In vista delle prossime amministrative di Catanzaro, il centrodestra è chiamato a sciogliere il nodo della candidatura a sindaco e a ridefinire il rapporto tra il capoluogo e il governo regionale. Ne parliamo con l‘ex consigliere regionale di Forza Italia Antonello Talarico, che interviene sulle scelte del partito, sulla gestione dell’area centrale e sulla situazione politica cittadina.
Avvocato, non nego una certa mia acrimonia nei suoi confronti: lei mi ha fatto perdere una scommessa importante, che mi ha comportato un esoso esborso per il pagamento di una cena luculliana
“Mi dispiace per la cena. Le scommesse sulla politica si perdono spesso quando si punta sull’istinto delle persone invece che sul senso di responsabilità. Facciamo così: la prossima la offro io e parliamo di come dovrebbe cambiare la politica: è l’unica scommessa che mi interessa davvero vincere. Ma poi, su cosa aveva scommesso?”
In pratica avevo scommesso che lei avrebbe rotto con il presidente della Regione qualche settimana dopo le elezioni regionali dello scorso autunno, invece lo schiaffone è arrivato solo pochi giorni fa, dopo un anno. Dove ha imparato quest’arte di contenimento dei bollenti spiriti? Lei era incazzato nero con i papaveri azzurri per via della sua mancata conferma in Consiglio regionale
“Mi permetta di correggere la premessa. Non c’è stato nessuno schiaffone e non c’è nessuna rottura personale. Alle regionali dell’ottobre 2025 non sono stato rieletto, nonostante oltre 8.100 preferenze raccolte senza il sostegno di apparati di partito o di capielettori. Il giudizio degli elettori si accetta senza recriminazioni: chi non sa perdere non dovrebbe candidarsi. L’amarezza c’è stata, specie per chi ha lavorato davvero per cambiare le cose e in particolare il modo di fare politica. Ma l’amarezza non è una linea politica. Quello che penso il presidente lo sa da tempo. Gliel’ho scritto in privato pochi giorni prima del voto e ho reso pubblico quel messaggio soltanto adesso, perché le sue parole alla Cittadella lo hanno reso di nuovo attuale.
In quest’anno ho continuato a lavorare nel partito, sono stato eletto nella Segreteria regionale al congresso del 17 maggio e ho chiesto confronto nelle sedi interne. Il confronto non è mai arrivato. A dire il vero neanche una telefonata dal coordinatore regionale. (Francesco Cannizzaro ndr). Quando poi un presidente dice in pubblico che Catanzaro non ha avuto rappresentanti all’altezza, tacere significherebbe dargli ragione e fare un torto a chi in questi anni ha lavorato per il territorio, anche in altri partiti. Il contenimento che lei chiama arte è rispetto per le istituzioni e per la comunità politica di cui faccio parte. Prima si parla dentro. Si parla fuori quando dentro non ascolta più nessuno”.
Possibile che la potente Catanzaro di centrodestra non abbia ancora un candidato a sindaco fottutamente politico, e che siate costretti a valutare di ricorrere a fighi di rappresentanza o a terzisti che ne ‘ardurano e ne fetano’ per dirla con il nostro dialetto?
“Il problema non sono i nomi. È il metodo. Nel 2022 il centrodestra scelse a tavolino attraverso veti incrociati e arrivò al ballottaggio con il 44 per cento per poi perderlo. Oggi si rischia di ripetere lo stesso errore: decidere a Roma quale partito indicherà il candidato e lasciare alla città soltanto il compito di prenderne atto.
Ho rispetto per chi viene dall’impresa e dalle professioni e non giudico nessuno prima di conoscerne il progetto. Però un sindaco di Catanzaro deve conoscere la macchina comunale, deve saper dire di no anche alla Regione quando serve e deve avere una squadra che risponda alla città e non a qualcun altro. Non servono candidati di vetrina e non serve un terzismo di comodo che non scontenta nessuno perché non sceglie mai. Serve un confronto vero con chi a Catanzaro vive, lavora e paga i tributi. Se la sintesi non si trova, anche le primarie non devono essere un tabù”.
Lei lo sa che se quell’animale politico di Sergio Abramo fiuta carenza di leader si fionda come un falco e si riprende la città?
“Sergio Abramo è stato sindaco di questa città per quattro mandati e la conosce come pochi. Ho rispetto per la sua storia e per il consenso che ha costruito. Ma se il tema è chi riempie il vuoto, allora il problema non è Abramo: è il vuoto. In politica gli spazi lasciati liberi vengono sempre occupati e chi li lascia liberi non può poi lamentarsene. Il centrodestra, invece di temere i ritorni, dovrebbe costruire una proposta così credibile da rendere superflua qualsiasi nostalgia”.
Come descriverebbe il rapporto tra il Capoluogo di regione e il governo calabrese?
“Lo definirei squilibrato. Catanzaro ospita la Cittadella, cioè la sede del governo regionale, ma pesa sempre meno nelle decisioni che contano. Nella quota del mio partito l’area centrale, da Catanzaro a Crotone fino a Vibo Valentia, non ha un assessorato né un ruolo di rilievo, nonostante il consenso che ha portato. Quando un territorio non siede ai tavoli dove si decide, finisce per ricevere annunci invece che scelte. C’è poi un aspetto che non mi è piaciuto. Lunedì alla Cittadella, a pochi mesi dalle comunali, il presidente della Regione ha speso parole di stima per la collaborazione con il sindaco Fiorita, cioè con l’amministrazione che il centrodestra contrasta in Consiglio comunale e che a febbraio ha provato a mandare a casa. Nella stessa occasione ha detto che a Catanzaro non ha avuto grandi rappresentanti politici.
Delle due l’una: o si vuole continuare a indebolire il centrodestra dell’area centrale oppure il presidente distribuisce lodi senza credere davvero a quello che dice. Lo dico con cognizione di causa. Quando sono rientrato in Forza Italia mi ha elogiato pubblicamente per il lavoro svolto in Consiglio regionale. Alla vigilia del voto ha attribuito ai suoi consiglieri colpe che non avevano. E oggi scopriamo che a Catanzaro i rappresentanti all’altezza non ci sarebbero mai stati. Non voglio però dare tutte le colpe alla Regione. Anche il Comune ha fatto la sua parte, in negativo: occasioni di finanziamento perse, progetti fermi, nessuna capacità di imporre un’agenda. Il capoluogo non ha bisogno di favori. Ha bisogno di un patto istituzionale stabile con la Regione su poche priorità chiare, dall’acqua al nuovo ospedale, dall’università alla mobilità, con tempi certi e responsabilità precise. Senza questo patto Catanzaro continuerà a essere una città che ospita il potere senza esercitarlo”.
Lei invita il centrodestra a focalizzare i limiti della propria classe dirigente e fa bene, perché la stessa si è resa complice di marmellate indigeste proprio nel Consiglio comunale catanzarese. In questo senso non ha proprio nulla da rimproverarsi? Avreste potuto mandarlo a casa tante volte, Fiorita
“Le mie scelte le ho sempre fatte alla luce del sole e ne ho sempre risposto in prima persona. Nel 2022 ho sostenuto Fiorita al ballottaggio, senza apparentamento, perché quell’area del centrodestra aveva posto un veto sulla mia candidatura e perché credevo che la città avesse bisogno di cambiare passo. Per un periodo la mia componente ha avuto anche una responsabilità in Giunta. Quando ho capito che il cambiamento promesso non sarebbe arrivato sono uscito dalla maggioranza e l’ho detto pubblicamente nel settembre 2024, pagandone il prezzo. Sul mandarlo a casa, però, i numeri vanno detti per quello che sono. Per sciogliere il Consiglio servono le dimissioni contestuali della metà più uno dei consiglieri assegnati, cioè diciassette.
Lo scorso febbraio dal notaio ci siamo presentati in quattordici e io ero tra quei quattordici. Le altre firme non sono arrivate. Chi oggi parla di classe dirigente dovrebbe chiedersi perché. È per questo che invito il centrodestra a guardarsi dentro. Non per regolare conti, ma perché senza un esame onesto dei propri limiti Catanzaro non si governa: si torna a perderla. Io non chiedo applausi né posti. Chiedo che si torni a fare politica sul serio, mettendo la faccia e la firma sulle cose che si dicono. E aggiungo: con dignità, senza trattare gli iscritti e i dirigenti di partito come sudditi. Siamo in un’altra epoca. Chi pretende obbedienza invece di costruire consenso non è un leader e rappresenta il modo peggiore di fare politica”.














