La tensione tra Stati Uniti e Italia si è spostata in questi giorni fino alla sanità della Calabria, dove la presenza dei medici cubani è diventata uno dei nodi più controversi della politica internazionale e regionale. Washington, con una posizione annunciata e ribadita da Marco Rubio, segretario di Stato degli Stati Uniti, ha lanciato un’offensiva diplomatica per convincere i Paesi che impiegano professionisti medici dall’isola caraibica a interrompere tali missioni. Secondo Rubio, dichiarato ufficialmente a una conferenza stampa del Dipartimento di Stato il 26 febbraio 2026, il programma che invia sanitari cubani all’estero “funziona come una forma di traffico di manodopera, con libertà di movimento e retribuzione limitate per i medici, che vedono larghe parti dei loro compensi trattenuti dal governo cubano”.
La dichiarazione statunitense ha un peso politico significativo, perché viene da uno dei consiglieri più influenti dell’amministrazione del presidente Donald Trump e ribadisce una posizione dura su Cuba, che già da tempo è al centro della strategia di Washington.
Il caso Calabria: tra carenza di personale e scelte amministrative
La Calabria è tra le regioni italiane in maggiore difficoltà nel reperire medici specialisti, un problema che dalle illegittime cronache locali è diventato un caso di interesse internazionale. Dal 2022, in seguito a un accordo tra la Regione e la società cubana CSMC S.A., controllata dallo Stato di L’Avana, sono arrivati nel territorio calabrese centinaia di medici cubani per lavorare negli ospedali e garantire servizi essenziali come i reparti di emergenza e terapia intensiva.
Questa intesa, sostenuta dal presidente della Regione Roberto Occhiuto, è stata sempre difesa con forza sul piano locale come una risposta diretta alla carenza cronica di personale sanitario. Per i dirigenti calabresi, senza questi professionisti molte strutture avrebbero dovuto chiudere o ridurre significativamente l’attività, soprattutto in reparti che già operano in condizioni di difficoltà estrema.
La linea di Washington: una questione politica più che sanitaria
Da parte statunitense, tuttavia, la questione non è considerata soltanto un problema di personale sanitario. Le autorità di Washington inseriscono il caso dei medici cubani nel più ampio contesto della loro strategia di pressione sull’isola caraibica, che include restrizioni commerciali, diplomatiche e sanzioni su vari settori. In questo quadro, i medici inviati all’estero sono indicati come parte di un meccanismo che secondo gli USA viola diritti e condizioni di lavoro.
Il fatto che figure come Rubio parlino apertamente di lavoro forzato e di condizioni di retribuzione non libere per i medici impiegati in missioni internazionali rappresenta un passo in avanti nella pressione diplomatica e rischia di trasformare un dossier sanitario in una disputa più ampia tra Paesi alleati e Cuba.
La reazione regionale e le ripercussioni pratiche
In Calabria, nonostante la pressione statunitense, la linea resta quella di salvaguardare il programma di collaborazione con Cuba e di mantenerlo almeno fino al 2027, quando sono previste scadenze contrattuali e una possibile evoluzione della situazione. L’esecutivo locale ha anche avviato bandi per l’assunzione di medici da altri paesi, con l’obiettivo di integrare la forza lavoro sanitaria, ma la realtà dei fatti è che i cubani hanno permesso a molte strutture di restare operative.
In aggiunta, il presidente Occhiuto ha negato che la nuova caucione di medici stranieri sia una reazione alla pressione di Washington, insistendo invece sul fatto che si tratta di una strategia più ampia per contrastare la carenza di personale sanitario e garantire i servizi ai cittadini.
Un fronte complesso e ancora aperto
La disputa sui medici cubani in Calabria si inserisce in un contesto più ampio di relazioni internazionali tra Stati Uniti, Cuba e partner europei. Mentre Washington spinge per interrompere le missioni mediche cubane definendole «traffico di manodopera», le autorità calabresi e italiane evidenziano la necessità pragmatica di mantenere i servizi sanitari in funzione.
La questione, quindi, non è stata risolta e resta sospesa tra esigenze sanitarie immediate, obiettivi politici di grande respiro e il rischio di ulteriori tensioni diplomatiche. Nessuna delle parti ha annunciato modifiche definitive ai programmi in corso, lasciando il quadro aperto per ulteriori sviluppi.








