Più che un congresso regionale, quello di Forza Italia a Lamezia Terme è sembrato un atto notarile con applausi incorporati. Nessun brivido, nessuna battaglia, nessun regolamento di conti. Tutto già scritto, tutto già apparecchiato, tutto già digerito prima ancora che la platea prendesse posto.
Francesco Cannizzaro è stato confermato alla guida del partito calabrese per acclamazione. E quando un partito acclama, di solito significa due cose: o è davvero compatto, oppure nessuno ha la forza per mettersi di traverso. In Calabria, probabilmente, valgono entrambe le cose. Il dato politico è semplice, quasi brutale: Forza Italia in Calabria oggi ha due proprietari di fatto, Roberto Occhiuto e Francesco Cannizzaro. Il resto è arredamento istituzionale, più o meno elegante, più o meno utile, ma sempre arredamento. C’è chi parla, chi applaude, chi saluta, chi si fa vedere. Ma la cabina elettrica è altrove.
Occhiuto e Cannizzaro, il patto che regge il partito
Il patto tra Occhiuto e Cannizzaro è la vera notizia. Non perché sia nuovo, ma perché a Lamezia è diventato plastico, fisico, scenografico. Occhiuto ha la dimensione del presidente che ormai ragiona da dirigente nazionale. Cannizzaro ha quella del capo organizzazione che conosce sezioni, territori, amministratori, voti, pacchetti, umori e rancori. Uno guarda Roma. L’altro presidia la Calabria. Uno parla di liberalismo moderno, di servizi, aeroporti, sanità, terme, taxi, imprese pubbliche quando servono. L’altro tiene il partito con il metodo antico e sempre efficace: relazioni, presenza, tessere, consenso, riconoscenza.
È un meccanismo elementare, dunque fortissimo. Occhiuto dà al partito una faccia di governo. Cannizzaro gli dà gambe elettorali. Il primo produce immagine, il secondo produce struttura. In politica, senza immagine non seduci; senza struttura non vinci. Insieme, almeno per ora, fanno entrambe le cose.
Gli altri guardano, Gallo compreso
La scena di Lamezia ha detto anche un’altra cosa: dentro Forza Italia calabrese ci sono pesi enormi che però non fanno necessariamente potere politico. Il caso di Gianluca Gallo è il più evidente. Assessore forte, macchina di preferenze, amministratore considerato solido. Ma nel congresso, politicamente, non è sembrato il terzo uomo. Semmai il primo degli spettatori importanti. Gallo ha costruito in questi anni un profilo da uomo del fare, molto meno da uomo della manovra. E in certi partiti, soprattutto quando il potere è concentrato, chi non presidia la discussione politica finisce per essere rispettato ma non determinante.
E lo stesso discorso, con sfumature diverse, vale per Giuseppe Mangialavori. Presidente della commissione Bilancio della Camera, parlamentare di peso, dirigente che ha avuto un ruolo nella costruzione della Forza Italia calabrese degli ultimi anni, Mangialavori resta certamente una figura autorevole tra gli azzurri calabresi ma nel nuovo schema uscito da Lamezia appare più come un padre nobile della fase precedente che come uno dei motori della fase attuale.
Tajani benedice il modello Calabria
Antonio Tajani è arrivato in Calabria per blindare l’unità. E infatti ha fatto il segretario nazionale: ha distribuito carezze, ha rivendicato identità, ha evocato Berlusconi, ha messo la Calabria dentro la cornice del modello virtuoso. Tradotto dal politichese: qui Forza Italia funziona, quindi nessuno si sogni di smontare l’ingranaggio.
Il partito calabrese serve anche a Tajani. Perché Forza Italia, nel Mezzogiorno, trova ancora il suo serbatoio più generoso. E la Calabria, insieme alla Sicilia, è uno dei luoghi in cui il marchio azzurro non sopravvive per nostalgia, ma produce voti veri. Per questo Lamezia non è stata soltanto una passerella locale. È stata una comunicazione interna al centrodestra: Forza Italia c’è, pesa, organizza consenso e non intende fare la comparsa. Chi pensava a un partito destinato a vivere di ricordi berlusconiani deve aggiornare il necrologio. Almeno in Calabria, il morto presunto cammina benissimo.
Il centrodestra non è più una fotografia di famiglia
Dietro la festa azzurra, però, c’è un dato più largo: il centrodestra nazionale non è più il blocco granitico raccontato nei comunicati. Le tensioni con la Lega, il ruolo di Salvini, le fibrillazioni moderate, il possibile riposizionamento di figure come Luca Zaia e il dialogo carsico tra mondi politici diversi dicono che la partita dei prossimi anni sarà meno scontata di quanto sembri.
In questo quadro Occhiuto può diventare più di un governatore rieletto. Può diventare un pezzo della nuova architettura moderata, se questa architettura nascerà davvero. Non da solo, certo. Non domani mattina. Ma la sua collocazione è ormai quella di un dirigente che parla a Roma mentre governa Catanzaro.
Cannizzaro, intanto, presidia il fronte interno. E se la sfida di Reggio Calabria dovesse diventare il suo prossimo approdo, la sua forza territoriale potrebbe crescere ancora. A quel punto il partito calabrese sarebbe ancora più chiaramente diviso in due piani: Occhiuto nella partita nazionale, Cannizzaro nella gestione regionale.
Il fortino azzurro e il problema degli avversari
Il centrosinistra può criticare quanto vuole. Può contestare la narrazione, denunciare le ombre, attaccare la sanità, l’aeroportualità, la gestione del potere. Tutto legittimo. Ma resta un problema: Forza Italia in Calabria ha costruito un fortino elettorale, e i fortini non si prendono con i comunicati stampa. Servono classe dirigente, radicamento, riconoscibilità, alleanze sociali, candidati forti, capacità di parlare a mondi diversi. Al momento il blocco Occhiuto-Cannizzaro possiede molte di queste cose. Gli avversari spesso si limitano a spiegare perché non dovrebbe possederle. La differenza è tutta qui. Chi organizza consenso governa. Chi organizza indignazione, spesso, commenta il governo degli altri.








