Doveva essere la seduta della resa dei conti, il momento in cui i numeri avrebbero parlato più delle dichiarazioni e delle manovre di corridoio. È diventata invece la rappresentazione più nitida di un equilibrio politico sospeso, in cui la giunta guidata da Nicola Fiorita resta in piedi non per una prova di forza, ma per l’incapacità – o la mancata volontà – di chi avrebbe dovuto farla cadere.
Il bilancio di previsione 2026-2028 passa con numeri tutt’altro che larghi – 12 voti favorevoli, 9 contrari e 6 astenuti, che diventano politicamente 13 con il sì di Fabio Celia – ma sufficienti a raggiungere l’obiettivo vero della giornata: evitare lo scioglimento anticipato e mettere al sicuro il percorso amministrativo fino al 2027. Dentro quei numeri, però, non c’è una maggioranza che si rafforza. C’è piuttosto un’Aula che si muove per sottrazione, tra assenze, distinguo e posizionamenti che finiscono per produrre un effetto preciso: Fiorita resta per sopravvivenza politica.
Chi ha davvero tenuto in piedi la giunta
A sorreggere l’amministrazione non è stata soltanto la già fragile architettura del centrosinistra, ma soprattutto quel blocco fluido che da tempo condiziona gli equilibri dell’Aula: il gruppo Misto, il cosiddetto “mondo di mezzo” della politica cittadina. È in questo spazio intermedio, fatto di consiglieri eletti altrove ma oggi collocati in una posizione più sfumata, che si è costruita la tenuta della giunta. Non attraverso un’adesione politica esplicita, ma tramite comportamenti concreti che hanno consentito al bilancio di passare senza scosse decisive.
Il passaggio più emblematico resta quello di Fabio Celia, espressione di un’area critica nei confronti del sindaco ma capace, nel momento decisivo, di compiere una scelta che si colloca su un piano diverso rispetto allo scontro politico. Il suo voto favorevole al bilancio, motivato esplicitamente con il “bene della città”, non rappresenta un riposizionamento, ma una presa d’atto delle condizioni concrete in cui si sarebbe trovata Catanzaro in caso di caduta dell’amministrazione. Il ragionamento è semplice: un conto sarebbe stato far cadere Fiorita in una fase utile per tornare rapidamente al voto, altro è aprire oggi una crisi con il rischio concreto di consegnare la città a un commissariamento lungo, potenzialmente fino alla primavera del 2027, con effetti paralizzanti su bilancio, servizi e programmazione.
In questo senso, il voto di Celia assume il valore di una scelta istituzionale prima ancora che politica, che distingue il piano della contrapposizione da quello della responsabilità. Dentro questo quadro, Fiorita regge non tanto per una ricomposizione della propria coalizione, quanto perché in Aula si afferma, almeno nei passaggi decisivi, una linea di responsabilità condivisa che supera le appartenenze.
La spallata che non si è consumata
Se c’è un dato che segna davvero la seduta, è quello legato al cosiddetto “fronte delle dimissioni”. Più che una sconfitta numerica, è una sconfitta di prospettiva. L’operazione che avrebbe dovuto portare alla caduta anticipata dell’amministrazione si è fermata prima ancora di arrivare al voto. E qui torna centrale la lettura offerta da Sergio Costanzo, che ha inquadrato la vicenda come un passaggio che non ha prodotto vincitori né vinti, ma che ha evidenziato un limite politico preciso: la mancata coerenza fino in fondo nell’azione dell’opposizione.
Nella seduta di ieri all’appello mancavano pezzi importanti dell’opposizione. Non erano presenti Valerio Donato, Eugenio Riccio e Antonello Talerico, tre figure tutt’altro che marginali nello schieramento alternativo a Fiorita, tre autentici big del Consiglio comunale, già firmatari del documento notarile di sfiducia. Assenze certamente giustificate, forse anche strategiche, accanto alle quali si aggiungono le scelte di chi era in Aula ma ha tenuto una posizione diversa. I consiglieri che si sono astenuti – tra cui Costa, Laudadio, Lostumbo, Scarpino e Serraino – hanno contribuito a determinare un esito che, di fatto, ha reso impossibile qualsiasi ribaltamento. La loro posizione, pur appartenendo al gruppo Misto, è diversa e contraria a quella del “ribelle” Celia (dalla maggioranza all’opposizione più per convinzione che per convenienza) perché sono stati eletti nelle file del centrodestra, non hanno voluto firmare il documento di sfiducia e oggi rappresentano la vera “stampella” che tiene in piedi Fiorita. Alla fine, i numeri raccontano tutto: 13 voti favorevoli, 9 contrari e 6 astenuti.
Un’Aula che decide per sottrazione
Il dibattito scivola presto dal merito del bilancio a un confronto più ampio sugli equilibri politici, ma ciò che conta davvero si gioca nei comportamenti, non nelle parole. È lì che si determina l’esito finale. Non in un confronto frontale tra blocchi contrapposti, ma in una dinamica fatta di assenze, astensioni e scelte individuali che, sommate, producono un risultato preciso: l’amministrazione non cade. Chi vota contro lo fa in modo coerente con la propria linea politica. Ma chi non c’è, o chi sceglie di non partecipare fino in fondo allo scontro, finisce per incidere almeno quanto – se non più – dei voti contrari. È una logica che ormai caratterizza stabilmente il Consiglio comunale, dove i numeri non sono mai dati una volta per tutte, ma si costruiscono – o si smontano – volta per volta.
Una maggioranza che resta fragile
Fiorita prova a rivendicare il passaggio come un momento di responsabilità e di maturazione, sottolineando la presenza, per la prima volta, di un minimo margine di manovra nel bilancio. Ma il dato politico resta un altro. La giunta supera lo scoglio più insidioso, ma non ne esce rafforzata. Continua a muoversi dentro un equilibrio instabile, dove ogni passaggio consiliare può diventare un banco di prova. È una tenuta senza consolidamento, una navigazione che prosegue ma senza un rafforzamento strutturale, resa possibile più dalle dinamiche dell’Aula che da una reale compattezza politica.
Anche il contenuto del documento approvato conferma questa lettura. Il bilancio si muove dentro margini strettissimi, segnati da un debito consistente, da una quota rilevante di risorse destinate al suo ripiano e da una struttura della spesa che lascia poco spazio a scelte politiche incisive. Le tasse restano invariate, i servizi vengono mantenuti, qualche intervento mirato viene inserito. Ma il quadro complessivo è quello di un ente che continua a operare in una logica di gestione dell’esistente, più che di programmazione espansiva.
Sopravvivenza oggi, partita aperta domani
Alla fine di una seduta lunga, tesa e per molti tratti inconcludente, il dato è chiaro: Fiorita supera l’ultimo scoglio e si garantisce la continuità amministrativa. Ma lo fa dentro un contesto politico che resta segnato da ambiguità, equilibri mobili e strategie incompiute. Non c’è stata la caduta. Ma non c’è stata neanche una vera stabilizzazione. E soprattutto, non c’è stata quella prova di forza che avrebbe chiarito definitivamente i rapporti in campo. Per questo, più che chiudere una fase, la seduta sul bilancio ne apre un’altra: quella di una lunga campagna verso il 2027, in cui tutto resta possibile e nulla, davvero, appare ancora definito.








