluca Gallo, il più “occhiutiano” tra gli assessori. Un segnale inequivocabile: la Lega serve a completare la foto di gruppo, ma non a incidere nelle decisioni strategiche. E i “pontieri” di Salvini si mordono la lingua.
Forza Italia, l’effetto Cannizzaro
Nemmeno in Forza Italia il clima è sereno. Il tandem Occhiuto–Cannizzaro, che domina la scena reggina, sta irritando più di un azzurro. Le manovre per condizionare la scelta del futuro sindaco di Reggio Calabria — isolando Giuseppe Scopelliti e impedendo nuovi “lodi Salvini” — hanno aperto crepe nel partito. La Straface al Welfare e la Micheli all’Istruzione garantiscono presenza femminile in Giunta, ma le deleghe restano “leggere” rispetto al peso delle altre. E la sensazione diffusa è che anche in casa azzurra conti più la fedeltà che la competenza.
Noi Moderati, ma non troppo
I Noi Moderati, al momento, osservano da fuori. Occhiuto promette un allargamento a nove assessori appena la legge nazionale lo consentirà, ma l’attesa rischia di essere lunga — sei o sette mesi, nella migliore delle ipotesi. Nel frattempo, restano al palo e il governatore può permettersi di scegliere con calma i futuri “ospiti” nella sua Giunta blindata. Una promessa che sa di rinvio tattico, più che di apertura politica.
Il potere assoluto del Presidente
Alla fine, il quadro è limpido: Occhiuto governa da solo, con una squadra che somiglia più a una corte presidenziale che a una giunta regionale. Ha trattenuto per sé Cultura, Sanità, Attrazione degli Investimenti, Protezione Civile, Marketing territoriale e perfino le Infrastrutture complesse. Tutto ciò che genera consenso e visibilità è nelle sue mani.
Il resto è amministrazione ordinaria, lasciata agli altri perché qualcuno dovrà pur firmare gli atti. Un disegno politico tanto abile quanto spregiudicato: svuotare gli alleati, accentrare il potere e consolidare una Repubblica presidenziale calabrese, dove il governatore è regista, attore e produttore esecutivo.
Tutti scontenti, uno solo felice
Il risultato? Mal di pancia diffuso. La Lega brontola, Fratelli d’Italia ingoia amaro, Noi Moderati aspettano Godot, Forza Italia si divide tra fedeli e inquieti. E mentre i partiti litigano sottovoce, Roberto Occhiuto resta al centro della scena, inamovibile e soddisfatto.
Perché, alla fine, nella sua repubblica presidenziale, l’unico davvero indispensabile è lui. Gli altri possono sempre cambiare.









