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10 Marzo 2026
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Niente ribaltone a Catanzaro: Fiorita ringrazia Mancuso e i “nuovi responsabili”. Fallita l’ultima spallata

Firme insufficienti, centrodestra spaccato, "terra di mezzo" determinante e ultimo ostacolo Bilancio ormai superabile. Il sindaco resta in sella e la sua amministrazione finirà con la scadenza naturale

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Il tempo è scaduto. Le firme non sono arrivate. La rivoluzione annunciata si è sciolta come neve al sole. E così Nicola Fiorita resta in sella, ancora una volta, dopo aver attraversato l’ennesima crisi da equilibrista su un filo sottilissimo, sospeso tra numeri ballerini e maggioranze evaporate. Chi lo dava per spacciato dovrà farsene una ragione: la spallata non c’è stata, il ribaltone è rimasto nei corridoi e nei retroscena. Catanzaro continuerà con questa amministrazione fino alla scadenza naturale del mandato. E questo, al netto delle dichiarazioni di guerra, è il dato politico più rilevante. In teoria ci sarebbe tempo fino al prossimo 24 febbraio per arrivare alla sfiducia; tuttavia, nella sostanza, i numeri e le dinamiche ormai evidenti non lasciano margini agli oppositori di Fiorita.

L’anatra zoppa che non cade

Fiorita ha governato senza una vera maggioranza. Ha cambiato tre giunte, ha rattoppato alleanze, ha navigato a vista. Eppure è ancora lì. Un paradosso solo apparente: in politica non vince chi ha più forza, ma chi resiste più a lungo. Le firme per lo scioglimento del Consiglio si sono fermate a quindici: i quattordici iniziali più l’ex capogruppo del Pd transitato nel Misto, Fabio Celia, che aveva annunciato di voler sottoscrivere la sfiducia. Mancavano le ultime due. Non sono arrivate. E senza quelle, il castello è caduto prima ancora di essere costruito.

Non ha firmato Manuela Costanzo, nonostante l’ultimatum del coordinatore provinciale di Forza Italia, Marco Polimeni. Non hanno firmato i tre mancusiani Manuel Laudadio, Rosario Lo Stumbo e Giovanni Costa. Un’assenza che pesa come un macigno politico. Il leghista Eugenio Riccio è rimasto l’unico del Carroccio nell’elenco dei dimissionari. Gli altri hanno scelto la prudenza, o forse il calcolo.

Centrodestra compatto solo nei comunicati

La verità è semplice: il centrodestra si è mostrato compatto sulla carta, ma profondamente sfilacciato nella pratica. Da una parte Forza Italia, determinata a chiudere subito la partita, a mandare a casa Fiorita e ad aprire immediatamente il cantiere elettorale. Dall’altra Filippo Mancuso, vicepresidente della Regione Calabria, che ha imposto una linea di prudenza: niente salto nel buio, niente replica degli errori del 2022, quando divisioni e improvvisazione consegnarono la città a un esito inatteso. Alla fine ha prevalso lui. Non soltanto per abilità tattica, ma per peso politico reale.

Mancuso consolida la propria posizione alla Cittadella regionale, si è appena dimesso da commissario della Lega, rafforza il suo profilo istituzionale e si concede il lusso di sfogliare la margherita: candidatura a sindaco o possibile corsa verso il Parlamento. Il suo consenso elettorale è un patrimonio che il partito non può permettersi di disperdere in un’avventura mal preparata.

Fallito il piano Abramo

Parallelamente esce ridimensionato il disegno che molti, nei corridoi della politica, attribuivano a Sergio Abramo: l’idea di tornare protagonista, magari strappando una candidatura nel perimetro del centrodestra e rientrando in partita con un’operazione di regia. Quel progetto si è arenato tra le resistenze leghiste, le cautele di Fratelli d’Italia e una Forza Italia regionale che, in fondo, non considera un problema votare tra un anno, con più tempo per organizzarsi e senza forzature. In sostanza, la crisi non ha prodotto un cambio di amministrazione. Ha prodotto qualcosa di più sottile ma altrettanto rilevante: ha certificato i rapporti di forza interni al centrodestra. E in questo momento, la linea che pesa di più porta il nome di Mancuso.

I nuovi responsabili e la terra di mezzo

A Palazzo De Nobili si è ormai consolidata una zona grigia, una vera e propria terra di mezzo che, nei fatti, sta facendo la differenza più di qualsiasi proclama. I quattro consiglieri che non hanno firmato la sfiducia vanno a comporre la schiera dei cosiddetti “nuovi responsabili”, quella pattuglia silenziosa ma decisiva che può spostare gli equilibri senza mai esporsi fino in fondo. Accanto a loro si muovono i battitori liberi: Jonny Corsi, Giulia Procopi, Rosario Mancuso, insieme a Tommaso Serraino e Raffaele Serò, questi ultimi politicamente vicini all’assessore regionale Antonio Montuoro. Un’area fluida, non organica alla maggioranza ma nemmeno all’opposizione strutturata. Non è detto che voteranno a favore del sindaco. Potrebbero scegliere l’astensione, potrebbero non essere presenti al momento cruciale, potrebbero sottrarsi al voto. È il potere della neutralità apparente, che diventa sostegno implicito quando i numeri sono stretti.

La crisi, almeno, ha avuto il merito di chiarire i confini. Da una parte i quindici effettivi dell’opposizione, quelli che volevano chiudere la partita subito, rinunciando a poltrone, gettoni e rendite di posizione: i due di Fratelli d’Italia, Forza Italia guidata in Aula da Antonello Talerico e Sergio Costanzo, Azione con Valerio Donato, il leghista Eugenio Riccio, l’ex dem Fabio Celia. Dall’altra parte chi ha scelto di non forzare, di non spingere il Comune verso il precipizio del commissariamento, preferendo una navigazione prudente fino alla fine naturale della consiliatura. In mezzo, appunto, la terra di mezzo. Ed è lì che si gioca – e si è giocata – la vera partita.

Il Bilancio, ultimo ostacolo (ma solo sulla carta)

Resta il Bilancio. L’ultima barricata formale, il passaggio che sulla carta potrebbe ancora trasformarsi in trappola. Ma davvero qualcuno immagina che Fiorita cada lì, dopo essere sopravvissuto a mesi di imboscate politiche, raccolte firme, ultimatum e retromarce?

La bocciatura del documento contabile non sarebbe una semplice sconfitta amministrativa. Sarebbe un terremoto istituzionale. Significherebbe commissariamento pieno, non un breve traghettamento verso le urne primaverili, ma una gestione prefettizia che potrebbe accompagnare il Comune fino al 2027. Due anni di paralisi politica, scelte congelate, programmazione sospesa. Uno scenario che nessuna forza politica, oggi, sembra davvero pronta a intestarsi. Perché una cosa è agitare lo spettro della sfiducia, altra cosa è assumersi la responsabilità di consegnare il capoluogo a un lungo interregno tecnico. In una fase in cui ci sono partite aperte su fondi, opere pubbliche, assetti istituzionali, il vuoto amministrativo sarebbe un azzardo collettivo.

E allora accadrà ciò che in politica accade quando il sistema teme il baratro: si troverà una via d’uscita. Magari non sarà un voto compatto e convinto. Potrebbero esserci astensioni strategiche, assenze chirurgiche, silenzi più eloquenti di un sì. Ma il risultato finale difficilmente cambierà. È un copione già visto. Un déjà vu amministrativo che racconta più di tante dichiarazioni ufficiali: quando il rischio è troppo alto, le divisioni si ricompongono quel tanto che basta per evitare il salto nel buio. Così anche l’ultimo ostacolo, quello che sulla carta poteva sembrare fatale, rischia di trasformarsi nell’ennesima prova superata da un sindaco che, tra mille contraddizioni, continua a restare in equilibrio.

La partita vera è solo rinviata

Sul tavolo resta il grande nodo politico. La crisi consiliare è stata solo il primo tempo di una partita più ampia che riguarda leadership, candidature e futuri assetti della coalizione. Fratelli d’Italia coltiva l’idea di convincere Aldo Ferrara, presidente di Confindustria Calabria, a scendere in campo come espressione del mondo produttivo. Un profilo civico, autorevole, capace di allargare il perimetro. Ma non ci sarebbero barricate se il candidato dovesse essere Filippo Mancuso, oggi figura centrale negli equilibri del centrodestra catanzarese.

Forza Italia prende tempo, misura i rapporti di forza e osserva l’evoluzione dei consensi. La Lega resta vigile, consapevole che il peso elettorale di Mancuso è un capitale da spendere con cautela. Tutto è rinviato. Nessuna accelerazione, nessuna investitura ufficiale. Solo tattica e attesa. Nel frattempo Fiorita resta in piedi. Non per una dimostrazione di forza politica, ma per una convergenza di interessi altrui. Non per entusiasmo della maggioranza, ma per assenza di alternative condivise nel campo avverso. La spallata non c’è stata. Il ribaltone nemmeno. Catanzaro continuerà con il suo sindaco di minoranza strutturale fino alla scadenza naturale della consiliatura.

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