L’annuncio dello stop al commissariamento della sanità calabrese viene raccontato come una svolta storica. Ma la realtà, se letta con un minimo di freddezza istituzionale, è molto meno trionfale di come viene descritta.
Cambiare la regia non significa aver risolto i problemi
Perché il punto non è “chi gestisce”, ma se il sistema è in grado di reggersi da solo. Il commissariamento non è mai stato un capriccio dello Stato, ma una misura straordinaria adottata per fallimenti strutturali gravi: disavanzi cronici, livelli essenziali di assistenza insufficienti, governance inefficiente. Se queste condizioni non sono state risolte in profondità, il ritorno alla gestione ordinaria non è un successo: è un rischio. Cambiare la regia non significa aver risolto i problemi. Anzi, c’è un punto che viene volutamente ignorato: il commissariamento, per quanto criticabile, garantiva un presidio esterno, una forma di controllo “terzo”. Con il ritorno alla Regione, quel filtro si attenua. E questo comporta una responsabilità enorme.
Non si può provare a vedere come va
La vera domanda quindi è un’altra: la Regione oggi è strutturalmente più forte di ieri? Se la risposta è no — e i dati su mobilità passiva, carenza di personale, tempi di attesa e organizzazione territoriale suggeriscono prudenza — allora il rischio è evidente: si torna alla gestione politica senza aver prima consolidato quella amministrativa. E qui sta il nodo. Perché la sanità non è un terreno su cui si può “provare” a vedere come va. Non è una partita comunicativa. Non è un titolo. È un sistema complesso che richiede capacità gestionale, continuità e competenza tecnica. Senza questi elementi, il rischio non è solo un passo indietro. È tornare esattamente alle condizioni che avevano reso necessario il commissariamento. C’è poi un altro aspetto che meriterebbe più onestà nel racconto pubblico: lo stop al commissariamento non equivale automaticamente a piena autonomia.
Una fase di transizione
Restano vincoli, monitoraggi e controlli centrali. Quindi parlare di “ritorno completo nelle mani della Regione” è, nella migliore delle ipotesi, una semplificazione. Più che una liberazione, è una fase di transizione. E anche fragile. In sintesi: non è una vittoria, è una responsabilità e non è un punto di arrivo. È un test, l’inizio di una verifica vera. L’entusiasmo è comprensibile. Ma senza risultati concreti, rischia di essere solo narrazione. E la sanità, purtroppo, non si cura con la narrazione.








