Questo Osservatorio non ha alcun interesse a difendere Tridico, né a sostenere che la sua proposta sul bollo fosse giusta, sostenibile o prioritaria. Il punto è un altro, e riguarda qualcosa di molto più serio: il modo in cui le istituzioni stanno imparando a parlare ai cittadini.
Cosa ha stabilito la Corte costituzionale
In un video sul bollo auto Roberto Occhiuto sostiene che un presidente di Regione non avrebbe potuto introdurre l’esenzione perché «per legge le Regioni non possono farlo». La questione è più complessa. La Corte costituzionale, con la sentenza n. 122 del 2019, ha riconosciuto alle Regioni la possibilità di ampliare le esenzioni dalla tassa automobilistica, naturalmente assumendone le conseguenze finanziarie e nel rispetto dei limiti stabiliti dall’ordinamento statale. La proposta di Tridico poteva quindi essere criticata per le coperture, per l’opportunità, per il costo o per le priorità di spesa, ed era giusto chiedere da dove sarebbero arrivate le risorse, ma non può essere bollata come improponibile perché tecnicamente e giuridicamente impraticabile.
I 2,36 miliardi e il beneficio da 45 centesimi al giorno
Ma oggi la stessa domanda va posta al Governo. L’esenzione prevista per il 2027 costa circa 2,36 miliardi di euro e una parte molto rilevante delle coperture viene reperita attraverso economie del PNRR. Una scelta legittima, ma certamente discutibile sul piano delle priorità: quelle risorse potevano essere destinate a interventi strutturali, produttivi o sociali? Anche perché, utilizzando la platea di 14,5 milioni di veicoli inizialmente indicata per quantificare la misura, parliamo di un beneficio medio teorico di circa 163 euro l’anno: 13,60 euro al mese, meno di 45 centesimi al giorno. Due miliardi e trecento milioni di risorse pubbliche meritano quindi almeno una discussione sul rapporto tra costo complessivo e beneficio individuale prodotto.
Il nodo dell’ISEE
E c’è un secondo elemento. La proposta di Tridico prevedeva un limite ISEE di 25.000 euro. L’intervento del Governo, invece, per il 2027 non prevede alcun limite ISEE: il criterio principale è la potenza del veicolo, fino a 80 kW. In un sistema nel quale l’ISEE viene ormai utilizzato per moltissime prestazioni e agevolazioni proprio nel tentativo di indirizzare risorse pubbliche scarse verso chi si trova in condizioni economiche meno favorevoli, è legittimo domandarsi perché per una misura di questa dimensione si sia scelto di non utilizzarlo. Non è una risposta. È una domanda di politica economica alla quale sarebbe utile rispondere con numeri e motivazioni. Ed è proprio questo che ci interessa.
Quando le istituzioni parlano come i social
La comunicazione delle istituzioni sta assumendo sempre più le regole dei social: pochi secondi, una battuta, un avversario da mettere in difficoltà, un’affermazione semplice da ricordare e possibilmente un video da condividere. Il problema è che un’istituzione non è un influencer. Quando questa modalità diventa abituale, il cittadino rischia di essere trasformato progressivamente da destinatario dell’informazione pubblica a consumatore di contenuti. Scorre un video, ascolta trenta secondi, registra uno slogan e passa al successivo.
La complessità scompare, le fonti scompaiono, le distinzioni diventano fastidiose. E un’affermazione imprecisa, purché efficace e facilmente comprensibile, finisce per avere molta più forza di una sentenza, di una norma o di un dato ufficiale. È un processo che merita attenzione perché la semplificazione, quando supera un certo limite, non informa più: rischia di produrre disinformazione. E se a farlo è un normale utente dei social, il cittadino sa di trovarsi davanti a un’opinione personale. Quando invece la stessa comunicazione arriva da una Regione, da un Ministero, da un presidente o da qualsiasi altra istituzione pubblica, acquista inevitabilmente un’autorevolezza diversa. Proprio per questo dovrebbe avere anche una responsabilità diversa.
Il rigore delle istituzioni dentro i social
Le istituzioni possono e devono utilizzare Instagram, Facebook, TikTok e qualsiasi altro strumento contemporaneo per raggiungere direttamente i cittadini. Ma dovrebbero portare sui social il rigore delle istituzioni, non importare nelle istituzioni le regole dei social. Perché governare non significa conquistare qualche secondo di attenzione in più e informare un cittadino non significa conquistare un follower, bensì metterlo nelle condizioni di conoscere i fatti, comprenderli e formarsi liberamente un’opinione. È anche per questo che esiste questo Osservatorio: non per decidere chi abbia politicamente ragione, ma per provare, ogni volta che sarà necessario, a recuperare quello che trenta secondi di video hanno lasciato fuori. I fatti, i numeri, le norme, il contesto, prima che la comunicazione istituzionale diventi definitivamente soltanto un altro contenuto da scorrere con il pollice.
*Osservatorio per il Socialismo Riformista “Anna Kulischioff”













