× Sponsor
6 Marzo 2026
9.6 C
Calabria
spot_img

Vibo e il tabù della rottamazione, la verità sui conti del Comune: il grande bluff dei crediti fantasma

La proposta di Antonio Scuticchio spacca la politica. Ma dietro le accuse di “azzardo finanziario” resta un dato incontestabile: il Comune è sommerso da crediti che non incassa e la rottamazione non è un condono

spot_imgspot_img
spot_imgspot_img

Il punto di partenza è più semplice – e più scomodo – di quanto il dibattito politico lasci intendere. In Consiglio comunale non è stata approvata alcuna rottamazione, né tantomeno una sanatoria mascherata. È stata presentata e votata una proposta politica, formalizzata dal consigliere di maggioranza Antonio Scuticchio, che chiede di valutare se il Comune di Vibo Valentia possa adottare la definizione agevolata dei tributi locali, la cosiddetta rottamazione-quinquies prevista dalla legge di Bilancio 2026.

Niente adesioni automatiche, nessun regolamento, nessuna cartella cancellata. Solo un atto di indirizzo, una mozione che impegna sindaco e giunta a verificare fattibilità, limiti e impatto sui conti. Eppure, nell’aula di Palazzo Luigi Razza, la discussione ha assunto immediatamente i toni di un processo. Da una parte l’accusa di “azzardo finanziario”, dall’altra l’idea di un segnale politico verso i cittadini. In mezzo, lo spettro agitato del dissesto, dei buchi di bilancio, della compromissione del piano di riequilibrio.

Il paradosso è evidente: si è discusso come se la rottamazione fosse già operativa, quando invece il Consiglio ha votato soltanto la volontà di capire se e come attivarla. Ma la tensione che ha attraversato l’aula racconta molto più del merito della mozione. Racconta una difficoltà più profonda: la paura di mettere mano ai numeri reali del Comune, quelli che da anni inchiodano Vibo a un equilibrio solo formale, fatto di crediti iscritti a bilancio ma mai trasformati in cassa.

Cos’è davvero la rottamazione-quinquies (e cosa non è)

Partiamo da un equivoco che ha inquinato il confronto politico. La rottamazione-quinquies non è la replica comunale delle sanatorie fiscali statali. È uno strumento diverso, facoltativo, autonomo, rimesso alla scelta degli enti locali. La legge di Bilancio 2026 (l. 199/2025) consente a Comuni e Regioni di deliberare una definizione agevolata dei tributi di propria competenza, eliminando sanzioni amministrative e interessi di mora, lasciando intatto il capitale. Nessun automatismo, nessun obbligo. Ogni ente deve valutare compatibilità finanziaria ed effetti sugli equilibri di bilancio.

Non è un condono. Non cancella il debito. Non premia l’evasione volontaria. È, piuttosto, uno strumento che prova a rispondere a una domanda semplice: meglio inseguire per anni crediti che non si incassano, o incassare subito qualcosa di certo rinunciando a ciò che, nei fatti, non entra mai in cassa?

Vibo e il grande rimosso: i crediti che non valgono quanto sembrano

Per capire perché la proposta Scuticchio ha fatto scattare l’allarme rosso bisogna guardare i conti del Comune di Vibo Valentia. E guardali davvero, non fermarsi alle cifre di facciata. Il rendiconto 2024 racconta una storia ambivalente. Formalmente, l’ente è in equilibrio. Il risultato di amministrazione supera i 93 milioni di euro, il saldo della gestione di competenza è positivo per quasi 10 milioni. Numeri che, letti così, sembrerebbero rassicuranti. Ma sotto la superficie c’è il dato che spiega tutto: oltre 128 milioni di euro di residui attivi. Crediti iscritti a bilancio che il Comune vanta verso cittadini, imprese e altri soggetti. Di questi, più di 59 milioni riguardano tributi comunali.

Il problema è che non tutti i crediti valgono allo stesso modo. Nel bilancio finanziario compaiono interamente. Ma nello stato patrimoniale, dove i crediti sono iscritti al valore presumibile di realizzo, la fotografia cambia radicalmente. I crediti tributari realmente esigibili scendono a circa 24,4 milioni di euro. Tutto il resto è sterilizzato da svalutazioni e dal Fondo crediti di dubbia esigibilità (FCDE), che a Vibo sfiora i 59 milioni. Tradotto: il Comune sa già che una parte enorme dei crediti non verrà mai incassata. E per questo è costretto ogni anno ad accantonare risorse, sottraendole a servizi, investimenti, assunzioni.

La riscossione: funziona l’ordinario, fallisce l’arretrato

Negli ultimi anni qualcosa è migliorato. I dati lo dicono chiaramente. La capacità di riscossione in conto competenza delle entrate tributarie ed extratributarie è cresciuta in modo significativo. Dal 38% del 2022 si è passati a quasi 62% nel 2024. Un segnale positivo, legato anche all’esternalizzazione del servizio. Ma il vero buco nero resta la riscossione delle annualità pregresse. Qui i numeri tornano impietosi. Gli incassi sui residui restano sotto il 10%. Anno dopo anno.

Ci sono tributi che performano bene, come l’IMU ordinaria e l’addizionale IRPEF, con percentuali di incasso superiori al 90%. Ma su altri fronti il sistema si inceppa: TARI, canone idrico, fitti attivi, canone unico patrimoniale. Settori dove la morosità è strutturale, cronica, accumulata negli anni. La riscossione coattiva affidata al concessionario racconta la stessa storia. A fronte di quasi 10 milioni di euro di carichi affidati, l’incasso effettivo si ferma sotto il milione. Una percentuale che oscilla attorno al 9%. Il resto resta carta.

Il cuore della questione: la perdita è reale o solo contabile?

È su questo punto che la discussione politica si fa spesso disonesta. Si parla di “perdere” 2,5 milioni di euro tra sanzioni e interessi, come se si trattasse di risorse certe, pronte a entrare nelle casse comunali. Ma la domanda vera è un’altra: quei 2,5 milioni sarebbero mai stati incassati?

Se il tasso storico di riscossione di sanzioni e interessi su crediti vetusti è compreso tra il 10 e il 20%, la risposta è semplice. No, o solo in minima parte. In quel caso, la rinuncia è soprattutto contabile, non economica. Ed è qui che entra in gioco la rottamazione-quinquies. Eliminare sanzioni e interessi significa abbassare la soglia di accesso al pagamento, rendere sostenibile la chiusura di posizioni incagliate, trasformare residui nominali in cassa reale.

I numeri veri: cosa dovrebbe accadere perché l’operazione regga

Usando i dati del rendiconto 2024, la simulazione è tutt’altro che fantasiosa. Le riscossioni complessive annue del Comune si attestano intorno ai 60,8 milioni di euro. Per compensare una rinuncia di 2,5 milioni, basterebbe un incremento di incasso del 4-5%. Un aumento del 5% significherebbe circa 3 milioni di euro in più di cassa. Con un saldo netto positivo. Non una voragine, ma un’operazione in equilibrio.

Il dato non è campato in aria. Nel 2025 la riscossione TARI è già salita dal 40 al 46%. Gli accertamenti esecutivi programmati passano da 1,9 a 3,2 milioni. Segnali che indicano una maggiore capacità operativa rispetto al passato.

FCDE: la leva che può cambiare tutto

La vera partita, però, non si gioca solo sulla cassa immediata. Si gioca sul Fondo crediti di dubbia esigibilità. Quel gigantesco accantonamento che oggi paralizza il bilancio di Vibo Valentia. La legge di Bilancio 2026 introduce una novità che pochi hanno sottolineato: se un Comune dimostra un miglioramento recente e strutturale della capacità di riscossione, può calcolare il FCDE su basi più favorevoli, non più sulle medie storiche che penalizzano gli enti in difficoltà. In pratica: se dimostri di incassare di più, puoi accantonare di meno.

Una rottamazione ben progettata, capace di aumentare il tasso di riscossione anche solo del 5-10% sui residui tributari, potrebbe tradursi in una riduzione del FCDE di uno o due milioni nei prossimi esercizi. Risorse che tornerebbero disponibili per la città.

Il nodo Soget: rischio d’impresa e pretese irricevibili

Nel dibattito consiliare è emerso anche un altro fronte caldo: i rapporti con Soget, il concessionario della riscossione. Secondo quanto riferito in aula, la società avrebbe chiesto 30 euro a pratica per la gestione della rottamazione. Una richiesta che l’assessore al Bilancio ha definito senza mezzi termini irricevibile. E i motivi non sono politici, ma giuridici. Il contratto con Soget è una concessione pura. La remunerazione è legata agli aggi percentuali sulle somme effettivamente riscosse. Non esistono minimi garantiti. Non esistono compensazioni automatiche.

Il rischio operativo è parte integrante del contratto. Ed è un principio sancito dall’articolo 165 del Codice dei contratti pubblici. Le modifiche normative, comprese le definizioni agevolate, rientrano nell’alea tipica del settore. Pretendere un riequilibrio senza dimostrare un’alterazione strutturale del sinallagma contrattuale significa chiedere all’ente di neutralizzare il rischio d’impresa assunto dal concessionario in gara.

Le cartelle AdER: il problema non è la legge, ma l’organizzazione

Altro tema agitato come spauracchio è quello delle cartelle affidate in passato all’Agenzia delle Entrate-Riscossione. Qui si è parlato di “impossibilità giuridica” di applicare la rottamazione. Ma la realtà è più sfumata. Un chiarimento del MEF del 4 febbraio 2026 ha spiegato che non esiste un divieto giuridico alla definizione agevolata locale dei carichi affidati ad AdER. Il limite è procedurale: AdER non gestirà operativamente le rottamazioni comunali come fa per quelle statali.

Questo significa che il Comune dovrebbe organizzarsi in house, ricevere le istanze, calcolare gli importi, coordinarsi con AdER per sospensioni e riallineamenti contabili. È complesso? Sì. È impossibile? No. È una scelta organizzativa, non un muro normativo.

I cittadini: tra pressione fiscale e crediti inesigibili

In tutto questo, spesso, si dimentica l’altro lato della medaglia. I cittadini. Famiglie e imprese che vivono in un territorio con capacità contributiva oggettivamente fragile, come dimostra anche il fatto che Vibo riceve risorse dal Fondo di solidarietà comunale per compensare la scarsa base imponibile. Insistere su sanzioni e interessi che non vengono pagati non rafforza il bilancio. Irrigidisce il rapporto tra ente e contribuente, alimenta contenzioso, produce costi amministrativi e non porta cassa. La rottamazione-quinquies, se ben costruita, può diventare uno strumento di regolarizzazione spontanea, di riduzione del conflitto, di recupero di capitale che oggi resta bloccato.

Il nodo politico: paura di decidere o paura dei numeri?

Alla fine, la spaccatura in Consiglio ha tanto di politico. C’è chi vede nella rottamazione un rischio reputazionale, chi teme di essere accusato di “condono”, chi preferisce rifugiarsi nella prudenza contabile, anche quando la prudenza coincide con l’immobilismo.

Ma i numeri raccontano una verità scomoda: continuare così significa convivere per anni con crediti che non valgono quanto sembrano, con un FCDE che soffoca il bilancio, con margini di manovra sempre più ridotti. La proposta di Antonio Scuticchio non impone una scelta. Chiede di studiarla. Di misurarla. Di decidere con cognizione di causa. Trasformare questo passaggio in uno scontro ideologico significa evitare il vero confronto: quello con la realtà finanziaria dell’ente.

spot_imgspot_img

ARTICOLI CORRELATI

ULTIME NOTIZIE