1 Ottobre 2026
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Vincere con Vannacci o perdere per il Quirinale: il dilemma di Meloni all’ultimo chilometro del Melonellum

La riforma elettorale torna alla Camera e il centrodestra deve fare i conti con una soglia che oggi potrebbe non raggiungere. Sullo sfondo, i possibili calendari per il voto (anche "pensionistico") e la partita del Colle

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A Montecitorio i terminali di voto hanno lo schermo touch da un mese. Per lo scrutinio segreto, però, i deputati usano ancora la vecchia pulsantiera nascosta nella “buca” dell’apparecchio, con tre tasti: verde, bianco e rosso.
Da quei tasti dipende la legge con cui l’Italia tornerà alle urne. E, a sentire il capogruppo di FdI Galeazzo Bignami, anche la sorte del governo: “Se il provvedimento non passa si va a casa“.
La partita adesso si gioca su due numeri. Il primo è mezzo punto percentuale e ha il volto dell’ex generale che la premier, secondo le ricostruzioni, preferirebbe tenere fuori dalla coalizione. Il secondo è il 14 aprile, data cerchiata sul calendario da oltre duecento parlamentari per una ragione che con la politica c’entra fino a un certo punto.
La legge elettorale è tornata ieri alla Camera per la terza lettura, dopo le modifiche del Senato. Oggi l’Aula ha respinto le pregiudiziali delle opposizioni. La prossima settimana toccherà alle tre fiducie e, attorno all’8 ottobre, al voto finale a scrutinio segreto. Se il testo passerà senza modifiche, con la firma del Quirinale diventerà legge.
A luglio, sempre a voto segreto, l’emendamento sulle preferenze era caduto per un solo voto. Meloni si era spesa in prima persona e aveva puntato il dito contro la “palude”.
Il Senato ha poi reintrodotto le preferenze, accanto ai capilista bloccati. La Camera ha invece deciso di limitare le sentinelle in tribuna: a luglio alcuni collaboratori del gruppo di Fratelli d’Italia avevano filmato i deputati del centrodestra per scovare i franchi tiratori.

Come funziona

Stabilicum per chi l’ha scritto, Melonellum per chi lo contesta: il nuovo sistema prevede un proporzionale con sbarramento al 3%. Sulla scheda ogni lista presenta un capolista bloccato, senza vincoli di genere, seguito da sei candidati in alternanza uomo-donna. Gli elettori potranno esprimere fino a tre preferenze, rispettando la stessa alternanza.
Il candidato premier, unico per l’intera coalizione, sarà indicato nel programma depositato al Viminale, ma il suo nome non comparirà sulla scheda, per non invadere le prerogative del Quirinale.
Il passaggio decisivo riguarda il premio di maggioranza: chi raggiunge il 42% in entrambe le Camere ottiene 70 deputati e 35 senatori aggiuntivi, fino a un massimo di 220 seggi alla Camera e 113 al Senato.
Palazzo Madama ha eliminato la soglia minima per accedere al premio. In questo modo anche i voti delle liste che non superano lo sbarramento contribuiscono al risultato della coalizione. Anche lo zero virgola, insomma, può fare la differenza. Il centrodestra, stando ai numeri attuali, è ancora sotto la soglia.

Il biglietto del generale

Manca mezzo punto, almeno secondo una rilevazione di Izi condotta tra il 16 e il 18 settembre, presentata a L’Aria che tira e ripresa da Repubblica. Il centrodestra si fermerebbe al 41,5%. Con Futuro Nazionale arriverebbe al 43,7%, guadagnando 2,2 punti. Il problema è il prezzo da pagare in termini di consenso per l’apparentamento con Vannacci. Secondo i calcoli della rilevazione Fratelli d’Italia scenderebbe dal 27,2 al 24,7%, Forza Italia dal 7,6 al 6,7%, la Lega dal 5,6 al 4,9%. Futuro Nazionale, oggi al 7,2% se considerato da solo, si attesterebbe al 6,4% all’interno della coalizione.
Per Izi, la somma presenta “pesi e contrappesi che ricadono sui partiti di maggioranza”.
Dopo il 10,9% ottenuto alle suppletive di Reggio Calabria, vinte dal forzista Fabio Roscioli, Vannacci è andato da Bruno Vespa a rivendicare il proprio ruolo: “Futuro nazionale è indispensabile al centrodestra per vincere“.
I numeri di Ipsos per il Corriere della Sera, però, descrivono uno scenario ancora più delicato: senza il generale, il premio andrebbe al campo largo, avanti con il 43,9% contro il 38,7%; con lui, invece, il centrodestra vincerebbe per mezzo punto.

Tre calendari per le urne

La legislatura scade il 13 ottobre 2027. Anticipare il voto all’autunno significherebbe affidare al nuovo governo il compito di preparare la manovra economica in poche settimane, come accadde nel 2022. In pubblico Meloni continua a ripetere che “la legislatura non è finita” e i fedelissimi assicurano che, una volta approvata la riforma, si andrà avanti fino alla scadenza naturale. Le ricostruzioni politiche raccontano però di una premier tentata dal voto in primavera, mentre Salvini e Tajani sarebbero orientati a frenare.
C’è poi l’eventualità di una crisi di governo. Se l’esecutivo cadesse a novembre, la decisione sul calendario passerebbe al Quirinale, con una manovra da approvare e lo spettro dell’esercizio provvisorio. Le elezioni potrebbero arrivare a ridosso della primavera, con il rischio che le nuove Camere si insedino prima del 14 aprile 2027. È la data in cui i parlamentari al primo mandato, se restano in carica fino alla prima seduta del Parlamento successivo, maturano il diritto alla pensione dopo quattro anni, sei mesi e un giorno. Si tratta di 265 persone su 605 e, in Fratelli d’Italia, di circa due parlamentari su tre.
Resta una terza possibilità, pensata per evitare che il voto cada prima della scadenza previdenziale. Dimissioni e scioglimento delle Camere nei primi giorni di febbraio consentirebbero di votare a metà aprile. Tra le date che circolano ci sono l’11 e il 18 aprile. Le nuove Camere si insedierebbero così dopo il raggiungimento della soglia utile per la pensione. Si potrebbe anche arrivare a un election day insieme alle comunali di Roma, Milano, Napoli, Torino, Bologna, ma anche Cosenza e Catanzaro.

La porta chiusa e la strada verso il Colle

C’è infine uno scenario che, se confermato, cambierebbe il senso dell’intera partita. Meloni potrebbe preferire la sconfitta elettorale a una vittoria ottenuta con Vannacci dentro la coalizione. Ad agosto, il Messaggero, ricostruendo un vertice di maggioranza, le ha attribuito la frase “piuttosto preferisco perdere“. Italo Bocchino, ex deputato considerato vicino alla premier, ha riproposto lo stesso concetto su La7: “Per Giorgia Meloni è meglio perdere che vincerle con Vannacci“.
Il 16 settembre la presidente del Consiglio non ha chiuso formalmente la porta a Futuro Nazionale, ma ha ricordato che il movimento è nato da parlamentari eletti con il centrodestra e poi passati a votare contro la maggioranza. “Se può accadere una volta, può accadere anche una seconda”, ha osservato. Averlo come alleato, però, significherebbe fare i conti con divergenze difficili da ignorare. In politica estera, i deputati di Futuro Nazionale hanno votato contro il decreto sugli aiuti militari a Kiev. Lo stesso Vannacci, ospite di Vespa, ha definito una “fandonia” l’idea che quelle armi servano a difendere anche l’Italia. Sul fronte interno, il programma del movimento propone di abolire il reato di femminicidio e le unioni civili, sostiene che l’aborto non sia un diritto e promuove il “patriarcato mediterraneo”. Nella medesima intervista, il generale ha assicurato che i suoi sono “più libertari dei libertari”.

Poi c’è il Quirinale. Il secondo settennato di Sergio Mattarella scadrà all’inizio del 2029 e Meloni avrà già superato la soglia dei cinquant’anni prevista dalla Costituzione per essere eletta presidente della Repubblica.
Da tempo, nei retroscena politici, il suo nome compare tra quelli possibili. Per il Colle servono i voti di un Parlamento e un profilo che regga lo sguardo degli avversari e delle cancellerie europee, e cinque anni di governo con Vannacci lascerebbero sulla sua biografia un segno difficile da cancellare.
In questa lettura perdere nel 2027 vorrebbe dire lasciare il Colle del 2029 a un Parlamento di altro colore, per restare candidabile, prima o poi, a quello successivo. Il primo bivio, intanto, è fissato per l’8 ottobre, nell’urna segreta di Montecitorio.

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