Lo ritroviamo dopo un sacco di tempo e ci sembra più loquace del solito.
Vuoi vedere che Domenico Giampà, ex segretario provinciale PD di Catanzaro, questa volta potrebbe dirci di più? Proviamo a slacciargli le scarpe, chissà che non ci premi togliendosi qualche sassolino.
Ma sei ancora nel partito o te ne sei andato, da quando ti hanno levato la quaglia (rectius, la segreteria Pd provinciale di Catanzaro)?
«Non mi sono mai spostato da dove sono, sicuramente dopo un lungo periodo di forte esposizione mediatica sono stato meno presente sui temi politici, ma in realtà credo che sia stato anche un bene, perché arriva il momento in cui bisogna staccare la spina e lasciare andare. Sicuramente ora sono più libero e comunque continuo a fare il “mestiere” più bello del mondo, che è il sindaco.»
Che cavolo sta succedendo a Lamezia Terme, Giampà? Eri riuscito a far coesistere il carattere politico non certo facile della Lo Moro con la maggioranza dei quadri dem, che non la ama per nulla, poi?
«Ora si capisce ancora di più il miracolo che eravamo riusciti a fare: una coalizione unitaria sul nome di Doris Lo Moro e una lista del PD che ricomprendesse al proprio interno tutte le anime del partito. Mi preme sottolineare che abbiamo portato il PD ad essere la prima forza politica della città. Decidere di fare il commissario cittadino a Lamezia Terme in un momento in cui avevo un problema di salute (di cui nessuno ha tenuto conto) è stato da parte mia un atto di generosità, perché sapevo che, se avessimo vinto le elezioni amministrative a Lamezia Terme, avremmo rafforzato il centrosinistra all’interno della nostra Regione.
Il rischio più grande in quella fase era che la coalizione non fosse unita e, sul modello di Principe a Rende, alcuni partiti erano pronti a strappare sostenendo Doris Lo Moro. Così il risultato sarebbe stato non arrivare nemmeno al ballottaggio. Oggi, dopo la sconfitta, è tutto più difficile. Non può passare il messaggio del “meno siamo e meglio stiamo”: serve il contributo di tutti, perché l’amministrazione Murone arranca e, se si continua così, il rischio è di non riuscire mai a dare alla città il buon governo che merita.»
E del vascello di Fiorita che ne pensi? Riuscirà Nicola a portarlo a riva prima che un uragano politico, alla Harry, lo travolga?
«Nicola Fiorita è molto abile, ne ha già passate e superate di tempeste. Anche lì, a Catanzaro, con un partito debole in città, il sindaco ha mani abbastanza libere e noi rischiamo di essere costretti ad inseguire. Mi sarebbe piaciuto – e l’ho proposto diverse volte – che il PD, dopo una campagna d’ascolto nei quartieri del capoluogo, organizzasse una grande conferenza programmatica, dalla quale emergesse una proposta di modello di città, non solo per la conclusione di questo mandato amministrativo, ma soprattutto per la Catanzaro del futuro. Alla gente non importano i nostri pettegolezzi, ma la nostra visione.»
Che rapporti hai con l’altro Nicola, Irto? Che consiglio gli daresti per vivacizzare il Pd?
«Sempre buoni. Non credo proprio che Nicola Irto abbia bisogno di miei consigli e sono abbastanza certo che abbia compreso autonomamente che, in questa fase, deve essere riferimento vero tra i territori e il popolo democratico. Anche perché, da ciò che si legge sulla stampa, il clima è davvero da uragano Harry.»
E con Gregorio Gallello, tuo successore, vi parlate?
«Certo. Gregorio è un ottimo amministratore. Non solo ci parlo, ma non farò mai a lui ciò che è stato fatto a me. Non c’è nulla di più dannoso che attaccare o fare polemiche sui componenti della propria comunità politica a mezzo stampa. Dai nostri comportamenti deriva la credibilità di un collettivo.»
Se penso alla tua parabola da segretario provinciale, mi viene da dire che dovevi essere più cazzuto e rivoluzionario. Invece hai preferito fare l’ufficiale delle Poste. Che ti rimproveri?
«E invece sostengo il contrario: se mi fossi comportato da ufficiale delle poste, a quest’ora magari sarei ancora al mio posto. Fermo restando che la decisione di non candidarmi all’ultimo congresso è stata mia, per evitare ulteriori tensioni e guerre fratricide. Sono sempre stato un uomo politicamente libero e autonomo. Nessuno è esente da errori, ma ho agito sempre pensando al bene comune e poco alla mia carriera. Purtroppo non sono riuscito a far prevalere la politica sul pettegolezzo, che va ancora molto di moda, né a far capire che ciò che conta sono i territori e la nostra gente: gli amministratori, i sindaci, la vera forza. Bisogna riconquistare chi ci guarda con interesse ma non ci vota, perché non risultiamo abbastanza credibili. Le amicizie e i rapporti con i dirigenti romani aiutano le carriere, ma penalizzano il collettivo. La mia ambizione non è mai stata apparire rivoluzionario, ma riformare il sistema. Da sempre sono convinto che sia più difficile essere riformisti che rivoluzionari.»









