Levare eskimo e puzzetta sotto il naso in un colpo solo è una leccornia da manuale della paraculaggine applicata. Un’arte raffinata, quasi liturgica. Anche perché certi indumenti ideologici qualcuno li aveva già conferiti da anni alla prima isola ecologica offerta dalla vita ; altri invece continuano a tenerli piegati nell’armadio della coscienza, pronti all’uso a seconda del clima politico, in perfetto ossequio al principio immortale della sinistra ad assetto variabile: antagonista col governo sbagliato, progressista dialogante col buffet giusto.
Occhiuto e la coccola istituzionale
E così Roberto Occhiuto, nel microcosmo calabrese, riesce laddove Giorgia Meloni e i suoi infelicissimi ministri della Cultura falliscono da anni con ostinazione quasi scientifica: la paziente limatura degli angoli critici della gauche culturale nostrana attraverso il coinvolgimento. Inviti, panel, carezze simboliche, passerelle, rassegne, festival, salotti e kermesse assortite. Altro che egemonia culturale: qui siamo alla coccola istituzionale con finger food.
La probatio probatissima del Salone
L’edizione 2026 del Salone del Libro di Torino ne è stata la probatio probatissima, la certificazione notarile della strategia. E bisogna dirlo: a Turìn, per la parte nostrana, gli esecutori materiali erano di livello professionistico.
A partire dal direttore generale di Film Commission, Giampaolo Calabrese, abilissimo nel trasformarsi all’occorrenza nel compagnone dei Compagni, con quella naturalezza da aperitivo radical-chic che nemmeno una terrazza romana al tramonto.
La sinistra vezzeggiata
Perché la sinistra di pensieri, parole e restanza — rigorosamente senza ambulanza — non è affatto insensibile alla carezza istituzionale. Anzi, adora essere vezzeggiata, riconosciuta, accarezzata e ‘pappuliata’.
E il centrodestra di governo calabrese questa cosa l’ha capita benissimo: basta offrire palco, microfono e centralità narrativa senza chiedere troppo in cambio e improvvisamente il fascismo percepito evapora come umidità sui vetri del Lingotto.
Il miracolo editoriale
Miracoli editoriali di un Salone del Libro che, almeno per la quota Calabria, quest’anno è riuscito perfino a evitare che il provincialismo con la giacca buona della domenica soffocasse il talento con le pezze al culo. Evento raro, da segnalare all’UNESCO. C’erano tutti: archistar, antropolog-star, music-star, profeti e profitterol in patria, intellettuali dispensatori seriali di “narrazioni”, “comunità”, “marginalità” e “processi”.
La fame degli scrittori in erba
Ma più che dai nomi da cartellone, il cronista è rimasto colpito dalla fame feroce degli scrittori in erba. Fame vera. Fame di esserci, di parlare, di emergere, di trovare finalmente uno spazio senza dover chiedere il permesso ai soliti circoletti della restanza militante col calice in mano. Molto più interessante quella ‘vrama’ lì della panza chjina della restanza professionale, ormai specializzata nel presenziare con gravità ovunque si possa dire “borgo”, “radici” e “Sud globale” senza mai perdere il treno Frecciarossa di ritorno.
Il sistema bibliotecario lametino
In questo, il sistema bibliotecario lametino ha fatto una cosa seria davvero: mettere insieme la mejo gioventù e pure tanta adulta saggezza che fino a ieri manco si conosceva. Una vetrina meritata, finalmente non costruita solo per i soliti noti del santino culturale calabrese.
Dieci e lode a Giacinto Gaetano, dunque, ma anche all’omologo Bova, che hanno dimostrato come si possa fare promozione culturale senza trasformarla automaticamente in una sagra dell’autoreferenzialità depressiva.
Dirigenti, emulsionanti e sliding doors
Molto affiatato anche il duo dirigenziale Cosentino-Cauteruccio, destinato però a sciogliersi presto perché la seconda pare sia ormai in viaggio verso altri lidi dipartimentali, naturalmente in posizione apicale. In Calabria pure gli spostamenti interni hanno il sapore delle sliding doors istituzionali.
Ersilia Amatruda e Fabio Scavo, invece, hanno avuto il merito di fare gli emulsionanti di un piatto che per una volta non sapeva solo di ego e correnti culturali, ma aveva finalmente un equilibrio democratico.
I nuovi “Trettrè”
Poi il colpo grosso: i nuovi “Trettrè” — Brunori, Teti e Labate — monumentali. Un talk da urlo, il loro venerdì, tra malinconie meridiane, antropologie domestiche e poesia da backstage ferroviario. Persino la raucedine de Tumasi, alias Labate, ha aggiunto pathos. Potrebbero tranquillamente fare un tour nazionale: metà reading, metà seduta collettiva di autoanalisi calabrese, ci pensino. L’importante però è che alla restanza si inizi pure ad abbinare qualche ambulanza, sennò pare una cosa stile panza e prisenza.








