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23 Marzo 2026
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Referendum giustizia, l’Italia dice No e boccia la riforma Nordio: il trionfo di Gratteri. Chi sono i veri i vincitori e chi gli sconfitti

Il No supera il 53% e affossa la riforma voluta dal centrodestra. Vince Gratteri, perde il governo. La Calabria diventa il simbolo della bocciatura, mentre le opposizioni tornano protagoniste e la Costituzione si conferma il vero argine

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Non è stato un semplice referendum. È stato un voto politico, diretto, senza filtri. Gli italiani hanno parlato e il messaggio è inequivocabile: la riforma della giustizia viene bocciata. Il No vince con margine netto e trasforma una consultazione tecnica in uno spartiacque politico. A cadere non è solo un provvedimento, ma un’intera narrazione: quella di un governo che si pensava forte del consenso e che invece si ritrova davanti a un segnale chiaro, difficile da ignorare. Da una parte chi ha scelto di esporsi, di metterci la faccia, di combattere questa battaglia fino in fondo. Dall’altra chi ha spinto la riforma, sostenuto la campagna e ora deve fare i conti con una sconfitta pesante. Nel mezzo, un Paese che si divide ma che, per una volta, torna a partecipare e decide. E il risultato, questa volta, non lascia spazio a interpretazioni.

Gratteri, il frontman che ha trascinato il No alla vittoria

Nicola Gratteri ha vinto. Punto. Senza se, senza ma, senza le solite parafrasi diplomatiche con cui i giornalisti italiani cercano di addolcire l’amara realtà dei vinti. Ha fatto una cosa semplice, quasi antiquata: ha parlato. Ha messo la faccia. Ha detto quello che pensava. In un Paese dove la classe dirigente ha elevato l’ambiguità a virtù cardinale, questo basta già per distinguersi. Basta già per vincere. Si dice che il suo impegno continuo e costante abbia fatto recuperare punti percentuali in doppia cifra al fronte del No che, prima della discesa in campo del magistrato calabrese, era praticamente in mezzo alla strada con l’Anm ai minimi storici per credibilità e autorevolezza. Gratteri è diventato così l’avversario da abbattere. Lo hanno attaccato in ogni modo. Il Foglio, Mediaset, i soliti sicari dell’informazione organica al potere — tutti contro di lui, tutti convinti di poterlo logorare. Non ci sono riusciti. Poca cosa per uno che ha sfidato e continua a sfidare la ‘ndrangheta, la camorra e tutti i poteri forti. L’uomo Gratteri ha dimostrato di avere gli attributi, non ha arretrato di un centimetro. Ha incassato, ha replicato, ha vinto. Gli altri si leccano le ferite.

La Calabria ha parlato e Occhiuto ha perso

Il dato calabrese è feroce. Non esiste regione in cui il No abbia trionfato con maggiore brutalità. Da Vibo Valentia a Crotone, da Catanzaro fino ai paesi dove la ‘ndrangheta non è una parola da convegno ma una presenza quotidiana — ovunque la risposta è stata la stessa: no, grazie. Il duello tutto calabrese tra Gratteri e Roberto Occhiuto si chiude senza appello. Da una parte un magistrato che ha dedicato la vita a combattere la mafia. Dall’altra un presidente di regione che, in fondo, ha scelto la linea prudente — eufemismo elegante per dire che ha scelto di rimanere quasi in seconda linea, senza metterci la faccia più di tanto. Il voto ha premiato chi ha rischiato. Ha punito chi si è nascosto. Fa eccezione Reggio Calabria, roccaforte azzurra. Una resistenza da fortino assediato, non un’inversione di tendenza. Una nota a margine.

Nordio bocciato. Forza Italia travolta

Carlo Nordio aveva una visione. L’ha difesa fino in fondo, questo va riconosciuto. Ma il Paese l’ha bocciata con una chiarezza che non ammette reinterpretazioni creative. Forza Italia ha fatto di peggio: ha trasformato questa riforma in una bandiera identitaria. Ha perso Tajani, ha messo Mulè, portavoce di un fronte che ha provato a saturare ogni spazio mediatico disponibile, ha mobilitato la macchina televisiva con una intensità degna di miglior causa. Non è bastato. Non basta mai, quando hai torto.

La copertura dei giornali amici, le reti televisive compiacenti, la narrazione costruita mattone dopo mattone in settimane di campagna — tutto vanificato in un week end dove le truppe cammellate sono state travolte dal popolo sovrano che ha detto no. Ecco cosa succede quando si scambia la propaganda per realtà. E, in fondo, anche Marina Berlusconi dovrà attendere tempi migliori per dedicare l’auspicata vittoria al papà. Per adesso anche lei deve leccarsi le ferite.

Meloni, benvenuta nel mondo reale

Giorgia Meloni ha capito il rischio tardi. Quando ha capito, ha corso ai ripari con la frenesia di chi sa di essere in ritardo. Interviste, videomessaggi, persino l’apertura a Fedez — Fedez, capite? — nel disperato tentativo di intercettare un elettorato che stava scivolando via. Ha persino tagliato le accise. Il classico trucco del governo in difficoltà: quando non sai cosa dire, abbassa il prezzo della benzina. Non è bastato. Gli italiani non sono stupidi, anche quando si comportano come se lo fossero. Questo referendum è il primo vero schiaffo al governo Meloni. Non un ceffone da salotto, uno schiaffo vero — quello che lascia il segno. Il consenso non si eredita, non si compra, non si impone. Si conquista. Ogni volta.

Le opposizioni hanno vinto. Non esageriamo però

Schlein esulta. Conte rivendica. Renzi si appropria del risultato come suo. Il teatrino è sempre lo stesso. Hanno vinto, sì. Ma hanno vinto perché il centrodestra ha fatto di tutto per perdere. Merito loro? In piccola parte. Demerito altrui? In larga parte. Quando l’opposizione riesce a unirsi — evento raro come la cometa di Halley — può ancora essere competitiva. Lo abbiamo visto. Godetevelo, perché durerà poco. In fondo anche Schlein e compagni hanno usufruito del bonus Gratteri, un uomo, un magistrato che non appartiene ad alcuna corrente della magistratura, tanto meno a un partito politico. Il suo consenso è trasversale.

Ha vinto la Costituzione. Che ha 77 anni e li porta benissimo

C’è poi un altro dato, forse il più importante. Gli italiani sono andati a votare. E lo hanno fatto in numeri significativi, contro una tendenza all’astensione che sembrava ormai strutturale. Quando la posta in gioco è percepita come alta, la partecipazione torna. Con essa torna il senso della democrazia. E alla fine, sopra tutto e tutti, c’è lei. La Costituzione del 1948. Non ha fatto campagna, non ha comprato spazi pubblicitari, non ha rilasciato interviste a Bruno Vespa. Eppure è ancora lì, solida come una quercia, mentre intorno a lei si agitano nani e ballerine. Si avvicina agli ottant’anni e resiste meglio di molti trentenni che siedono in Parlamento. Questa è la notizia vera. Il resto è cronaca.

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