Il referendum sulla riforma della Giustizia si carica di un significato che va ben oltre il semplice voto. In gioco, secondo Marco Minniti, c’è la tenuta stessa della democrazia in una fase internazionale attraversata da crisi e instabilità. In un’intervista pubblicata dal Corriere della Sera, l’ex ministro dell’Interno invita a guardare al referendum come a una sfida democratica cruciale, in un momento storico segnato da tensioni geopolitiche e incertezze globali.
“Il referendum è una straordinaria sfida democratica”, afferma Minniti, allargando subito l’orizzonte: “Si vota su una questione fondamentale e, al tempo stesso, siamo in una situazione in cui il Mediterraneo allargato, il giardino di casa dell’Italia e dell’Europa, è in fiamme”.
La partecipazione al voto e “le ombre del domani”
Nel dibattito pubblico, secondo Minniti, si avverte un clima di tensione che rischia di confondere gli elettori. Proprio per questo la partecipazione al voto assume un valore politico e simbolico. “Sì, il dibattito è teso. Ma partecipare al voto sarà in controluce la risposta del Paese a un futuro forse mai come adesso avvolto nelle cosiddette ombre del domani”, spiega l’ex ministro.
Il riferimento è al celebre libro di Johan Huizinga, che nel 1935 descriveva l’attrazione delle società europee verso i totalitarismi. Ma Minniti respinge l’idea di una lettura eccessivamente drammatica del presente. “Forse siamo dentro l’orizzonte più complicato degli ultimi decenni. Una forte partecipazione al voto sarebbe un segno di vitalità della democrazia. Poi, ognuno vota secondo coscienza. Io voto Sì. Con convinzione”.
La riforma della Giustizia e la separazione delle carriere
Per Minniti il nodo centrale resta la separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante, questione che affonda le radici nella riforma del codice di procedura penale del 1989. “Se possiamo trovare un difetto alla riforma della Giustizia è che è arrivata tardi, per la complessità e la fragilità del sistema politico”, osserva.
Secondo l’ex ministro, il passaggio dal rito inquisitorio a quello accusatorio, introdotto con la riforma Vassalli, conteneva già implicitamente questa evoluzione. “Tutto comincia lì. Il passaggio dal rito inquisitorio al rito accusatorio. Non discuto se Vassalli ne parlasse o meno. La riforma alludeva in sé alle carriere separate”.
Minniti sintetizza la sua visione con tre concetti fondamentali: individuo, libertà, sicurezza. “L’individuo ha diritto a piene garanzie. Se un cittadino, dopo un lungo iter giudiziario, viene riconosciuto innocente, quella è una ferita incancellabile per una democrazia”.
Processi lunghi e garanzie dei cittadini
Il problema, secondo Minniti, non è solo l’errore giudiziario ma anche la durata dei processi, che può trasformarsi in una forma di ingiustizia. “No. È un sistema che non funziona, se ci vogliono decenni. Lede le garanzie. Separare inquirente e giudicante consente una giustizia più attenta alle garanzie”.
Il tema si intreccia con quello della libertà individuale, che per Minniti deve restare al centro dell’equilibrio democratico. “Avere una giustizia capace di esprimere rapidamente un punto conclusivo diventa cruciale”. Anche se la riforma, da sola, non risolve il problema dei tempi della giustizia. “Si tratta poi di applicarla, un’opera da far tremare i polsi. E tuttavia introduce un principio di dinamismo. In quel principio la parola velocità deve essere chiave”.
Sicurezza, pena certa e equilibrio democratico
Minniti lega la riforma anche al tema della sicurezza, che considera uno dei pilastri dello Stato democratico. “Uno dei pilastri delle politiche di sicurezza è la certezza della pena. Anche questo non è garantito automaticamente dalla riforma. Ma è l’obiettivo”.
Ma avverte anche sui rischi di un equilibrio sbilanciato tra libertà e sicurezza. “Se in una democrazia si prospetta lo scambio tra sicurezza e libertà, quella democrazia sta per morire”.
Il rischio della delegittimazione tra politica e magistratura
Minniti mette in guardia anche dal clima di scontro permanente tra politica e magistratura, che negli ultimi anni ha segnato il dibattito pubblico. Secondo l’ex ministro, il referendum dovrebbe essere sottratto alle logiche di schieramento politico.
“Chiedere un voto identitario è la cosa peggiore in un referendum. Le forze politiche hanno già avuto modo di esprimersi in Parlamento. Il referendum è l’espressione popolare nel merito”.
Il rischio, avverte, è quello di un disimpegno civico che indebolirebbe la democrazia proprio nel momento più delicato. “Se dovesse esserci su una riforma così importante una scarsa partecipazione, sarebbe un rinchiudersi individualistico”.
Il confronto con l’Europa
Minniti respinge infine una delle critiche più frequenti dei contrari alla riforma, secondo cui la separazione delle carriere renderebbe il pubblico ministero troppo forte o troppo vicino al potere politico. “È una contraddizione sostenere al tempo stesso che bisogna dire no perché i pm vanno sotto il governo e dire no perché i pm diventano troppo forti”.
Anzi, sottolinea, il modello verso cui si muove la riforma è già diffuso nel continente. “Guardi che questo sistema è diffuso in Europa. E noi potremo influenzare il corso mondiale soltanto se la riforma ci rende più europei”.
Una democrazia che sappia decidere
Il ragionamento di Minniti si chiude con una riflessione più ampia sull’assetto istituzionale del Paese e sul rischio di una democrazia incapace di assumere decisioni. “Per affrontare le sfide che abbiamo davanti serve una democrazia forte”, afferma. E aggiunge: “Liberiamoci dall’ossessione tutta italiana che la democrazia appare più in salute se non è capace di decidere: può essere un elemento di fragilità dell’Italia e alla fine può portare a cancellare la democrazia”.









