La data del referendum non cambia, ma il quesito sì. È questa la decisione assunta dal Consiglio dei ministri, che ha scelto di intervenire sulla formulazione della domanda referendaria senza modificare il calendario del voto già fissato per il 22 e 23 marzo 2026. Una scelta che riaccende lo scontro politico e istituzionale sulla riforma della giustizia.
Il Cdm precisa il quesito sul referendum
Nel comunicato finale di Palazzo Chigi si spiega che il Consiglio dei ministri, preso atto dell’ordinanza dell’Ufficio centrale per il referendum comunicata il 6 febbraio, ha deliberato di proporre al Presidente della Repubblica l’adozione di un decreto per precisare il quesito del referendum popolare confermativo già indetto con decreto del 13 gennaio 2026.
Il provvedimento conferma dunque il decreto originario, intervenendo esclusivamente sulla formulazione della domanda rivolta agli elettori.
Quali articoli della Costituzione cambiano
Il testo del quesito viene riscritto indicando in modo esplicito gli articoli della Costituzione oggetto della riforma. Gli elettori saranno chiamati a esprimersi sulla legge di revisione che modifica, tra gli altri, gli articoli 87, 102, 104, 105, 106, 107 e 110, relativi all’ordinamento giurisdizionale e all’istituzione della Corte disciplinare.
Una precisazione ritenuta necessaria dopo l’intervento della Cassazione, che ha accolto la richiesta di una nuova formulazione avanzata dai promotori del referendum.
I promotori: “Scelta giusta, ora chiarezza per gli elettori”
I giuristi promotori della consultazione hanno accolto positivamente la decisione, sottolineando come l’indicazione puntuale degli articoli costituzionali consenta agli elettori una scelta più consapevole. La conferma del quesito riformulato viene letta come una legittimazione dell’iniziativa referendaria e del percorso che ha portato alla raccolta di oltre 546 mila firme.
Resta tuttavia alta l’attenzione sui tempi della campagna referendaria, considerata essenziale per garantire una corretta informazione sulle conseguenze della riforma e sui possibili effetti sull’equilibrio dei poteri dello Stato.
Lo scontro politico: il Pd contro Meloni
Durissima la reazione del Partito Democratico, che accusa il governo di aver gestito l’intera vicenda con arroganza istituzionale. Secondo la responsabile giustizia del Pd, Debora Serracchiani, la scelta di non spostare la data del referendum dopo la modifica del quesito rappresenta l’ennesima forzatura.
Nel mirino finiscono anche le critiche mosse dall’esecutivo alla magistratura, accusata – secondo Serracchiani – di aver semplicemente applicato la legge. “Prevale ancora una volta la linea della prepotenza e della mancanza di rispetto per le istituzioni”, è l’accusa. Una condotta che, per il Pd, diventa un’ulteriore ragione per votare no.









