Non solo un test elettorale, ma un vero e proprio spaccato sociale. Klaus Davi prosegue il suo viaggio in Calabria e, dopo la tappa di Rosarno, approda a Limbadi, in provincia di Vibo Valentia. L’obiettivo dichiarato è interpellare i cittadini sul referendum previsto per il prossimo weekend, trasformando il quesito referendario in un pretesto narrativo per raccontare una località troppo spesso schiacciata dal peso di pregiudizi e stereotipi.
L’indagine di Davi contribuisce a smontare la narrazione di una comunità omogenea o rassegnata, dando voce alle persone comuni e rivelando punti di vista eterogenei. Dai dialoghi emerge un quadro in cui il ragionamento individuale prevale sulle logiche di blocco: a Limbadi, l’esito delle urne appare tutt’altro che scontato.
“Voto Sì perché ho smesso di credere nella giustizia”
Tra le voci raccolte dal giornalista, emerge con forza quella di Vincenzo Moisè, la cui testimonianza intreccia il dibattito politico con una drammatica vicenda personale legata al procedimento “Rinascita-Scott”. Moisè denuncia con amarezza gli effetti delle misure restrittive subite, descrivendo un calvario detentivo durato quattro anni. “Sono stato arrestato ingiustamente per associazione e sono finito per quattro anni a Secondigliano. È stato un inferno e non sono ancora stato risarcito per quello che ho subito. Ma il problema non sono i soldi: nel frattempo ho sofferto di depressione e ho avuto tre tumori. Ero una persona attiva nel sociale e ho lavorato tanti anni nella ristorazione, ma nessuno mi ha mai chiesto tangenti. Se uno ha commesso un reato è giusto che paghi ma se non ha fatto nulla perché pagare? Per questo motivo io ho smesso di credere nella giustizia e voterò sì al referendum”.

Un voto tra rabbia e riflessione
Il racconto di Moisè, che sottolinea come la sua passata attività nella ristorazione non sia mai stata scalfita da richieste di pizzo, diventa il simbolo di una sfiducia istituzionale che potrebbe pesare sul voto di domenica. La tappa di Limbadi conferma come il dibattito sui temi della giustizia sia profondamente sentito nel territorio, alimentato da esperienze dirette che trasformano la scelta elettorale in una risposta personale alle ferite inflitte dalla cronaca e dai processi.









