Ci sono dimissioni che arrivano silenziose, quasi di soppiatto, protocollate con il timbro burocratico di una mattina qualunque. E poi ci sono quelle che parlano da sole, che raccontano una storia senza bisogno di dichiarazioni ufficiali, di comunicati stampa, di conferenze affollate. Quelle di Maria Bernardi da referente sanitaria dell’ASP di Cosenza appartengono decisamente alla seconda categoria.
Durata in carica poco più di due mesi, Bernardi lascia l’incarico all’Azienda sanitaria provinciale di Cosenza con le dimissioni protocollate nelle ultime ore. Dal 7 aprile, un nuovo referente sanitario — o direttore sanitario — prenderà il suo posto. Lei, nel frattempo, torna a tempo pieno dove tutto era cominciato: la direzione sanitaria dello Spoke di Corigliano Rossano, il presidio ospedaliero bifronte che continua a dividere la politica come un coltello nel burro. E che viene utilizzato anche come grimaldello da certa classe dirigente —evidentemente rimasta al Medioevo — per continuare a frazionare la popolazione con il solito ordine perentorio che giunge da chissà dove a 80 e poi a 150 chilometri da qui: divide et impera.
Tre volte fermati, tre volte da capo
Per capire le dimissioni di Bernardi, forse si potrebbe partire dai tre tentativi, in meno di due mesi, di trasferire il punto nascita dall’ospedale di Corigliano, il Compagna, a quello di Rossano, il Giannettasio. Tre volte qualcosa, o qualcuno, ha fermato l’esecuzione di quanto scritto nero su bianco nei Decreti del Commissario ad Acta: prima dal commissario Scura, poi confermati dall’attuale governatore e commissario alla sanità calabrese, Roberto Occhiuto.
Non si tratta di una questione geografica astratta: Corigliano e Rossano sono oggi un unico Comune, fusi dal 2018. I due presidi ospedalieri distano pochi chilometri l’uno dall’altro. Il piano di riorganizzazione dello Spoke — branche chirurgiche al Giannettasio di Rossano, branche mediche al Compagna di Corigliano — è sulla carta da anni. Eppure ogni volta che si prova a muovere un reparto, scatta qualcosa. Un freno invisibile. Una mano che tira il freno d’emergenza.
La longa manus che nessuno nomina
Nel lessico della politica meridionale, longa manus è un’espressione che vale più di mille analisi. Indica il potere che agisce per interposta persona, che non si espone, che non firma nulla ma decide tutto. E in questa vicenda, la domanda che aleggia è proprio quella: chi ha il potere di fermare per tre volte consecutive un trasferimento previsto da decreti commissariali confermati dalla Regione?
Le dimissioni di Bernardi, in questo contesto, potrebbero assumere un sapore amaro e preciso. Non è difficile immaginare la frustrazione di chi si trova nell’impossibilità di eseguire ciò che i documenti ufficiali prescrivono.
…e Rapani pone domande scomode
La novità politica più interessante degli ultimi giorni non è però nelle dimissioni in sé, ma in quello che è accaduto poco prima. Il senatore Ernesto Rapani, esponente di Fratelli d’Italia — il partito di governo, il partito della presidente del Consiglio Meloni, ma anche, attraverso la coalizione, il partito che sostiene Occhiuto in Calabria — ha fatto visita al Giannettasio di Rossano. E lì ha incontrato Maria Bernardi.
Una visita che pone interrogativi di non poco conto. Perché se un esponente del centrodestra si interroga pubblicamente sul perché il piano Scura non venga eseguito, la domanda logica — e politicamente esplosiva — diventa: contro chi si scaglia Rapani? Il piano è del commissariamento regionale. Il commissario alla sanità è Occhiuto. Occhiuto è il governatore sostenuto dal centrodestra. Il corto circuito è evidente, e nessuno, per ora.
Dentro la coalizione di centrodestra qualcosa si è incrinato, almeno su questo dossier. E le dimissioni di Bernardi potrebbero essere, più che una resa, il segnale che chi opera sul campo ha smesso di credere che la partita si possa vincere dall’interno.
Bentornata a casa (o quasi)
C’è una certa ironia nel fatto che Maria Bernardi, dopo due mesi trascorsi a tentare di incidere su una situazione più grande, si ritrovi a tornare esattamente al punto di partenza: direttore sanitario dello Spoke, il presidio che è al centro della disputa, l’epicentro del problema.
Nel frattempo, il punto nascita è ancora dov’era. I Dca sono ancora lì, ad aspettare. E lo spoke di Corigliano Rossano resta quello che è: due presidi, ognuno con un proprio identità sulla carta, bloccato nei fatti, in attesa magari di qualche spiegazione plausibile.
Il futuro (l’ospedale della Sibaritide) che aspetta (e aspetta, e aspetta)
C’è però, in questa storia fatta di decreti disattesi e trasferimenti bloccati, un elemento che potrebbe — un giorno — cambiare tutto. Si chiama ospedale della Sibaritide, costa 292 milioni di euro, e sta sorgendo nel cuore geografico di Corigliano Rossano, in una posizione che non è casuale: baricentrica, equidistante, pensata per servire un territorio unificato che la politica e la storia hanno tenuto diviso molto più a lungo di quanto sarebbe stato ragionevole.
Quando entrerà in funzione — e il condizionale, qui, non è un vezzo stilistico ma una necessità — l’ospedale della Sibaritide potrebbe spazzare via d’un colpo quella guerra di trincea sotterranea che da anni attraversa la classe dirigente locale come una crepa nel muro: silenziosa, ostinata, tenuta in vita da rendite di posizione, orgogli di quartiere e visioni del mondo che appartengono, francamente, a un’epoca che la fusione avrebbe dovuto archiviare. Una città che guarda avanti non può permettersi di continuare a litigare per stabilire quale campanile sia più alto.
Ma appunto: quando?
292 milioni, un cantiere e nessuna strada
I sindacati stimano che la struttura sia completata al 75%. La consegna dell’opera sarebbe prevista, nelle intenzioni, per la fine dell’estate. Eppure chiunque si avvicini al sito con occhi sgombri da ottimismi ufficiali si trova davanti a un quadro che definire lacunoso sarebbe un eufemismo.
Le aree esterne sono ancora in una fase che ricorda più un cantiere d’avvio che uno di completamento. Il collegamento viario con la statale 106 — l’arteria su cui scorre la vita dell’intera costa ionica — è affidato a una stradina interpoderale, una di quelle strade che nei decenni scorsi separavano un campo d’ulivi dall’altro, e che adesso dovrebbe diventare l’accesso principale a un ospedale da quasi trecento milioni. I sottoservizi essenziali — a partire dalla rete di depurazione — non risultano completati.
Ma il problema più grave, quello che pesa come un macigno su qualsiasi cronoprogramma ottimistico, è un altro. Ed è strutturale, antico, calabresissimo.
L’ospedale senza medici
Un ospedale nuovo di zecca, progettato con criteri moderni, costruito al costo di 292 milioni di euro pubblico-privati, non può aprire senza primari, senza dirigenti medici, senza infermieri, senza oss. E la Calabria — la regione commissariata alla sanità da oltre quindici anni, la regione che emigra i propri medici verso il Nord e non riesce ad attrarne di nuovi dal resto d’Italia — questa carenza se la porta dietro come un debito che nessuno ha mai avuto il coraggio di onorare davvero.
Non è una critica al cantiere. È la fotografia di un sistema sanitario regionale che potrebbe costruire ospedali bellissimi in ogni angolo della Calabria, e trovarsi comunque nell’impossibilità di aprirli perché manca chi ci deve lavorare dentro. Mancano i camici, non i mattoni.
Su questo nodo — il personale — si gioca la partita vera dell’ospedale della Sibaritide.
Nel frattempo Maria Bernardi torna alla sua scrivania, mentre il futuro della sanità della Sibaritide resta sospeso tra un cantiere al 75% e un organico che, per ora, è ancora tutto da costruire.
Forse è questa la vera emergenza: non spostare un punto nascita da un edificio all’altro, ma capire con chi, e con cosa, si intende riempire il più grande investimento sanitario che questa terra abbia mai visto.









