Se le elezioni suppletive di Reggio Calabria dovessero essere riassunte in un quadro, non sarebbe l’epico “Quarto Stato” di Pellizza da Volpedo, ma una natura morta con telecomando e divano.
Mentre il centrodestra, con il governatore Roberto Occhiuto in testa, si affretta a twittare giubilante “Abbiamo stravinto!” per l’elezione alla Camera di Fabio Roscioli (che veleggia oltre il 55%), il vero vincitore indiscusso di questa tornata elettorale è – scontatamente – il partito dell’astensione, che sfiora l’80%. L’affluenza definitiva si è fermata a un glaciale 22,34%. Hanno votato poco più di due reggini su dieci: gli altri, evidentemente, avevano impegni improrogabili.
Ma andiamo oltre il dato drammatico dell’affluenza e analizziamo i tre grandi messaggi in bottiglia che ci restituisce lo Stretto.
La continuità (senza brividi) del centrodestra
Il primo. Fabio Roscioli, sostenuto dall’intera coalizione di centrodestra, vince a mani basse, conquistando il seggio lasciato vacante da Francesco Cannizzaro (nel frattempo eletto sindaco di Reggio Calabria). La vittoria di Roscioli è netta, ma è una vittoria “in purezza”, quasi asettica, in un deserto di urne vuote. Conferma però una regola aurea della politica locale: a Reggio Calabria, la macchina del consenso del centrodestra è una testuggine romana. Si muove lenta, non brilla per colpi di teatro, ma quando c’è da blindare il fortino, non sbaglia.
L’arte zen del centrosinistra: “Perdere, ma con stile”
Il secondo. Nel quartier generale del centrosinistra, il candidato Frank Benedetto non riesce nell’impresa, pur attestandosi su percentuali che, a spoglio in corso, lo vedevano rincorrere dignitosamente Roscioli. Se guardassimo i numeri assoluti, sarebbe una sconfitta. Ma la politica, si sa, è il regno della relatività.
Rispetto al cataclisma delle elezioni comunali, in cui il centrosinistra è stato asfaltato dal rullo compressore di Cannizzaro, oggi si respira quasi un’aria da scampato pericolo. Il centrosinistra reggino non trova la ricetta per vincere, ma quantomeno perfeziona l’arte di cadere in piedi. Ai reggini, evidentemente, Benedetto piace, considerando gli apparati del centrodestra e la tanto famigerata filiera da poter “vantare”.
La montagna Vannacci ha partorito il topolino dei sondaggi
Il terzo. E veniamo al piatto forte, il dramma shakespeariano che anima la destra in queste settimane. Il generale Roberto Vannacci sceglie Reggio Calabria come primo test nazionale per il suo nuovo partito, Futuro Nazionale, schierando in solitaria Domenico Giannetta. Si temeva (o si sperava) un effetto tsunami o nella “nuova Sassonia”.
Il risultato? Un flop clamoroso, tra il 8 e l’9%. Nessun effetto sorpresa, dunque. Il “Vannacci-pensiero”, calato nella trincea delle elezioni vere, si scontra con la dura realtà: un conto è infiammare i social, un conto è convincere le persone a tracciare una X su una scheda elettorale.
Vannacci esce da Reggio Calabria non solo sconfitto, ma normalizzato. Un politico come gli altri, che deve fare i conti con la marginalità delle urne.
In definitiva, pochi giorni prima del voto Ipsos stimava il centrodestra al 45,7% con Futuro Nazionale e al 38,7% senza. A Reggio le due destre, divise sulla scheda, sommano quasi il 64%.
Oltre lo specchio: il trionfo illusorio e la trappola del telecomando
In conclusione, stravincere in uno stadio vuoto e festeggiare come se ci fosse il tutto esaurito è l’arte suprema della politica contemporanea. Occhiuto — e con lui la classe dirigente vincente — esulta per un plebiscito di cartone, mentre il vero partito di maggioranza assoluta non ha seggi.
Quando l’affluenza crolla al 22%, una percentuale bulgara alle urne si traduce nel voto favorevole di una frazione minima dei cittadini. I vincitori festeggiano la “straordinaria prova di fiducia”, trattando l’astensione come un fastidio statistico.
D’altronde è il grande paradosso della democrazia odierna: si festeggia la percentuale sui votanti, ignorando la voragine tra aventi diritto e schede valide.
Chi vince tende a considerare legittimo il proprio mandato ignorando dinamiche ben più allarmanti. C’è una sfiducia strutturale: la percezione che i problemi quotidiani non cambieranno di una virgola.
C’è anche una protesta passiva: non essendoci un’alternativa mobilitante, l’astensione diventa l’unico modo per dire “questo gioco non mi appartiene“. E c’è il vantaggio oggettivo delle macchine elettorali: in un contesto desertico, vince chi ha reti di consenso fidelizzate, riducendo l’elezione a una conta tra apparati.
Interrogarsi sul perché l’80% della gente rimanga a casa richiederebbe un’autocritica radicale. Ma è molto più comodo twittare “Vittoria!” che guardare in faccia la realtà di una rappresentanza ormai svuotata dal di dentro.













