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20 Aprile 2026
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L’arroganza del potere e la rabbia dei giovani. Gratteri a Vibo gela la sinistra: “Il No ha vinto ma non è merito di Pd, M5s e Cgil” (VIDEO)

Dalla campagna referendaria alla violenza giovanile, fino alla ‘ndrangheta: Gratteri parla agli studenti del Liceo Classico, indica nei giovani il motore del cambiamento e denuncia i limiti della politica e della comunicazione

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La stoccata arriva nel finale e stavolta ad essere infilzato da Nicola Gratteri è il centrosinistra, Cgil compresa. L’argomento è il referendum e la narrazione a tinte rosse di chi sostiene di aver fatto vincere il No. Il procuratore di Napoli lo ribadisce a chiare lettere anche dall’aula Magna del Liceo Classico Michele Morelli di Vibo Valentia dove parla davanti a una nutrita platea di studenti che lo ascoltano con grande attenzione mettendo mano agli smartphone solo per ricordare la domanda da fare o scattare una foto. L’occasione è la presentazione del libro “Come radici”, scritto a quattro mani con Antonio Nicaso. Un incontro promosso dal dirigente scolastico Raffaele Suppa con la collaborazione di Mariateresa Marzano. A condurre i tempi è la giornalista Paola Bottero e l’ultima domanda è un assist con il quale Gratteri affonda Partito democratico, Movimento Cinquestelle e Cgil. Altro che “toga rossa” o magistrato di sinistra. Una volta per tutti, ancora una volta, Gratteri marca le distanze e si conferma uomo libero, senza alcuna appartenenza partitica o correntizia. “A ottobre quando abbiamo iniziato a parlare di referendum – ricorda – il Sì era avanti di 25 punti e noi siamo riusciti piano piano a recuperare. Quando l’opposizione, il Pd, i Cinquestelle e la Cgil hanno capito che si poteva vincere, quando eravamo a -8, hanno fatto una conferenza stampa che si impegnavano per il No. Li ringraziamo però ora non possono dire che il merito di questa vittoria è loro”.

Il ruolo dei giovani e la vittoria del No

Il No ha vinto ma non per merito del centrosinistra, abile e opportunista a salire sul carro del vincitore quando il vento spirava verso una direzione ben precisa. Gratteri non si prende i meriti pur avendo messo la faccia e rivestito i panni di frontman chi sosteneva le ragioni del No. I meriti li dà ai giovani e a loro che attribuisce la vittoria.

“La cosa che mi è piaciuta tantissimo – ribadisce – sono stati i giovani, perché questo referendum si è vinto grazie ai giovani soprattutto, i giovani arrabbiati. Perché soprattutto i vostri fratelli che sono al Nord e non hanno potuto votare. Questo mi ha fatto arrabbiare, perché si chiama arroganza. Questo si chiama arroganza, e a me l’arroganza non piace. E’ stato bello vedere i giovani impegnarsi, prendere posizione. Io conosco almeno una decina di ragazzi che sono scesi a votare e poi non sono scesi a Pasqua. Hanno preferito farsi comprare il biglietto dai genitori per scendere a votare. Hanno preso posizione”.

“Mi ha rafforzato, indurito. Non mi aspettavo quell’odio”

La campagna referendaria sulla riforma della giustizia ha lasciato un segno. Gratteri lo sa, e non lo nasconde. Per mesi è stato al centro di un fuoco incrociato — giornali, trasmissioni televisive, post sui siti dei partiti politici, ogni mattina una raffica nuova. Attacchi quotidiani, spesso costruiti su cose false con l’obiettivo di delegittimare il principale simbolo del No. “Questa campagna referendaria mi è servita molto sul piano umano”, racconta. “Mi ha rafforzato, mi ha indurito. Mi ha fatto dispiacere anche sul piano personale, sul piano umano. Non mi sarei aspettato certi comportamenti da certa gente che magari io ritenevo amiche o conoscenti, gente che ha ricevuto bene da me“. Parole che pesano. Non le dice con rancore, le dice con la precisione di chi ha imparato a misurare la distanza tra ciò che credeva e ciò che ha trovato. Ma il paradosso, aggiunge, è che quell’odio si è rivelato controproducente per chi lo alimentava: “Ogni mattina c’era un post contro di me sui siti dei partiti politici. Però poi c’erano duecento commenti a favore mio e venti a favore del partito. E questo è servito a far riflettere le persone: non è possibile, perché tutto questo odio? Qual è la vostra posta in gioco? Perché non è possibile parlare?”.

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La ‘ndrangheta dal confine del contadino ai locali di lusso a Milano

Il tema referendario occupa un piccolissima porzione della breve mattinata con Nicola Gratteri di passaggio a Vibo prima del rientro a Napoli. Gli argomenti prevalenti riguardano la lotta alla mafia in tutte le sue declinazioni e quando il discorso scivola sulla ‘ndrangheta, Gratteri cambia registro. Non ci sono più aneddoti, c’è analisi. E l’analisi parte da Vibo, da questa provincia che conosce come poche altre. “In questa provincia trovate ancora diversi livelli di mafia“, dice. “Trovate ancora il mafiosetto del paese che veste il contadino per il confine perché gli vuole prendere la terra. Ancora trovate quello che ti chiede duecento euro di mazzetta“. Cose che, guardando i traffici internazionali di cocaina, potrebbero sembrare folklore. Ma sarebbe un errore pericoloso considerarle tali. “Non dobbiamo pensare che esista il reato di serie B“, avverte. “Se tu non risolvi e non intervieni sul problema del confine, se non eviti il problema delle estorsioni da cento euro, ti trovi poi magari tra sei mesi, tra un anno, un omicidio.

C’è l’altro livello, quello che non si vede dalla Calabria ma che dalla Calabria nasce. Le stesse famiglie che qui impongono il pizzo, altrove gestiscono locali di lusso nel centro di Milano — frequentati da calciatori, attori, imprenditori, pezzi di politica, del tutto ignari di chi incassa davvero. Poi fa un esempio concreto: “Il proprietario, che magari è un prestanome della ‘ndrangheta, in queste relazioni con i clienti aumenta il suo prestigio e si vende agli altri ‘ndranghetisti“, racconta. “Si vende così: ‘Io sono amico del calciatore X, dell’imprenditore Z, dell’attore Y.’” Da quelle relazioni nascono le opportunità più redditizie — e più pericolose: la cocaina offerta, la fotografia compromettente, il debito che diventa catena. “Questi rapporti si possono capitalizzare, vendere. Non è solo un fatto economico.” La proiezione internazionale, aggiunge, è ormai strutturale. Germania, Olanda, riciclaggio attraverso quote societarie, acquisto di attività all’estero. E il salto tecnologico che nessuno aveva previsto.

Dark web, criptovalute e il gap tecnologico dello Stato

In pochissimo tempo abbiamo visto alcune famiglie — quelle più evolute — molto interessate al dark web, molto interessate alle criptovalute“, spiega Gratteri. “Cinque, sei anni fa i cartelli sudamericani non volevano essere pagati in Bitcoin o in Monero. Adesso hanno capito che conviene anche loro perché è più difficile la tracciabilità“. Il ritardo delle istituzioni è reale e il procuratore di Napoli non lo nega: “Da questo punto di vista tecnologico siamo un po’ indietro. Si sta cercando di recuperare: si stanno facendo corsi appositi in Polizia, nei Carabinieri, nella Guardia di Finanza.” La corsa è iniziata. Il vantaggio, per ora, ce l’hanno ancora loro.

I bambini con il coltello in tasca. E la camorra che li usa

C’è un altro fronte che preoccupa Gratteri quanto la ‘ndrangheta dei traffici globali, forse di più perché è sotto gli occhi di tutti e nessuno sembra vederlo davvero. È la violenza giovanile che abbassa la sua soglia di età di anno in anno. “Noi stiamo vedendo nel corso degli ultimi anni che l’età di chi commette reati si abbassa sempre più“, dice. “Siamo arrivati a bambini di dodici anni che uccidono. Oggi è diventata la norma andare a scuola col coltello, uscire la sera col coltello perché mi devo difendere“.

La camorra ha trasformato questo disagio in un modello di reclutamento: “Li utilizza per due motivi: uno perché costano di meno, due perché se arrestati avranno una pena bassissima.” Manovalanza a basso costo, bassissimo rischio legale, elevatissima sostituibilità. La risposta della politica — il decreto-legge dell’emergenza, il giro di vite annunciato sui telegiornali — non funziona, dice Gratteri, e spiega perché con una logica implacabile: “Inutile riempirci di decreti legge che non hanno effetti. È il minimo della pena che deve essere alzato, non il massimo. La pena minima deve essere quattro anni, in modo tale che puoi fare intercettazione telefonica“. Sulle periferie abbandonate — Scampia come archetipo di tutti i fallimenti urbanistici e sociali — è netto: “Sono stati costruiti dei colombai. Piano terra: dopo quarant’anni non c’è un cinema, un teatro, un ambulatorio. Nulla. È ovvio che quelli sono più emarginati, è ovvio che vedono lo Stato solo quando la polizia o i carabinieri vengono a fermarli.” L’unica risposta seria, ripete, è investire nell’istruzione e nel terzo settore. Tutto il resto è propaganda.

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“Come radici”: il più duro cambia per amore

Al centro del libro c’è una domanda scomoda: si può davvero uscire da un destino mafioso? Gratteri risponde con una certezza che non è retorica — è esperienza. “È difficile, ma è possibile“, dice. “Il messaggio è non rassegnarsi, non farsi prendere dall’idea che tutto è predestinato. Nulla è assolutamente predestinato“. Il personaggio che nel romanzo cambia di più è il più duro — quello con già addosso la postura del mafioso, il ragionamento, lo sguardo. E cambia non per una predica. Cambia per amore: “È stato proprio il sentimento che prova per quella ragazzina fragile, magrolina, quasi insignificante ai suoi occhi rispetto alla sua postura — i cui valori sono la forza, la violenza, la spavaldata arroganza — a portarlo a fare una rivoluzione interiore.

Sul sistema carcerario che dovrebbe garantire quella seconda possibilità e spesso non la garantisce, Gratteri traccia una distinzione netta tra responsabilità: i magistrati applicano le leggi che fa il Parlamento, il trattamento penitenziario lo gestisce lo Stato. “Le prigioni sono diventate dei contenitori. Io mi sarei aspettato che con i soldi del Pnrr costruissero nuovi istituti. Il discorso del trattamento è molto serio perché c’è poca attività trattamentale, e le idee costano: non sono gratis, non sono a costo zero.

“Non mi sono mai pentito”

Alla fine arriva la domanda più personale. Qualcuno chiede a Gratteri se mai si sia pentito di aver “barattato la libertà personale con la giustizia”. La scorta, le rinunce, il tempo sottratto agli affetti, la vita scandita da protocolli di sicurezza. La risposta è breve. Non ha bisogno di essere lunga. “Non mi sono mai pentito. Mi spiace di avere sempre poco tempo da dedicare ai giovani, però sono contento della vita che ho fatto. Le difficoltà, le rinunce si superano perché l’obiettivo finale è più importante“.

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