La Regione prova a mettere la parola fine a una delle vertenze più lunghe e logoranti del precariato calabrese. La proposta di legge sui Tirocinanti di inclusione sociale non promette una stabilizzazione per tutti, ma disegna un percorso a doppio binario: una parte dei lavoratori entrerà negli enti con contratti a tempo indeterminato part-time, un’altra sarà accompagnata fuori dal bacino con un incentivo economico e misure di politica attiva.
Il perimetro dell’intervento è ristretto alla platea residuale massima di 938 Tis, l’ultima quota rimasta fuori dai percorsi già attivati. Per 344 lavoratori si apre la possibilità della stabilizzazione, finanziata con risorse statali ordinarie e fondi assegnati ma non utilizzati. Per gli altri 594 il testo prevede un bonus medio stimato in 30mila euro, con tetto massimo a 40mila, insieme a formazione, riqualificazione e accompagnamento al lavoro. Sul tavolo ci sono 39,5 milioni di euro e un obiettivo dichiarato: svuotare definitivamente il bacino regionale, chiudendo una stagione fatta di proroghe, attese e redditi troppo fragili per essere considerati una vera risposta occupazionale.
La platea residuale: 938 lavoratori, non tutto il bacino storico
La legge non interviene su chi è già uscito dal bacino, né su chi è già dentro percorsi di selezione richiesti dagli enti. Si concentra invece su quei 938 lavoratori che restano fuori dalle procedure già attivate e che rappresentano l’ultima coda del sistema Tis. La stessa relazione allegata al testo chiarisce che la proposta è finalizzata al “completo svuotamento del bacino regionale” dei soggetti individuati dall’articolo 3, comma 3-quater, del decreto legge 44/2023, convertito nella legge 74/2023. L’intervento viene costruito su tre pilastri: stabilizzazioni, bonus di fuoriuscita volontaria e politiche attive del lavoro.
Le stabilizzazioni: 344 contratti part-time a tempo indeterminato
La prima parte del piano riguarda le assunzioni. La proposta prevede 344 stabilizzazioni complessive, pari al 36,7% della platea residuale di 938 lavoratori. Il primo canale è quello ordinario: 277 stabilizzazioni finanziate con il fondo statale da 5 milioni di euro annui. Il meccanismo è costruito su un contributo di 18mila euro annui per ciascun lavoratore assunto con contratto a tempo indeterminato part-time. Il calcolo è lineare: 5 milioni diviso 18mila euro consente di coprire 277 lavoratori.
A queste si aggiungono 67 stabilizzazioni ulteriori, finanziate attraverso 14,5 milioni di euro di risorse statali assegnate e non utilizzate nelle annualità precedenti. In questo caso il calcolo è più prudenziale: la proposta considera un’età media di 55 anni, una permanenza media fino ai 67 anni e quindi una copertura stimata su 12 anni, per un costo teorico di 216mila euro a lavoratore.
Il bonus per chi esce: media da 30mila euro, tetto massimo 40mila
Per i lavoratori che non rientrano nelle stabilizzazioni, la proposta prevede una seconda strada: la fuoriuscita volontaria dal bacino regionale. La platea interessata è di 594 lavoratori, pari al 63,3% dei 938 destinatari massimi della legge. Il bonus viene stimato in media in 30mila euro per beneficiario, con un limite massimo indicato in 40mila euro. Il fabbisogno teorico complessivo è pari a 17,82 milioni di euro, calcolato moltiplicando 594 lavoratori per 30mila euro. Chi non accetta le misure previste esce dal bacino. La proposta stabilisce infatti che la mancata adesione alle misure determini la “immediata e definitiva fuoriuscita dal bacino regionale”.
I 39,5 milioni mobilitati
Il quadro finanziario complessivo arriva a 39,5 milioni di euro. La copertura viene costruita attraverso tre fonti: 5 milioni annui del fondo statale per le stabilizzazioni ordinarie, 14,5 milioni di risorse assegnate e non utilizzate per le stabilizzazioni aggiuntive, e 20 milioni a valere sul PR Calabria 2021-2027 per bonus, formazione, riqualificazione e accompagnamento al lavoro. Dentro il plafond regionale da 20 milioni, dopo il costo stimato per i bonus di fuoriuscita volontaria, resterebbe un margine di circa 2,18 milioni di euro destinato alle politiche attive, ai percorsi di formazione e alla riqualificazione professionale.
La logica del piano
La proposta segue una logica sequenziale. Prima vengono utilizzate le risorse statali ordinarie per le assunzioni. Poi si recuperano le somme assegnate e non spese negli anni precedenti per aumentare il numero delle stabilizzazioni. Infine, per chi resta fuori, si attivano bonus di uscita e misure di accompagnamento. È un impianto pensato per chiudere una vicenda che si trascina da anni, ma anche per evitare che il bacino continui ad alimentarsi senza una prospettiva definitiva. La relazione parla espressamente di sostenibilità finanziaria, valorizzazione delle competenze professionali maturate e tutela della dignità lavorativa.
Il perimetro reale della legge
La fotografia scattata dal dipartimento competente ridimensiona il campo d’intervento della proposta di legge. I Tis ammessi al quinto anno sono complessivamente 3.758, ma non tutti rientrano nel nuovo provvedimento. Una prima parte, composta da 1.055 lavoratori over 60, è già uscita dal bacino attraverso le misure dedicate. La platea ancora attiva scende così a 2.703 unità. Su questo numero si innestano poi le richieste degli enti ai Centri per l’impiego per l’avvio delle procedure di selezione previste dall’articolo 16 della legge 56 del 1987: le posizioni richieste sono 1.765, mentre i soggetti già avviati a selezione risultano 1.673. La nuova legge, quindi, non riguarda l’intero bacino storico dei Tis, né chi è già fuoriuscito, né chi è già compreso nei percorsi attivati dagli enti. Ecco perchè il suo raggio d’azione si restringe alla platea residuale massima di 938 lavoratori, un numero che potrebbe ridursi ulteriormente in caso di nuove assunzioni, scorrimento delle graduatorie o apertura di altri percorsi di stabilizzazione.
Il caso in aula: accordo sul merito, scontro sul metodo
Sul provvedimento ha pesato anche il fattore tempo. Ai lavoratori era stato prospettato un passaggio in Consiglio regionale dedicato alla vertenza, proprio per dare una risposta ordinata e definitiva a una platea che vive da anni nell’incertezza. La scelta della maggioranza è stata diversa: i capigruppo hanno firmato una nuova proposta di legge chiedendone l’inserimento all’ordine del giorno, subito dopo il dibattito sul caporalato, convocato all’indomani della tragedia di Amendolara, dove sono morti quattro lavoratori. L’opposizione ha contestato soprattutto il metodo, più che il contenuto. Dai banchi della minoranza è arrivata la critica per un percorso ritenuto troppo rapido e poco condiviso, su un tema che avrebbe meritato un confronto più ampio e la possibilità di contribuire al testo. Alla fine, però, dopo gli interventi critici in aula, il provvedimento ha incassato anche il voto favorevole dell’opposizione, a conferma di un dato politico preciso: divisione sulla procedura, non sulla necessità di dare una risposta ai Tis.









