Il referendum costituzionale sulla riforma della magistratura ha confermato una tendenza ormai strutturale nella politica italiana: più che le idee sui temi in gioco, a decidere l’esito è stata la logica dello scontro tra coalizioni. Lo certifica l’Istituto Carlo Cattaneo, che ha analizzato i flussi di voto in 30 città italiane di medie e grandi dimensioni, incrociando il risultato referendario con il voto alle elezioni politiche del 2022. Due erano le variabili decisive. La prima, l’astensionismo asimmetrico: chi è rimasto a casa e in quale campo. La seconda, il voto divergente: quanti elettori hanno disobbedito alle indicazioni del proprio partito.
Le opposizioni sono andate a votare in massa, il centrodestra molto meno
I dati sono netti. Gli elettori di centrosinistra (Pd, Avs, +Europa) e del terzo polo (Azione-Italia Viva) si sono recati alle urne in modo quasi compatto: il loro tasso di astensione è risultato prossimo allo zero in tutte le città esaminate. Gli elettori del Movimento 5 Stelle hanno partecipato in misura sensibilmente superiore rispetto alle Europee del 2024 e alle recenti regionali, quando il loro tasso di astensione rispetto alle politiche sfiorava il 30%.
Sul fronte opposto, tra gli elettori del centrodestra si è registrato un astensionismo tra il 13 e il 15%. Il Cattaneo però invita alla cautela: un simile calo di partecipazione nei referendum rispetto alle politiche è da considerarsi fisiologico. Al referendum costituzionale del 2016 la partecipazione fu in media 10 punti percentuali inferiore a quella delle politiche del 2013.
La vera anomalia, dunque, non è chi è rimasto a casa nel centrodestra, ma chi è uscito di casa nel campo largo. Se l’elettorato di centrodestra avesse partecipato agli stessi livelli dell’elettorato di centrosinistra, il Sì avrebbe potuto contare su circa 4 punti percentuali in più — e l’esito del referendum avrebbe potuto essere diverso.
Chi ha votato ha seguito il proprio campo. Con un’eccezione: il Sud
Tra chi si è presentato alle urne, il voto è stato compatto e disciplinato in entrambi i campi. La quota di voto divergente è risultata minima, con una sola eccezione geografica di rilievo. Al Sud, una quota variabile tra il 10 e il 30% degli elettori di centrodestra ha votato No — tradendo dunque la linea del proprio campo — mentre una quota analoga di elettori di centrosinistra ha votato Sì. Il voto meridionale ha avuto un carattere meno ideologico, meno condizionato dalla contrapposizione frontale tra i blocchi politici.
La tabella elaborata dal Cattaneo è eloquente: a Napoli il 35% degli elettori di centrodestra ha votato No; a Palermo il 22%, a Catania il 25%, a Siracusa il 24%. Specularmente, sempre a Siracusa, il 26% degli elettori di centrosinistra ha scelto il Sì.
Azione-Italia Viva si spacca: due terzi col centrodestra
Un dato politicamente rilevante emerge dalla componente dell’ex terzo polo: gli elettori che nel 2022 avevano votato per Azione e Italia Viva si sono divisi. Circa due terzi hanno votato Sì — allineandosi quindi alla posizione del centrodestra sulla riforma — mentre un terzo ha votato No, seguendo le opposizioni. Una frattura interna significativa, che riflette le tensioni irrisolte tra le due anime di quell’area politica.
Se il referendum fosse una proiezione politica: campo largo avanti, ma non stravince
Il Cattaneo si spinge in un esercizio puramente illustrativo ma politicamente significativo: cosa succederebbe se si votasse oggi, usando il No come predittore del voto al campo largo e il Sì come predittore del voto al centrodestra?
Il risultato, corretto tenendo conto di un recupero di partecipazione stimato in circa il 10% tra gli elettori di centrodestra, disegna una mappa tutt’altro che scontata. Nei collegi uninominali della Camera, il campo largo prevarrebbe con almeno 5 punti di distacco in 69 collegi, il centrodestra in 49. Altri 29 collegi sarebbero da considerare contendibili, con margini troppo ridotti per assegnare una previsione affidabile. In sostanza, la coalizione vincente otterrebbe al massimo una maggioranza parlamentare risicata, se non soltanto una maggioranza relativa dei seggi. Nessun trionfo annunciato, per nessuno.
La nuova geografia: destra al Centro-Nord, sinistra al Sud e nelle grandi città
La proiezione territoriale rivela un elemento di novità: con la confluenza degli elettorati di centrosinistra e Movimento 5 Stelle, il centrodestra prevarrebbe al Centro e al Nord, mentre il campo largo risulterebbe vincente al Sud, nella tradizionale Zona Rossa e nei grandi centri urbani. Un parziale ribaltamento degli equilibri storici, già intravisto in alcune elezioni regionali recenti.
Il No ha vinto, ma attenzione ai facili entusiasmi
L’analisi del Cattaneo non fornisce certezze sul futuro. I ricercatori avvertono esplicitamente che i risultati referendari non sono predittori affidabili del voto politico senza le necessarie correzioni sui tassi di partecipazione attesi. Quello che emerge con chiarezza, però, è che la polarizzazione affettiva tra i due campi è oggi talmente intensa da condizionare persino il voto su temi tecnici come la riforma della magistratura. E che, in un Paese spaccato quasi esattamente a metà, ogni punto di partecipazione in più o in meno può fare la differenza tra governare e andare all’opposizione.









